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Robot Jox (1990): ha la mente di Stuart Gordon ma tutto il resto fa da sé

Forte, con una mano spacca una montagna, dagli occhi sputa fuori i raggi gamma, non c’è chi è più forte di te Mazinga Stuart Gordon… Robot Regista. Si trasforma in un razzo missile, con circuiti di mille valvole, tra la rubrica Above and beyond sprinta e va!

Se siete cresciuti come me a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, di sicuro avrete anche voi i piedi ben piantati in un terriccio culturale fatto di cinema, musica, fumetti, film e cartoni animati alla tv, una generazione teledipendente cresciuta con personaggi spesso importati dall’estremo Oriente e popolari qui da noi almeno quanto laggiù nel Sol Levante. Ci potrà essere qualche futurista tra di voi che preferisce gli Angeli di “Neon Genesis Evangelion” oppure i più conservatori che ancora nel loro cuoricino sognano di farsi lanciare i componenti da Miwa come faceva Hiroshi Shiba. Perché la verità inconfutabile è che un Robot gigante migliora quasi tutto: pensate di andare al lavoro in auto o in bus, oppure di farlo pilotando un colosso alto dodici piani, volete dirmi che non arrivereste sul posto di lavoro con un sorriso (sotto il casco) a 32 denti?

«Parcheggio il robot e andiamo a prenderci il caffè»

Questo è un po’ il motivo (e la confusione) per cui Pacific Rim di Guillermo del Toro ha così tanti estimatori: pescava a piene mani da quei ricordi condivisi di tutti quanti noi… Ma sapete da dove altro pescava con altrettanta enfasi? Da “Robot Jox” di Stuart Gordon, il primo vero pioniere a tentare l’impresa di portare i robot giganti al cinema e per di più, al pubblico americano.

Sì, perché è inutile che io mi dilunghi, Lucius aveva già riassunto la questione con dovizia di dettagli, toglietevi proprio dalla testa che i nostri cugini Yankee siano cresciuti guardando gli stessi cartoni animati giapponesi come abbiamo fatto tutti noi, basta dire che la moda dei “robottoni” è diventata popolare in uno strambo Paese a forma di scarpa negli anni ’90, grazie alle collezioni in VHS della Yamato, su cui gli Americani certo non potevano contare. Quelli gli che gli Yankee chiamano i cartoni del sabato mattina (perché storicamente caciaroni e stupidini) non avevano protagonisti con nomi come Hiroshi Shiba, non hanno mai sentito parlare di Gundam e, se va bene, la trovata più vicina ad un robottone come lo intendiamo noi era il Megazord dei Power Ranger.

«Guillermo del Toro, dobbiamo parlare»

Quindi, quel gran riciclone di Guillermo del Toro, con la sua parabola dal Messico, di certo non prendeva le tv locali italiane, ma da appassionato di film di genere avrà sicuramente visto “Robot Jox”, perché è stato Stuart Gordon il primo armato di robottone a provare a fare il passo (più lungo della gamba) di sdoganare presso il pubblico americano i combattimenti tra robot giganti e lo ha fatto, perché il regista di Chicago ha passato parecchio tempo in uno strambo Paese a forma di scarpa ed anche perché il suo produttore di fiducia Charles Band, nato Carlo Antonini e fondatore della Full Moon Pictures, ha permesso a Gordon di passare parecchio tempo dalle parti di Roma, dove sono stati girati From Beyond e Dolls, ma anche tutti gli interni di “Robot Jox”.

Può essere che Stuart Gordon abbia annusato l’aria italiana e abbia fiutato qualcosa di popolare qui come i Robot giapponesi? Non lo escludo con un pioniere come lui potrebbe anche essere accaduto, ma forse il regista di Chicago, in Italia per girare i suoi Horror, ha solo trovato conferma di qualcosa che nella sua testa era già in movimento, come gli ingranaggi di un robot gigante. Sì, perché secondo le sue dichiarazioni ufficiali, l’idea per “Robot Jox” Stuart Gordon l’ha avuta guardando l’illustrazione sulla confezione di una dei giocattoli dei Transformers, invece di farsi affascinare dal robot trasformabile in prima piano, Gordon era intrigato dai piccoli umani dietro di lui, quelli impegnati alla manutenzione, forse perché il nostro Stuardo si era abituato a pensare che per una storia cinematografica le dimensioni fossero importanti? Dopo aver miniaturizzato una famiglia, era ora di far diventare giganti dei robot.

Stuart uno di noi, anche lui ama giocare con i robottoni.

L’idea a Charles Band piaceva, ma aveva capito che un film del genere avrebbe richiesto un budget più sostanzioso, quindi si rivolse alla Empire (la stessa che si era occupata di distribuire Dolls negli Stati Uniti). I dirigenti della Empire vennero convinti da un piccolo video dimostrativo, un’animazione a passo uno creata da quel genietto di David W. Allen, lo stesso che aveva già lavorato alle bambole di Gordon, ma anche a tanti film di Larry Cohen.

