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Ritorno al futuro – Parte III (1990): “Quando ero un bambino ho sempre desiderato essere un cowboy”

“Il mio unico dispiacere è di non poter visitare il mio
periodo storico preferito, il vecchio West”.
Diceva così Doc nel secondo capitolo della trilogia di
Ritorno al futuro, ma volente o nolente, alla fine il suo desiderio viene
esaudito, d’altra parte se voi aveste una macchina del tempo, quale periodo
storico visitereste… Personalmente non ho un singolo dubbio nella vita, è che
mi manca una DeLorean ecco.

La leggenda narra che nemmeno nelle più rosee aspettative dei due
Bob (Zemeckis e Gale) le avventure di Marty McFly avrebbero previsto un terzo
film, ma il successo commerciale della prima pellicola, spinse la Universal a
tirare su una trilogia, che dopo l’ottimo finale mandato in scena nel secondo capitolo, è l’ideale chiusura del cerchio. Christopher Lloyd, invece, era già
pronto anche per il quarto seguito, perché a differenza del suo personaggio,
avrebbe voluto portare la DeLorean DMC 12 tra le vie acciottolate dell’antica
Roma. Come per i primi due capitoli, anche questo… E’ un Classido!

Di tutti e tre i film, “Ritorno al futuro – Parte III” è
il più lineare, una volta raggiunto Doc del 1985, nel 1885, con l’aiuto del Doc
del 1955 (non state pensando quadrimensionalmente!), di fatto il film è l’ennesima
corsa contro il tempo per ritornare a casa. La fretta è dettata da Cane Pazzo Tannen
(“Odio quel nome! Lo odio! Mi hai capito? Nessuno mi chiama Cane Pazzo! E
soprattutto non un caramelloso, merdoso damerino come te!” … E’ tutta la vita che
aspetto di dare del caramelloso damerino a qualcuno, ma ancora non ne ho avuta
l’occasione) che vuole far fuori Doc per una faccenda di 80 Dollari.

Se dovete dei soldi a questo brutto ceffo, vi conviene scappare ad almeno un centinaio di anni da lui.
Il film sfrutta la stessa identica struttura ciclica e
ripetitiva (come il tempo stesso) dei film precedenti: Marty arriva, viene
salvato da una versione alternativa di sua madre (qui è Maggie McFly con il suo
accento irlandese) e si ritrova ad indossare i panni (letteralmente)
di un’altra identità segreta, dopo essere stato Levi Strauss (Calvin Klein in
originale) qui fa il salto di qualità e malgrado le camicie con i lustrini in
stile Roy Rogers, si ritrova presto sotto il poncho e con il nome di Eastwood,
Clint Eastwood. Sentito nomi peggiori in vita mia…

Difficile non sentirti fighi vestiti così e con quel nome addosso…

Dei tre film è sicuramente quello con meno inventiva, ma
è abbastanza fisiologico dopo aver abbondantemente contribuito con i capitoli precedenti
ad alimentare l’immaginario popolare, concludere con qualcosa che abbassi un po’
i toni, ma anche il ritmo.

Sì, perché “Ritorno al futuro – Parte III” è l’unico
della saga con qualche momento dove il ritmo rallenta, facile puntare
il dito contro la maestra Clara Clayton (Mary Steenburgen), per raccontare l’innamoramento
di Doc era obbligatoria alzare un po’ il piede dal pedale, non che Clara sia un
brutto personaggio, oppure che lo script di Bob Gale perda colpi (l’idea di
utilizzare i romanzi di Jules Verne come punto di incontro per i due
piccioncini è davvero geniale) anzi, ma dopo averci viziato con i due film
precedenti, le parti tra Doc e Clara le ho sempre trovate un po’ pallose…

Non è colpa tua Clara, sono io che amo gli inseguimenti e le corse contro il tempo…
Quello che funziona alla grande sono di sicuro gli
svariati tentativi di rimettere in moto la DeLorean rimasta a secco e soprattutto
le gag che la location del Far West offre. Dal resuscita morti che rimette in
piedi Doc, alla Colt mettipace (curiosa traduzione di Peacemaker) e come sempre
l’umorismo viene fuori per contrasto, quando un ragazzo del 1985 si trova nel
1885 succede che le sue Nike (“Nìche? Ma che cos’è, una parola indiana o che
altro?”) vengano scambiate per scarpe rubate ad un indiano o a un cinese morto.
Oppure l’esaltazione di Marty nel vedere un Frisbee (“Ehi, Frisbee! Tostissimo!”),
o quando si riverte a rifare la mitica scena dello specchio di “Taxi
Driver”.

“Hey! Smettila di fare il Rambo!” (Cit.)

Ovviamente, non possono mancare le citazioni e gli omaggi,
il più palese di tutti era già stato anticipato dal film che Biff guardava
nella vasca da bagno del suo loft, ovvero “Per un pugno di Dollari”, il cui
finale con la piastra di acciaio anti-proiettile (“Al cuore Ramon!”) viene
rifatto per intero, ma con Buford Tannen e Marty al posto di Eastwood e Gian
Maria Volontè.

