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Robin e Marian (1976): alla ricerca del tempo perduto

Il mito di Robin Hood ha sempre fatto molto presa su di me,
la leggenda del bandito che ruba ai ricchi per dare ai poveri, armato di arco,
frecce e un cuore impavido è un mito che ha alimentato il cinema per decenni e
su cui vi ero debitore di una piccola promessa. Minacciavo una rubrica
sull’arciere di Sherwood e come sapete un Cassidy mantiene sempre le sue promesse, direi
che i tempi sono maturi per la… Trilogia di Robin Hood della Bara Volante!

Istruzioni per l’uso: trattandosi di una trilogia in tre
parti (e non in cinque come quelle di Douglas Adams) per ovvie ragioni resteranno fuori quel milione e mezzo di titoli
dedicati a Robin Hood che abbiamo visto al cinema nel corso degli anni, niente “L’arciere
di fuoco” (1971) ma nemmeno il Robin Hood diretto dallo Scott sbagliato nel
2010, ho già dovuto fare un grosso sforzo ad eliminare “Robin Hood – La
leggenda” quello del 1991 con Uma Thurman nei panni di lady Marian, un film per
la televisione che da bambino credo di aver visto sessanta volte (storia vera).

Questo piccolo speciale in tre parti non pretende di essere
la parola definitiva sull’arciere di Sherwood, ma solo l’occasione di scrivere
dei miei tre Robin Hood cinematografici preferiti, anzi a dirla tutta, i
prossimi due capitolo sono talmente facili da indovinare che se avessi voluto
seguire l’andamento naturale delle storie, mantenendo l’effetto sorpresa, il
film di oggi avrebbe dovuto essere l’ultimo del lotto, ma siccome per molti
lettori avrebbe potuto risultare un finale anti climatico, preferisco giocarmelo
subito, perché malgrado sia un film del 1976, qualcuno potrebbe non conoscerlo.

Questa immagine è così bella che dovrebbe essere la locandina del film, anzi in certe edizioni per l’home video è stato proprio così!

“Robin e Marian” è essenzialmente un lavoro dello
sceneggiatore James Goldman, premio Oscar per il bellissimo “Il leone d’inverno”
(1968), per certi versi un grande esperto di coppie di personaggi, suo è anche
“Nicola e Alessandra” (1971) e ovviamente questa rivisitazione del mito di
Robin Hood che non somiglia a nessun altro film sull’arciere della foresta di
Sherwood che potreste aver visto. Il titolo di lavorazione del film è stato a
lungo “La morte di Robin Hood”, giusto per ribadire quando la dimensione umana
del personaggio qui, abbia la meglio sul mito. Per la regia sono volati diversi
nomi illustri, da David Lean (che lo avrebbe reso più epico) fino a John
Frankenheimer (che ne avrebbe firmato una versione più muscolare), ma il più
interessato di tutti al soggetto si rivelò essere Richard Lester.

Americano trapiantato in Inghilterra, Lester ha fatto sua la
cultura della vecchia Europa, viene ricordato per un paio di film sui Beastles,
“A Hard Day’s Night” (1964) e “Help!” (1965), ma anche per la doppietta “I tre
moschettieri” (1973) e “Il ritorno dei tre moschettieri” (1989), due film che
hanno qualcosa in comune a questa versione di Robin Hood. Anche se i film più
famosi di Lester, sono quelli in cui ha messo le mani su una grande icona pop
americana, mi riferisco a Superman II
e Superman III.

A destra  Richard Lester, gli altri due in foto in linea di massima dovreste conoscerli.

Non importa quale sia la vostra incarnazione preferita di
Robin Hood al cinema, per certi versi “Robin e Marian” riesce nell’impresa di
poter essere l’avventura finale del celebre personaggio, un po’ come alla
Marvel Comics quando hanno lanciato la serie di fumetti “The End”, con l’ultima
storia di ognuno dei personaggi più celebri della Casa delle idee, firmate
dagli autori più rappresentativi dei singoli personaggi, stessa cosa, qui un
gruppo di talenti di alto livello, sono stati radunati per raccontarci la morte
di Robin Hood, un’ultima grande avventura per certi versi, alla ricerca del
tempo perduto.

“Robin e Marian” prende i personaggi e gli toglie via tutti
i sogni di gloria relativi alla giovane età, restituendoci due personaggi
maturi (se non proprio vecchi), che sono stati separati fin troppo a lungo e
con più rughe e più consapevolezza si ritrovano, visto che citavo i tre moschettieri
lassù, permettetemi di scomodare Dumas dicendo che per certi versi, questo film
avrebbe potuto anche intitolarsi “Vent’anni dopo”.