Con un budget imprecisato, ma stimato attorno ai 7 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, Stuart Gordon poteva mettersi al lavoro per una sceneggiatura in cui i piloti dei robottoni, chiamati appunto “RobotJox” inizialmente, diventati poi “Robot Jox” per evitare di passare per una versione “maroccata” di Robocop, il regista di Chicago pensava che avere l’aiuto di un ex militare, per di più piuttosto portato con le storie di fantascienza (eufemismo) come Joe Haldeman poteva essere la strada giusta.

Se non vi piace tutto questo, non vi conosco e non vi voglio conoscere!

I due si conoscevano da tempo perché Gordon aveva cercato di portare al cinema il romanzo di Haldeman “Guerra eterna” (1974), un progetto a cui i finanziatori tagliarono le ali e che Gordon finì per adattare in uno spettacolo teatrale con la sua compagnia. Haldeman era ancora alla ricerca di un modo per entrare nel mondo del cinema dalla porta principale, peccato che tra i due autori cominciò una guerra fredda più sanguinosa di quella combattuta nel film.

Haldeman voleva che il titolo del film fosse “The Mechanics”, Gordon, invece, insisteva per “Robot Jox”… Ma fosse stato solo questo! Il celebre scrittore di fantascienza puntava ad una storia serissima che tenesse conto delle vite dei piloti, tratteggiati da Haldeman come quegli ex militari che lui per suoi trascorsi conosceva bene, Gordon, invece, insisteva perché i personaggi fossero più stereotipati possibile, il che se si trattasse di qualunque altro regista lo interpreterei come una scelta suicida, ma conoscendo il cinema di Gordon capisco il motivo della sua insistenza.

Il nostro Stuardo aveva la capacità di prendere personaggi stereotipati, spesso anche sopra le righe e, grazie alla sua regia e alla sua capacità di dirigere gli attori, di utilizzarli per far emergere il lato più grottesco dell’animo umano. Diventa chiarissimo guardando i suoi primi film, ma ancora di più con Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi, senza la regia di Gordon i personaggi di quel film restano quanto di più canonico si sia mai visto.

I robo-titoli di testa come da tradizione della robo-rubrica.

Haldeman voleva provare a rendere la scienza plausibile, Gordon voleva cliché e personaggi caricaturali perché sapeva come poterli utilizzare al meglio, il primo voleva un film per adulti che poteva interessare anche ai bambini, il secondo l’esatto contrario, infatti, i due inconciliabili punti di vista rendono “Robot Jox” un pasticcio con una trama che viene tirata per la giacchetta da una parte e dall’altra, passando dalla caciara all’essere incredibilmente serio nel giro di un paio di scene. Insomma, “Robot Jox” ha avuto l’intuizione giusta, esisteva e ancora esiste un pubblico per i film con i Robot giganti che si menano e lanciano missili, purtroppo il film è stato un colpo sparato nella direzione giusta che ha mancato il bersaglio di alcuni metri.

La trama parla della nuova società sorta cinquant’anni dopo un disastroso olocausto nucleare, talmente devastante da aver convinto l’umanità a bandire la guerra, almeno quella come l’abbiamo sempre intesa, sostituita da combattimenti autorizzati tra Robot giganti guidati da piloti professionisti chiamati Robot Jox. Spero non vi sfugga l’ironia caustica molto in stile Gordon, l’umanità quasi distrutta dalla guerra non ha rinunciato ad essa, gli ha solo cambiato forma.

«Guerra Robotica, e sei il protagonista» (quasi-cit.)

Le nazioni sono un ricordo, quelle sopravvissute si sono fuse in due blocchi opposti: da una parte il Mercato (immaginate tranquillamente gli Stati Uniti) dall’altra la Confederazione (ispirata all’ex unione Sovietica). Se una delle due fazioni avanza pretese su un territorio, i Robot Jox a bordo dei loro Robot giganti si sfidano per il possesso, quindi immaginatevi Russi e Yankee pronti ad ammazzarsi per il diritto di chi deve passar le vacanze in Sardegna o roba così.

Quando Yankee e Russi si incontrano in coda per il traghetto ad Olbia.