L’altro grande omaggio a Sergio Leone è nella scena in
cui Marty arriva a Hill Valley, Zemeckis fa un campo lungo da sopra il tetto
della stazione, proprio come in “C’era una volta il West” quando Jill (la
guardabile Claudia Cardinale) arrivava a Flagstone. Forse il mio omaggio
preferito è un po’ meno noto: quando il barista versa il liquore che cade
sfrigolante sul bancone mi ha sempre ricordato “L’uomo del West” con Cary
Cooper, dove c’era una scena identica.
La scena del treno, poi, è l’ennesimo adrenalinico finale
regalato da questa trilogia, che dimostra il livello di ossessione per i
dettagli di Bob Gale, che dopo aver spiegato al mondo il concetto di “Universo
Parallelo” ormai ha preparato il pubblico a “Pensare quadrimensionalmente”,
quindi il fatto che il ponte non sia ancora ultimato (nel 1885) è solo l’occasione
per la spettacolare distruzione della locomotiva e del salvataggio volante di
Doc.

“Scusa la rozzezza di questo modello, non ho avuto il tempo di farlo in scala”.
Essendo l’ultimo capitolo della trilogia, il film ha
il dovere di concludere tutte le sottotrame, soprattutto la più importante: completare l’arco narrativo di Marty e la sua maturazione. Pensateci, se
siete qualcuno che non ama essere chiamato “fifone”, quale posto migliore del
vecchio West per una full immersion? Un luogo dove la gente metteva mano al
revolver per molto meno. La bellezza del film sta proprio in questo: dopo tre capitoli, grazie all’ottima sceneggiatura di Gale, nessuno spettatore dubita del
fatto che Marty sappia usare una Colt (si è allenato con Wild Gun Man… Quando i
videogames servono nella vita), il bello è proprio il modo in cui il giovane
McFly impara, evitando così il disastroso futuro visto nel secondo capitolo.

Considerando gli ultimi dischi dei Red Hot, hai poco da sfottere gli altri Flea…

La scena della corsa in auto e dell’incidente, ci viene mostrata sfruttando di nuovo la faccia da schiaffi di Flea, il bassista dei
Red Hot Chili Peppers di nuovo nei panni di Needles, a proposito di musica, “Ritorno
al futuro – Parte III” è anche il primo capitolo della trilogia senza gli Huey
Lewis and the news, qui sostituiti da niente popò di meno che… Gli ZZ Top.

La loro celebre “Doubleback” si sente nei titoli di coda
del film, ma anche in versione bluegrass durante la festa di inaugurazione dell’orologio,
infatti il celebre trio compare proprio nei panni dei musicisti alla festa,
panni non tanto diversi da quelli che sfoggiano di solito, per altro, il
costumista con Billy Gibbons e compagni ha risparmiato tempo.

Per loro è SEMPRE il 1885.
Personalmente, essendo cresciuto a pane e Western, non
avrei potuto immaginare un finale migliore per questa trilogia, ovviamente la
morale della favola la fa Doc, lo stregone buono che ha dato il via a tutta
questa corsa contro il tempo in tre atti: il futuro non è scritto, perciò
createvelo buono, considerando il fatto che questa trilogia è diventata un
classico del Cinema e un film di riferimento per almeno un paio di
generazioni, “Ritorno al futuro” non solo ha predicato bene, ma ha razzolato
meglio.

Anche se è il meno ritmato dei tre film (avercene di film
con poco ritmo come questo!) resta una pellicola che guardo sempre con molto
piacere, sul fatto che lo conosca a memoria non ve lo dico nemmeno, ma sono
sicuro di non essere il solo, per quei due che non lo sapessero, consiglio di
buttare un occhio al film di Seth MacFarlane “A million way to die in the west”,
non perché sia un bel film (anzi, tutt’altro), ma perché potreste trovare una
sorpresa guardandolo e, soprattutto, la prova di quanto la saga di “Ritorno al
futuro” abbia influenzato l’immaginario collettivo, come pochi altri film sono
stati in grado di fare. Ancora oggi capita di trovare qualcuno che non ha mai
visto “Guerre Stellari” (eh lo so, pare incredibile, ma è così…), ma non ho mai
sentito nessuno che non abbia visto “Back to the Future”, figuriamoci qualcuno che
non lo apprezza!

Avrei sempre voluto una copia di questa da mettere sulla mia scrivania…
Per la trilogia di “Ritorno al Futuro” è tutto, spero di
essere riuscito a rendere omaggio ai primi 30 anni di un mito del Cinema, il
modo più giusto per accomiatarmi è anche il primo che mi viene in mente: cosa
faccio? Ritorno al Futuro? Considerando che vi scrivo in diretta dal 2015 no… Ci
sono già stato.
Può partire Alan Silvestri a palla adesso, grazie.

PAAAA-PARA-PA-PA-PA-PAAAAAA! PA PA! PARA-PA-PA-PA-PAAAAAA!
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