“Ah quindi ora saresti una suora?”, “Beh tu giocavi a fare l’agente segreto fino all’altro ieri”

Lasciatemi dare prova del fatto che sono cresciuto con Robin
Hood, un po’ di sana cavalleria vecchia scuola, iniziamo dalle signore, visto
che il ruolo di Lady Marian qui è stato affidato ad una grande signora del
cinema come Audrey Hepburn, che non compariva sul grande schermo da ben nove
anni dopo “Gli occhi della notte” (1967), pare si sia convinta ad accettare la parte
punzecchiata da una nipote grande appassionata del protagonista maschile scelto
per il ruolo, Sir Sean Connery che ebbe meglio sulla concorrenza di Charlton
Heston (storia vera), che probabilmente al posto dell’arco avrebbe utilizzato
un fucile, ma questa è solo una mia illazione, non datele peso.

Il volto da icona di Audrey Hepburn invecchiato e avvolto
dai panni della badessa del convento offre al pubblico non solo la dimensione
del tempo passato per i personaggi, ma anche la vera motivazione che ha spinto
Robin a tornare finalmente a casa, se si è deciso a lasciare una così doveva
proprio essere convinto delle sue ragioni no? Infatti proprio da qui il film
comincia.

Il “Buddy Movie” che non ti aspetti.

Le crociate, la guerra santa mostrata da Richard Lester di
divino ha ben poco, un castello diroccato, presidiato da un condor
spennacchiato e un vecchio cieco sono il prestigioso (si fa per dire)
obbiettivo del Re Riccardo Cuor di Leone (un Richard Harris più stropicciato
che mai), per una statua d’oro contenuta nel castello, questo vecchio Re matto
è pronto a passare a filo di spada vecchi e bambini tanto che il suo non più
così fedele e convinto servitore Robin (Sean Connery, sempre sia lodato!) di
tutta questa assurda follie non ne può più, l’eroe interpretato dal grande
attore Scozzese di eroico ha ben poco, è solo uno che ha superato gli ‘anta,
incastrato da anni in una guerra senza senso, una crociata dove sono partiti in
tremila e sono rimasti in cinquanta come dice lui, vuoi la tua statua d’oro
pulciosa? Vattela a prendere da solo!

Richard Harris, l’ex uomo chiamato cavallo qui nei panni di Re Riccardo Cuore di leone, più che un attore uno zoo umanoide.

Infatti per questo, sia Robin che il suo compare Little John
(Nicol Williamson) vengono sbattuti
nelle prigioni, da cui fuggiranno con scaltrezza ed eroico gesto? Seee col
cavolo! I due compari riusciranno al massimo ad impiegare una notte intera per
smuovere una delle mille pietre del muro della loro cella, sorpresi in
fragranza di scavo dalle guardie la mattina dopo, si beccheranno la grazia da
Riccardo Cuor di Leone, più per spossatezza che per audacia, infatti Richard
Harris in un lungo monologo ci regala il Re Riccardo più trucido e inacidito
mai visto al cinema, uno che prima di lasciare questa valle di lacrime,
letteralmente rosica perché sa che Giovanni senza terra (Ian Holm), ora la terrà l’avrà e pure la corona.

A Robin e Little John non resta che tornare nell’amata
Inghilterra, mentendo a loro stessi sostenendo che nulla è cambiato, al loro
rientrato sofferto e degno di Ulisse, invece del cane Argo ad accoglierli
trovano Fra’ Tuck (Ronnie Barker) e Will Scarlett, per altro interpretato da
Denholm Elliott, se vi chiedete dove avete già visto Connery e Elliott insieme,
la risposta è molto semplice.

“Si è perso nel suo stesso museo, eh?” (cit.)

Il vero cambiamento coinvolte proprio Lady Marian, che non
potendo sposare il suo amato Robin si è concessa in sposa all’Onnipotente
prendendo i voti, la battuta sul fatto che le sue confessioni, facessero
chiacchierare tutto il convento ci dice di quanto l’amore tra i due titolari, i
nomi che compaiono nel titolo del film, fosse del tutto non platonico ma
soprattutto sincero, quella cazzarola di idea assurda della crociata ha tenuto
separati due amanti per una vita intera, il modo in cui reagiscono al tempo
trascorso determina i due caratteri.

