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Robin Hood – Principe dei ladri (1991): (tutto quello che faccio) lo faccio per Roger Ebert

Vi avevo promesso che il secondo capitolo della “Trilogia di
Robin Hood della Bara Volante” sarebbe stato un titolo molto facile da
indovinare, anche perché non potevo far terminare il 2021 senza festeggiare i
primi trent’anni di una delle mie versione dell’arciere di Sherwood del cuore,
il mitico “Robin Hood – Principe dei ladri”.

Iniziamo con un po’ di storia personale, l’arciere di casa
Cassidy sarà sempre mio padre, il signor Cassidy Senior, ma a lungo ho
praticato tiro con l’arco anche io, poi è arrivata l’adolescenza e sentivo il
bisogno di qualcosa di più movimentato, quindi ho perso la testa per la
pallacanestro e via, anche se devo dire che il tiro con l’arco mi ha insegnato
molto, ad esempio scoccare una freccia o tirare un tiro libero è quasi la
stessa cosa (se pur con strumenti del tutto differenti), quasi come un kata
delle arti marziali si tratta di imparare un movimento e ripeterlo
all’infinito, ma prima di trasformare questo post in un delirante manuale da
professore di ginnastica, ci tenevo a dirvi che “Robin Hood – Principe dei
ladri” a casa Cassidy è sempre stato un’istituzione.

Un arco, un Robin Hood, basta poco per far contento un Cassidy.

Se prima abbiamo consumato la VHS di Balla coi lupi, l’idea di ritrovare Kevin Costner nei panni
dell’arciere di Sherwood ci mandò tutti in fibrillazione, non andammo a vedere
il film in sala ma in compenso mio padre mi regalò la VHS originale del film
(perché anche lui scalpitava per vederlo), nella confezione in regalo
anche il mini poster con la locandina del film, che è rimasto appeso in camera
mia per una vita (storia vera), questo per dirvi che “Robin Hood – Principe dei
ladri” è ben più di un film per la famiglia, è proprio un pezzo di cuore.

Voi non avete nemmeno idea di quante volte io lo abbia visto
questo film, sul serio un numero esagerato, roba da imparare a memoria non solo
i dialoghi in italiano, ma anche la cadenza con cui le frasi venivano
pronunciate. Senza esagerare erano qualcosa come dieci anni che non rivedevo
più questo film, forse anche qualcuno di più, infatti ho scoperto (con orrore!)
che nel frattempo il film è anche stato ridoppiato, uno sconvolgimento totale
per il sottoscritto ma poco male, perché tanto io “Robin Hood – Principe dei
ladri” lo so letteralmente a memoria, potrei recitarvi le battute di buona
parte dei personaggi senza difficoltà (storia vera).

Lui e il suo “Mi raccomando. Punti molto piccoli!” arriva tra poco (cit. le so tutte, tutte!)

Devo dire che crescere guardando “Robin Hood – Principe dei
ladri” è un ottimo modo per far pace con il cinema d’avventura, con la sua atmosfera
cupa, a tratti quasi horror, poi per un bambino fanatico del macabro come me,
questo misto di eroismo sfacciato e trovate sopra le righe era un vero spasso,
rivedendo il film dopo tutto questo tempo devo dire che qualcosa è cambiato, ad
esempio il discorso motivazionale di Azeem lo ricordavo molto più grandioso,
in effetti non proprio tutto in questo film è invecchiato benissimo, ma proprio
in virtù di quell’atmosfera unica, quel suo bislacco rapporto con la fedeltà
storica e il mito che ammanta tutto il film, sono fiero di aggiungere “Robin
Hood – Principe dei ladri” alla gagliarda collezione dei… Bruttissimi di rete
Cassidy!

Ci tengo a sottolinearlo per non creare incomprensioni: I Bruttissimi di rete Cassidy non è uno sfottò, ma un omaggio, a tutti quei film
bruttini, ma mitici, pellicole che a loro modo hanno fatto la storia, non sono
gli Anti-Classidy, sono i… Diversamente Classidy, perché vi giuro che in giro
non troverete nessuno che vuole più bene di me a questo film!

“Robin Hood – Principe dei ladri” attirò subito le
attenzioni perché rimetteva insieme la coppia dei Kevin, Costner attore e Reynolds
regista che aveva già lavorato insieme in “Fandango” (1985) e si sarebbe
ricomposta per Waterworld (su cui prima o poi dovrò decidermi a scrivere
qualcosa). Nel mezzo il successo, anzi il trionfo planetario di Kevin Costner,
assorto allo stato di divinità cinematografia e massimo desiderio per la
popolazione femminile del pianeta grazie ai sette Oscar e il successo di Balla coi lupi.

La macchina da presa in foto non è l’anacronismo storico più grosso del film, io ve lo dico.

