
Conoscete la teoria del Maestro Enzo G. Castellari? Se il titolo di un film ti emoziona, rispondi «Me cojoni!», se invece è piatto e anonimo, ti strappa al massimo uno «E ‘sti cazzi!». Eppure la nostra distribuzione continua a ignorare la regola: invece di tradurre bene “The Death of Robin Hood” e far uscire “La morte di Robin Hood”, nelle nostre sale ci ritroviamo “Robin Hood – Il prezzo del sangue”, che per assurdo ha una sua logica, vista la trama dell’ultima fatica di Michael Sarnoski, però… E ‘sti cazzi!
Dopo la riuscita parentesi di A Quiet Place, Sarnoski torna a territori che gli sono molto congeniali. Ci sono parecchie affinità tra il cuoco con i drammi del bellissimo Pig e questa incarnazione dell’arciere più famoso della storia, ma in generale, un regista che decide, nel 2026, di adattare la ballata “Robin Hood’s Death”, portando in sala un personaggio che in ogni incarnazione mi conquista, anche in quelle comiche, tanto da avergli dedicato una rubrichetta in tre parti, secondo me deve conoscere bene il materiale. Sarnoski – lettore abituale della Bara Volante – sembra averlo studiato bene, perché ci ha messo Little John, Robin Hood e le canzoni, come nella versione Disney, ancora la mia preferita, ma anche la riflessione sul mito dell’arciere di Sherwood e sulla malinconia del tempo che passa, tirandone fuori un film che ha tutto lo stile della casa di produzione, la A24, se volete fate in tempo a scappare urlando, ma è anche perfettamente in linea con le sue tematiche, il più delle volte riflessioni sul lutto e sulla perdita.

Perché diciamolo subito: se siete venuti al cinema aspettandovi Robin Hood che salta da un albero all’altro, tende l’arco con la stessa facilità con cui noi apriamo il frigorifero alle undici di sera sperando che nel frattempo sia comparsa una pizza, e poi parte la musichetta trionfale mentre lo Sceriffo di Nottingham prende una freccia dritta nel culo, probabilmente avete sbagliato sala. Anche perché fin dal prologo – quasi da horror, qualcuno ci lascia le penne – qui il problema non è tanto capire se Robin Hood sia ancora un eroe, quanto chiedersi cosa succede quando un eroe smette di esserlo.
Robin Hood lo conoscono tutti: è uno che ruba ai ricchi per dare ai poveri, che vive nella foresta di Sherwood, che ama Marian e che ha un amico grosso come una casa chiamato Little John, perché evidentemente nel Medioevo la scelta dei nomi era affidata all’avo di colui che ha ribattezzato “Robin Hood – Il prezzo del sangue” un film intitolato “The Death of Robin Hood”. Ma la cosa interessante del mito è proprio questa: Robin Hood funziona perché, prima ancora di essere un uomo, è un’idea, e le idee, come sappiamo, oltre a essere a prova di proiettile (cit.), sono delle brutte bestie da ammazzare.

Puoi uccidere Robin Hood, ma non puoi uccidere Robin Hood. Puoi infilargli una freccia nel petto, puoi farlo invecchiare, puoi togliergli la foresta, il cavallo, l’arco, il cappuccio, puoi fargli perdere tutto quello che aveva e persino la voglia di essere quello che era, ma da qualche parte ci sarà sempre qualcuno pronto a raccontare di un uomo che rubava ai ricchi per dare ai poveri.
Ed è qui che il film di Sarnoski trova il suo centro, magari non del bersaglio (visto il ritmo spesso claudicante), ma morale. Se a Robin Hood togli il suo mito, quello che rimane è l’uomo, che poi è quello che il regista aveva già in parte affrontato con Pig. Anche lì Nicolas Cage interpretava un uomo che, agli occhi degli altri, era diventato una leggenda, un cuoco capace di fare cose straordinarie, un fantasma del passato, qualcuno che tutti ricordavano per quello che era stato e che lui invece aveva deciso di abbandonare.
Qui Sarnoski prende una strada simile, ma ancora più malinconica, perché Robin Hood non può semplicemente smettere di essere Robin Hood: il mondo non glielo permette, anche se lui vorrebbe solo una morte abbastanza gloriosa, un’ultima buona causa (o scusa) per tirare giù il sipario, tra sensi di colpa e una sorta di crisi quasi di mezza età. Non sei più il ribelle, il campione, quello che ce la faceva, quello che aveva una risposta, perché la vita ti ha cambiato e ha chiesto il suo prezzo, ma per qualcuno sarai sempre il Robin Hood di turno, anche senza arco e frecce.