Il Robin Hood di Sean Connery è il classico uomo di mezza
età che si rifiuta di essere beh, di mezza età. Afferma baldanzoso che le
crociate sono state divertenti, davanti ai soprusi subiti dalla povera gente di
Nottingham organizza una rivolta, porta tutti nella foresta di Sherwood come se
avesse ancora vent’anni e Lady Marian? Ancora spera di poterlo avere per sé,
come tutte le donne, ben più consapevoli e pragmatiche di noi maschietti,
rappresenta alla perfezione quel senso di ineluttabilità: ci hanno tolto una
vita insieme, ti vuoi stare fermo una buona volta, che il tempo perso non lo
recupereremo certo diventando ancora più vecchi?

I dialoghi scritti da James Goldman filano via come musica,
sono uno meglio dell’altro e inquadrano alla perfezione i diversi caratteri di
questa coppia di opposti (nell’approccio) che non possono che essere perfetti
in quanto complementari, anche se Robin sembra alla costante ricerca della
gloria.

“PG mi piace, fallo scrivere su tutte le mie
valigie” (cit.)

Gloria che per altro nel film manca completamente, lo si
vede benissimo nella rappresentazione degli avversari, il Re Giovanni di Ian
Holm è viscido e avido, un ometto in tutti i sensi vista anche l’altezza non
straordinaria di un attore lui si davvero straordinario come Holm, qui
perfetto per il ruolo. Ma quello più
azzeccato di tutti è lo Sceriffo di Nottingham interpretato da Robert Shaw.

“Mi conoscete tutti. Sapete come mi guadagno da vivere. Vi prenderò io quel pesce Robin Hood e non sarà uno scherzo!” (quasi-cit.)

Un bastardo che per assurdo, potrebbe avere ragione, perché
a suo modo ha un’etica, un codice morale, per certi versi è come Robin Hood
senza però tutti gli ideali e i sogni di gloria, infatti la faccia ringhiante
di Robert Shaw è il prefetto contro altare ai sorrisoni spavaldi di Sean
Connery e il loro duello, la sintesi della totale assenza di gloria di “Robin e
Marian”.

Il loro duello in armatura è faticoso, ha il fiatone come i
due duellanti di mezza età, Robin è cotto, viene ferito perché fa un errore
banalissimo dettato dalla stanchezza, vince sì, ma solo per manifesto rifiuto
ad accettare la realtà e per altro, comportatosi in modo tutt’altro che eroico,
anche se poi nei suoi racconti narrerà una versione edulcorata della sua vittoria,
proprio per questo Robert Shaw si merita una menzione speciale, perché da
spettatori è facile accettare quasi tutto quello che fa un’icona come Robin
Hood, interpretato a sua volta da un’altra icona come Sean Connery, ma nel fondo della testa,
ragionando con la lucidità degli anni (perché ricordiamolo, non sono gli anni
sono i chilometri! Cit.) quello con più etica dei due potrebbe essere l’odioso
sceriffo.

Acciaccati quasi quanto il cavaliere nero nei Monty Python.

Il finale di “Robin e Marian” è tenero e inglorioso in parti
uguali, per certi versi è la fine della vita insieme di una coppia di anziani
che però insieme, ci sono stati per pochissimo tempo, quindi il gesto finale di
Marian è un atto d’amore che omaggia allo stesso tempo l’uomo che ha amato così
faticosamente ma anche il mito, la leggenda del bandito che ruba ai ricchi per
dare ai poveri, con cui ha sempre dovuto dividere il suo uomo.

Penso che un film come “Robin e Marian” si possa guardare da
ragazzini, aggrappandosi alla figura carismatica di Sir Sean Connery, qui in
uno dei suoi tanti ruoli azzeccati, quelli che gli hanno permesso di essere
ricordato non solo per lo smoking da Bond, James Bond. Ma in fin dei conti
penso che il film di Richard Lester lo si comprenda meglio con un po’ di strada
percorsa sul conta chilometri, in quella sua amara dolcezza è più facile
ritrovarsi con qualche ruga in più sul viso.

Robin Hood, Robin Hood, Robin Hood! / Tu fai sempre breccia se dall’arco scagli una freccia (tanto lo so che l’avete letta cantando)

Inoltre credo che un amorevole demolizione di un mito, come
quella fatta in “Robin e Marian” sia stata un’operazione replicata al cinema
troppe poche volte, siamo abituati a pupparci sempre la stessa storia e gli
stessi personaggi riproposti sempre sotto la stessa luce, anche per
questo il film di Richard Lester è da riscoprire, quindi forse alla fine ho
fatto bene ad iniziare questo piccolo speciale proprio da qui. Nelle prossime settimane, ci saranno ancora archi e frecce,
non mancate!

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