In realtà la leggenda vuole che il primo biondo scelto per
il ruolo di Robin Hood in questo film, fosse Cary Elwes che rifiutò perché la sceneggiatura non era di suo gradimento e poi per redimersi, diventò
comunque un leggendario (a suo modo) principe dei ladri grazie al ruolo da
protagonista in “Robin Hood – Un uomo in calzamaglia” (1993), la parodia di Mel
Brooks che prende a picconate il film di Reynolds, ottenendo il risultato di
consacrarne definitivamente il mito, perché una buona parodia sa fare anche questo
e ammettiamolo, il film dei due Kevin in certi momenti è talmente sopra le
righe da risultare perfetto materiale per il grande Mel Brooks.

Eppure “Robin Hood – Prince of Thieves” è tutto tranne che
un filmetto, parliamo di una pellicola che ha davvero smosso il meglio di
Hollywood per fare le cose in grande stile, a partire dalla colonna sonora firmata
da Michael Kamen che dopo due note, non dico che ti faccia venire voglia di
partire per le Crociate (dopo questo film, proprio no) però sottolinea alla
grande la componente epica dell’arciere di Sherwood. Inoltre il film è
impreziosito dal contributo di Bryan Adams alla causa, la sua “(Everything I
Do) I Do It for You” è la ballata strappamutande definitiva, sta a questo film
come alcuni dei pezzi della colonna sonora di Top Gun, una di quelle canzoni che ti fa venire voglia di cantare anche
se non arrivi a prendere le note alte come fa Bryan Adams, che ci tengo a
sottolinearlo è uno che ha frequentato il cinema poco ma sempre con gran stile,
un Bon Jovi decisamente meno tamarro e molto più concreto, anche se i più
giovani alla lettura forse non conosceranno nessuno dei due nomi.

In questi casi si dice: immagini che puoi sentire.

“Robin Hood – Prince of Thieves” ha una serie di primati,
tra qui quello di essere il primo film con cui da spettatore istintivamente mi
viene da identificare l’esordio di Morgan Freeman, lo avevo già visto altrove (tipo in “Glory” altro titolo a cui dovrei dedicarmi, ma sono troppi!),
però ancora oggi quando penso ai tanti ruoli di Morgano Uomolibero, il primo
che mi viene in mente è sempre il suo Azeem, giusto per dirvi dell’imprinting
di questo film sul sottoscritto.

Di sicuro conoscevo già la Lady Marian in carica, Mary
Elizabeth Mastrantonio qui entra in scena mascherata da ninja sadomaso (vi ho
già detto della veridicità storica ballerina del film vero?) per poi attestarsi
sul comodo ruolo della damigella in pericolo, decisamente in contrasto con la
sua parte in The Abyss, ma con quella
montagna di riccioli per me le chiacchiere stanno a zero, ci voleva
qualcuna in grado di dare senso alle parole della canzone di Bryan Adams e
direi che meglio di così non si sarebbe potuto fare, non me ne voglia Robin Wright,
prima scelta per il ruolo, ma lei era destinata a restare nell’immaginario
collettivo la principessa di, guarda
caso Cary Elwes, a volte Hollywood è un posto davvero piccolo no?

“Tu pensi che lo Sceriffo sia cattivo solo perché non hai mai lavorato con James Cameron

“Robin Hood – Principe dei ladri” resta un’esperienza molto
strana, costato 50 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti
defunti, il film ne portò a casa 165 negli Stati Uniti e più di 300 nel mondo,
alla sua prima messa in onda italiana su Canale 5, il 4 ottobre del 1993,
collezionò un ascolto medio di 12.991.000 telespettatori, tra cui sicuramente
una mia ex professoressa delle superiori, che non mi ha mai avuto nella sua
grazie (eufemismo), che cominciò almeno a considerarmi un essere vivente e non
una collezione di brutti voti nella sua materia, dopo che le prestai la VHS per
godersi, parole sue «Quel figaccione di Kevin Costner» (cit.), questo per dire
che il Kev ai tempi spostava, spostava parecchio (storia vera).

Roger Erbet pur apprezzando parte del cast etichettò il film
come torbido, violento, decisamente troppo cupo per i bambini che sarebbero andati
a vederlo, il che è verissimo Ruggero, infatti era proprio il motivo per cui mi
piaceva così tanto da bambino. Pur avendo delle scene che sembrano dei palesi
rimandi al Robin Hood della Disney (il protagonista che si traveste da
mendicante cieco, oppure che ripulisce alcune ricche dame dei loro anelli), il
film rinuncia ai cappelli con le piume e alle calzamaglie (che verranno ripresa
da Mel Brooks) delle precedenti incarnazioni rese celebri da Errol Flynn, basta
dire che lo stesso nome “Robin Hood” attecchisse presso il popolo molto
facilmente, anche se il nostro Robin il cappuccio non lo utilizza quasi mai,
volete mica che Kevin Costner si scompigli il ciuffo!? Insomma una sorta di sindrome di Tony Stark ante litteram, in
cui il volto del divo deve essere sempre in bella vista.