Avere Ugo Uomogioacomo qui torna molto utile, per lui una variante ancora meno gloriosa di Logan, un altro eroe al tramonto, perché Hugh Jackman, diciamolo, è uno di quegli attori che hanno passato una quantità di tempo imbarazzante a dimostrare di essere molto più versatili di quanto Hollywood gli abbia spesso permesso di essere. Certo, sarà eternamente Wolverine, lui che a inizio carriera le provava tutte per sottolineare la sua somiglianza con Clint Eastwood, ma arriva al suo personale Unforgiven preparato.
Il paragone con Gli spietati mi è balzato in mente in sala, guardando il film in anteprima, perché anche quello era un film sul rapporto tra il mito e l’uomo che si nascondeva dietro il mito. William Munny era stato un fuorilegge, un assassino, una leggenda, ma il tempo era passato e quando la leggenda torna a bussare alla porta scopri che il corpo e l’anima non sono necessariamente d’accordo. Sarnoski sembra interessato alla stessa cosa. Solo che invece di raccontare la fine di un pistolero racconta la fine di Robin Hood, e non è detto che “la fine” significhi necessariamente una morte fisica: può voler dire che la persona che eri non ha più le condizioni al contorno per esistere. Bella fregatura, eh?

I personaggi di contorno, come Suor Brigid, impersonata da Jodie Comer, il ringhiare di Bill Skarsgård, irriconoscibile nei panni di Little John (e poi danno del trasformista a Johnny Depp perché cambia cappello, vabbè), e la figura – che non a caso cade a pezzi – del lebbroso di Murray Bartlett, il nostro Robin affronta le ultime tappe della sua Odissea. Solo che Michael Sarnoski non ha chiesto a Lupita Nyong’o di impersonare Marian, quindi nessuno ha fatto pubblicità e polemiche sul suo film. Anzi, qui Marian non si vede proprio, perché l’assenza di chi abbiamo perso è sempre il silenzio più assordante, non c’è ballata che puoi infilare nella colonna sonora che possa riempirlo, quel silenzio.
Per fortuna Sarnoski è troppo astuto per giocarsi momenti di elaborazione del lutto didascalici. Il problema del film è davvero solo un ritmo ondivago: va bene lavorare di sottrazione, togliendo il mito – o quello che il pubblico si aspetta di vedere in un film su Robin Hood – al personaggio, ma i momenti in cui la trama rallenta sono molti. Immaginatevi un Robin e Marian, con ancora meno momenti eroici, e già lì erano pochi. Quindi mi rendo conto che un film così sul mito dell’arciere di Sherwood possa interessare a me, a Sarnoski e forse a un paio dei suoi amici.

Sarà che nella sua nativa Milwaukee non c’è un cazzo da fare, se non riflettere sul tempo, ma ‘sto ragazzo ha la capacità di farmi viaggiare la testa con i suoi film. Il ritmo calmo-calmo di sicuro aiuta, ma “The death of Robin Hood” è un altro tassello perfettamente coerente con il cinema di Sarnoski: Pig parlava di perdita e di memoria, A Quiet Place: Giorno 1 parlava di morte e del bisogno di trovare un senso in un mondo che sta finendo, mentre qui il mondo non sta finendo: è finito, almeno quello di Robin Hood, e lui deve imparare a vivere dopo la fine della sua stessa leggenda.
Il che, a pensarci bene, è una delle cose più tristi che si possano raccontare di un eroe, perché noi siamo abituati a vedere gli eroi vincere, ma nessuno ci racconta mai cosa succede durante gli anni del loro “ritiro”, quando sono più umani e meno eroi e fanno i conti con il prezzo del sangue versato? Il Robin Hood che abbiamo conosciuto da bambini può vivere per sempre: quello della Disney, Errol Flynn in calzamaglia verde, quello stiloso di Kev Costner, persino le battute di Cary Elwes. Mettiamoci anche quello sgangherato di Russell Crowe, che continuerà a lanciare frecce con la faccia di uno che ha appena scoperto che il ristorante è chiuso. Loro non moriranno mai, perché sono cinema, il Robin Hood di Sarnoski è un uomo e gli uomini, prima o poi, muoiono.

Robin Hood è una leggenda perché, finché qualcuno continuerà a raccontarla, quella storia non sarà mai finita, ed io, che a Robin Hood voglio bene da quando ero abbastanza piccolo da credere che un uomo potesse davvero vivere in una foresta rubando ai ricchi e distribuendo tutto ai poveri senza che qualcuno, prima o poi, gli dicesse “Scusa Robin, ma la dichiarazione dei redditi?”, sono uscito dalla sala dispiaciuto per quel ritmo claudicante, ma consapevole che anche la fine di una storia è un modo per continuare a raccontarla. Il prezzo del sangue, alla fine, non è quello che paghi quando muori, ma quello che paghi per diventare una leggenda. Forse per questo la cosa più bella che puoi fare, prima di morire, è ricordarti di essere stato un uomo. E ‘sti cazzi se il titolo italiano non è “La morte di Robin Hood”, questa volta, almeno, il prezzo del sangue qualcosa significa.


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