Stuart Gordon non prende prigionieri: i primi cinque minuti di film (quelli fatidici) ci raccontano tutto quello che vi ho appena descritto per immagini, sottolineando la superiorità tecnica e tattica della Confederazione. Questo, forse, è il motivo per cui il Mercato ha in cantiere una nuova generazione di super piloti creati in provetta chiamati GenJox (oppure “Provette” con mal celato disprezzo da parte dei Robot Jox), una sottotrama interessante che non sembra portare davvero a nulla, se non ad introdurre la protagonista femminile chiamata Athena (Anne-Marie Johnson) una sorta di “donnouomo” che intreccia un rapporto di amore e odio stile Lilly e il Vagabondo (ma senza polpettine passate con il naso) con il protagonista, lo sfregiato Robot Jox  di nome Achille (Gary Graham), perché in questo film tutti i personaggi di una fazione hanno nomi di ispirazione all’antica Grecia, nemmeno fossero il Pantheon, il super gruppo guidato da Hulk quando a scriverlo era Peter David, tanto per stare in tema con una storia di fantasia degli anni ’90.

Quando l’hanno creata in provetta, devono essere scappati un po’ troppi cromosomi Y secondo me.

I personaggi, come detto, sono più che stereotipati, il capo del programma Robot Jox è un Giapponese di (cog)nome Matsumoto (Danny Kamekona), personaggio inserito, forse, per pagare il debito con i Robottoni giapponesi, mentre il responsabile dei Robot Jox è il più Yankee di tutti, si chiama Tex ed ha il cappello da Tex (Michael Alldredge). Mentre per la fazione opposta, il più caratteristico di tutti, ma anche l’unico Russo cattivone che vediamo nel film è il tostissimo Alexander (Paul Koslo) di fatto l’Ivan Drago di turno.

Il cappello dovrebbe farvi intuire che lui è Tex.

Sì, perché malgrado “Robot Jox” sia uscito nel 1990 sembra un riassunto di tutto quello che ha caratterizzato il decennio precedente, malgrado il muro di Berlino fosse caduto Stuart Gordon era ancora qui a fare metafora della Guerra Fredda, probabilmente fregato dalla lunga post produzione del film di fatto il regista di Chicago è arrivato lungo, ma nei brevi spaccati di vita delle persone che si muovono ad Ovest dei robot e dei loro piloti, forse Gordon qualcosa l’ha anticipato anche qui. Ad esempio, il regista è riuscito ad infilare sua moglie Carolyn Purdy-Gordon anche in questo film in un piccolo ruolo, proprio come ha fatto con il suo attore feticcio ovvero Jeffrey Combs che qui vediamo brevemente mentre interpreta un tizio impegnato a scommettere sul prossimo combattimento tra robot. Quello che colpisce è il fatto che tutta la popolazione indossi una mascherina sul volto. Ho rivisto questo film per questa rubrica qualche tempo fa ed è un dettaglio che non avevo mai notato prima, ma oggi è diventato sinistramente attuale.

«Siamo di nuovo in zona arancione eh?», «Lascia perdere, non ne usciremo mai»

Achille e Alexander si scontrano per il possesso dell’Alaska, per il pilota del Mercato sarà l’ultimo dei dieci combattimenti del suo contratto, ma qualcosa va dannatamente storto: lo scorrettissimo Alexander spara contro il pubblico e Achille nel tentativo disperato di salvare gli spettatori fa una fagiolata cascando con il suo gigantesco robot sulle gradinate, per altro, le urla degli spettatori spiaccicati dal robot sono state campionate per il brano The Becoming dei Nine Inch Nails (storia vera).

I beat my machine / It’s a part of me, It’s inside of me.

Da qui iniziano i dolori del giovane Werther Achille, idolatrato in quanto super campione dei Robot Jox, ma convinto a mollare tutto e smetterla per sempre con questa vita, il tutto mentre intreccia una sorta di combattiva relazione amorosa con Athena e mentre l’odioso Alexander lo tormenta anche al bar, per convincerlo a combattere ancora. Verrebbe da domandarsi come mai Achille continui ad andare ad ubriacarsi nello stesso bar dove puntualmente ritrova Alexander, ma considerando che il film ha tre location in croce (nemmeno fosse una soap opera), forse si tratta di mancanza di alternative.

Sì, perché se la preparazione alla partenza dei Robot è curata anche nei minimi dettagli, con tutte le scalinate, gli ascensori e i caschi da indossare, il resto delle scenografie e delle location del film non sono altrettanto curate, vediamo un paio di casermoni e poco altro. Basta dire che l’appartamento futuristico dove vive Achille, sembra il monolocale di Renato Pozzetto in “Il ragazzo di campagna” (1984), che Gordon abbia visto anche di Castellano e Pipolo durante il suo soggiorno italiano?

Calcio a girare… TAAK!

“Robot Jox”, come detto, è un pasticcio, alterna toni serissimi a momenti da cartone animato (del sabato mattina) che aggrediscono gli occhi dello spettatore, i rapporti tra personaggi procedono a strappi, basta dire che la storia d’amore tra Achille e Athena sembra più che altro sesso sportivo fatto per tenersi entrambi in allenamento, tanto che quando la GenJox s’intrufola nel Robot di Achille per andare a sfidare Alexander, il ritorno in scena del protagonista non sembra un atto d’amore eroico, ma solo qualcuno a cui hanno fregato il robot da sotto il naso.