“Sai quante scatolette di tonno ho venduto con questa faccia? Tu vorresti nasconderla?”

Sulle note trionfali di Michael Kamen veniamo aggiornati
sulla storia delle crociate e poi BOOM! Di botto i due Kevin ci portano
proprio in Terra Santa, la Gerusalemme del 1194 è un inferno di segrete,
prigionieri incatenati e torture variegate che non augurerei al mio peggior
nemico, un postaccio in cui si avvertono tutti i patimenti subito da cui Sir Robin
di Locksley (Kevinone nostro) si erge come un eroe, un po’ barbuto e sfatto ma
pur sempre un eroe, basta vederlo mettere la mano sul ceppo pronunciando la
“frase maschia”: «Questo è il coraggio inglese» e questo fanatico di Albione siamo pronti
a seguirlo in capo al mondo, come farà Azeem (Morgano Uomolibero), l’unico che
può aiutarlo davvero a fuggire, il facente funzione di Little John di questa
versione della storia (anche se Little John compare più avanti con il volto di Nick
Brimble), per certi versi la vera novità di questo Robin Hood.

La futura voce di tutti i documentari del pianeta Azeem Morgano Uomolibero.

Già perché con questa stramba coppia di protagonisti, “Robin
Hood – Principe dei ladri” si parcheggia subito comodamente in zona “Buddy
Movie”, per altro rispettando la pigmentazione della pelle dei personaggi come vuole la tradizione. Basta vedere Robin
esultare per il suo faticoso ritorno a casa («La mia terra! La mia terraaaa!»
seguito dall’euforico «Azeem grande essere, sono a casa!», tutto ve lo recito,
tutto!) che già questa stramba coppia di eroi rinati banditi ci ha conquistato,
anche perché si sa che nessuno può controllare il destino di Azeem, specialmente
chi osa attaccarlo sottovento puzzando d’aglio.

“Vuoi smetterla di importunare le lettrici e i lettori della Bara Volante?”

Ma il ritorno a casa di Sir Robin di Locksley è tutto tranne
che pesche e crema, quasi tutto è cambiato, il nome della sua famiglia è caduto
in disgrazia, al suo ritorno ritrova un castello in rovina e un fedelissimo
servitore a cui hanno strappato gli occhi, un saluto speciale a Roger Erbet.
Ciao Roger, sono uno di quei bambini di cui ti preoccupavi, ovunque tu sia tranquillo sto bene, visto?

Kev nella parte di Cassidy che mantiene la parola data, tutti i dettagli nel paragrafo in arrivo.

Forse la modifica più sostanziale rispetto a tutte le altre
versioni di Robin Hood, non è tanto la presenza di Azeem («Che nome è Azeem,
irlandese? Della cornovaglia?», «Moresco»), quanto più che altro l’assenza del
Principe Giovanni, di fatto fagocitato all’interno del mono cattivo, uno che
quando si tratta di divorarsi il film è in prima linea, mi riferisco allo Sceriffo
di Nottingham, interpretato da uno dei più grandi attori della storia del
cinema, il monumentale Alan Rickman che qui, mi permette di completare una
promessa fatta a voi lettrici e lettori tanto tempo fa (immaginatemi pure
mentre di taglio il palmo della mano con il coltello dicendo «Lo giuro sul mio
stesso sangue»), ovvero di portare su questa Bara tutti e tre i capitoli della
leggendaria “Trilogia Rickman della malvagità”, che ricordo essere composta da
questo film, da Carabina Quigley e
ovviamente da Trappola di Cristallo.

Questo non lo aveva fatto nemmeno Giuseppe Conte nei suoi momenti migliori, eppure ha senso che il vecchio Hans odi il Natale.

Lo sceriffo di Alan Rickman è un cattivo da cartone animato,
dodici o tredici metri sopra le righe, talmente assurdo che appunto la
controparte nella parodia di Mel Brooks sembrava quasi morigerato, il classico personaggio che morendo con due litri di bava alla bocca e incastrato in
atteggiamenti laidi («Tu in camera mia alle otto e trenta! Tu, alle otto e
quarantacinque. E porta un’amica!») avrebbe potuto stroncare la carriera a
chiunque, tranne ad un grandissimo attore come Alan Rickman che con un ruolo
così, ha mandato a segno l’ennesima prova da leggenda della sua carriera.

Lo Sceriffo è talmente cattivo che Severus Piton lo utilizza per spazzarci il pavimento.

Rickman qui si divora ogni scena in cui compare, persino le
sue minacce grottesche («Ti strapperò quel cuore maledetto con un cucchiaio!»)
diventano leggendarie tanto che lo stesso Kevin Costner temeva (a ragione) che
Rickman gli rubasse la scena, infatti fece tagliare quante più scene possibili. Se vi capiterà di guardare la versione integrale del film, noterete che tutte
le scene tagliate fanno parte dell’Alan Rickman Show, l’incontro del suo
personaggio con i Celti (comandanti da una sorta di Ivan Drago uscito da uno
spin-off di “Mad Max”, vi ho già parlato della poca veridicità storica vero?),
oppure i vari rituali in stile video musicale degli Slayer che fa insieme alla
strega, roba ben poco raffinata che di fatto fa passare lo sceriffo come un
mezzo satanista, eppure malgrado tutto questo Rickman manda a segno un cattivo
memorabile proprio perché veramente pericoloso, il perfetto controaltare del
protagonista, che per altro è un ruolo fatto dal sarto per far brillare Kevin
Costner.

Come riassumere gli anni ’90 in un fotogramma: Michael Wincott.

Qui il mitico Kev copre tutto il repertorio, da maltrattare
con notevole faccia tosta Guy di Gisborne (Michael “Il cattivo degli anni ‘90” Wincott), fino a fare pace con il suo fratellastro Will Scarlett (Christian Slater, giusto per ricordarci che il film è del 1991), il tutto in costante
lotta con il suo stato di nobile, una trasformazione da ricco figlio di papà
viziato ad eroe proletario che passa attraverso l’amore di Lady Marian e un
numero ragguardevole di frecce scoccate.

“Beh, questo tiro vince la freccia d’oro, il bacio e tutta la baracca” (cit.)

Non può mancare nemmeno il discorso motivazione dell’eroe al
suo nuovo popolo di insorti, e qui io ve lo dico, c’è chi si esalta quando
Kevin risponde alla domanda «Lo sceriffo si è preso tutto quello che avevamo» dicendo «E noi in nome di Dio ce lo riprenderemo!» e chi mente, non si scappa da questa
distinzione.

La battaglia finale poi mi piace perché si rifà a due film
che amo molto, i segni del tempo si vedono tutti, non tanto nella scena girata
ad un numero di fotogrammi più alto, che anticipa il Bullet Time che verrà, quella della freccia in fiamme che compariva
nel mini poster appeso in camera mia, quando più che altro nella battaglia,
dove i trent’anni del film si notano tutti.

E il Robin Hood palloso di Ridley Scott(o)… MUTO!

La battaglia finale tra il discorso (meno esaltante di
quanto lo ricordassi) di Azeem e la messa in scena generale, sembra un po’ una
versione poverina di L’armata delle tenebre, il che è allo stesso tempo un pregio e un difetto, anche se trovo
impagabile l’espressione di Rickman quando si vede entrare l’eroe dalla
finestra, legato con una corda improvvisata in vita come un novello John McClane del 1194, a guardarlo sembra che Rickman voglia dire: «Non di nuovo!»

“Funzionerà?”, “Maccio e Ash Williams non potranno mica sbagliarsi no?”

Devo veramente trattenervi dal non raccontarvi tutto il film
scena per scena recitandovi anche i passaggi meno importanti tipo
l’attraversamento del fiume («Era un uomo ricco di Nottingham che cercò di
guadare il fiume!»), perché davvero questo film attenta al podio di quelli che
ho visto e rivisto più volte nella mia vita, il finale poi è lo sbrago totale,
la musica accenna le note di Bryan Adams e questa versione di Robin Hood si
collega con le altre della “Trilogia di Robin Hood della Bara Volante” perché
l’entrata in scena di Riccardo Cuor di Leone di fatto, sembra una strizzata
d’occhio a Robin e Marian, visto che
il ruolo qui lo ricopre Sir Sean Connery, per alrro strapagato per stare sul set solo due giorni (storia vera). Un giorno qualcuno farà un altro
Robin Hood degno di nota e chiederà a Kevin Costner di interpretare il Re,
allora davvero il cerchio sarà completo, alla faccia dello strambo accento
usato da Kev qui in originale (perché il film l’ho visto tante volte, non per
forza sempre doppiato), in questa versione di Robin Hood così sopra le righe,
ci sta anche che l’eroe Inglese parli tanto come un americano, non ti
preoccupare Roger Ebert, i bambini cresciuti con questo film sono diventati
fanatici di buon cinema lo stesso, ne conosco tanti e faccio parte della
categoria.

“Perdonate Cassidy, la verità è che non può proprio stare senza di me”

Quindi auguri di buon compleanno “Principe dei ladri” e ci
vediamo qui la prossima settimana, per l’ultimo capitolo della trilogia su
Robin Hood, vietato mancare!

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