La pube-sega vi sembra strana? Tranquilli, tornerà nel corso della rubrica (il tocco dell’autore!)

Non aiuta nemmeno che a metà del mega combattimento contro Alexander, i Robot decidano di trasferirlo nello spazio, una svolazzata senza ragioni che, se non altro, ci mostra alcune esplosioni senza sonoro (perché nello spazio il suono non si propaga) che è l’unica accuratezza scientifica del film, anche se sospetto che sia stato un modo per risparmiare sul montaggio sonoro.

Anche il finale, l’epica dei due guerrieri che combattono fino ad andare oltre i limiti imposti del loro ruolo e si riconoscono come guerrieri, mostrando il rispetto che si deve ad un tuo pari grado (a colpo di clamorosi “Bro-Fist” come piace a questa Bara) è una trovata raccontata in maniera talmente grossolana da sembrare solo il pasticcio finale di una trama che è un grosso pastrocchio.

Una variante con pollice alto del saluto ufficiale della Bara Volante.

Insomma, un disastro? No, perché per fortuna ci sono i combattimenti, girando tutti gli esterni nel deserto del Mojave Stuart Gordon ha potuto sfruttare come sfondo la vera sabbia e le montagne offerte dal paesaggio californiano, mentre grazie all’animazione a passo uno di David W. Allen, i modellini di robot belli, dettagliatissimi e inquadrati in primo piano creano sul grande schermo quell’illusione di un grande combattimento tra Robot alti come un grattacielo, anche se di tratta solo di un trucco di prospettiva tipico del cinema.

I modellini, poi, sono qualcosa di realistico che gli animatori di David W. Allen potevano toccare e muovere e questo è un grande vantaggio, perché al cinema, per quanto tutto sia un tripudio di finzione, quando inquadri qualcosa di reale e tangibile come un modellino, sul grande schermo risulta molto più realistico anche della migliore CGI moderna. Tra Haldeman e Gordon, forse ad avere ragione era il secondo, perché conscio dei suoi mezzi sapeva che da questi combattimenti orgogliosamente analogici e dai personaggi stereotipati, lui avrebbe saputo come tirare fuori il meglio da un progetto così rischioso.

Pacific Rim ventritrè anni prima di Pacific Rim.

Anche perché la fanfara composta nella colonna sonora di Frédéric Talgorn fa ancora il suo glorioso effetto ed è fantastico vedere questi robottoni (in realtà minuscoli) colpirsi, sparandosi addosso missili, oppure trasformarsi in mezzi cingolati, il tutto mentre combattono a colpi di sega circolare, pugni e armi, uno spasso totale anche se tutte queste trovate volutamente retrò fanno sembrare il film del 1980 più che nel 1990, basta paragonarlo con il quasi omonimo Robocop uscito solo tre anni prima, anche se a confronto sembrano due film di due ere geologiche differenti, non solo per il budget.

Anche perché i costi di produzione si sono rivelati insostenibili per la già barcollante Empire, infatti per uscire in sala “Robot Jox” venne salvato da una seconda casa di produzione, la Trans World Entertainment che dovette metterci anche dei soldi, portando la spesa finale attorno ai dieci milioni di dollari, un investimento a perdere visto che il film di Stuart Gordon raccolse al botteghino poco più che risate e poco meno di un milione di incassi, ennesima conferma che a crescere guardando cartoni animati con Robot giganti, siamo stati solo noi Italiani.

Esplosioni (grosse) di modellini (piccoli)

Il crollo della Empire e l’incasso infinitesimale hanno bollato “Robot Jox” come un culto per pochi, un film coraggioso, ma pasticciato in cui Stuart Gordon è riuscito a mantenere comunque intatta la natura da vero indipendente del cinema di genere, anche se è difficile trovare qualche continuità tematica con i suoi film precedenti. Forse l’unica continuità è proprio questa: Gordon non ha mai nascosto il suo amore per il cinema di genere, non l’ha mai utilizzato come ripiego per volontà artistiche insoddisfatte, Gordon ha sempre avuto un autentico amore per i film di genere e sognava davvero di raccontare la sua storia di robot giganti impegnati a menarsi, il risultato è più onesto che davvero riuscito, ma il cuore (d’acciaio) non è in discussione la prossima settimana, affronteremo un’altra di questa orgogliose sortite nel cinema di genere più puro, non mancate! Stuart! Cuore e acciaio, Stuart! Cuore e acciaio, cuore di un ragazzo che, senza paura sempre lotterà!

Sepolto in precedenza venerdì 5 marzo 2021

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