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Rocky (1976): quarant’anni che scalda i cuori

Ci sono icone che riescono a superare anche il limite del formato
cinematografico, talmente grandi da diventare patrimonio di chiunque su questo
gnocco minerale che ruota intorno al Sole. Di tutti i protagonisti di questa élite
di pellicole in grado di scaldare il cuore degli spettatori, Rocky è il più
umano di tutti, un mito che in questi giorni torna in sala per celebrare i suoi
primi 40 anni… Pensate davvero che mi sarei perso questo compleanno?

Esiste un
enorme pregiudizio intorno al personaggio di Rocky Balboa, legato a filo doppio
con la fama dell’uomo che lo ha sempre impersonato e creato, lo “Stallone
Italiano” è assorto a vette di tamarrraggine assoluta, arrivato a rappresentare
il meglio (e il peggio) dell’America Reaganiana e attraverso colonne sonore da
battaglia, patrimonio mondiale dei lettori MP3 usati durante gli
allenamenti di tutti, non fate i superiori: anche il vostro, come se non vi
conoscessi mascherine…
Ma questa
scalata “from zero to hero” è iniziata con un piccolo film in cui nessuno
credeva, se non il suo sceneggiatore, una pellicola che, dopo
quarant’anni, ha tutto per sorprendere quegli spettatori che proprio per quella
(brutta?) fama da filmaccio d’azione con quel tamarro di Stallone come
protagonista, hanno sempre snobbato, ancora oggi un film in grado di apici di
malinconia infiniti alternati a momenti di esaltazione pura. Se l’idea dei
Classidy è nata per celebrare i film fondamentali, “Rocky” deve per forza fare
parte di questo club, un archetipo cinematografico bellissimo e invecchiato
alla grande… Vai con il cartellone!



“Rocky” è un
capolavoro non perché ancora oggi centinaia di persone sono pronte ad
additarlo come il loro film preferito di sempre, nemmeno perché è nella
classifica dell’American Film Insitute dei “Cento film americani più importanti
di sempre (57esimo posto per la precisione), non pensate ai sette seguiti
(contanto anche Creed), non contano
nemmeno i due Oscar (Miglior film e miglior regia) e nemmeno per il primato
personale di Stallone, nominato per la celebre statuetta sia come miglior
attore che come miglior sceneggiatore, un onore che prima di lui era toccato
solo a Charlie Chaplin e Orson Welles… Non propriamente gli ultimi della pista.
No, questo è
tutto un extra, “Rocky” è un capolavoro perché è un film in grado di schivare come
pugni quasi tutte le scelte di sceneggiatura facili e melense, optando sempre
per la soluzione più difficile, ma anche la più efficace e giusta per la storia. Certo qualche bel diretto sentimentale c’è e lo centra dritto in faccia, ma il
film arriva alla fine come il suo protagonista, in virtù di un cuore enorme,
che da quarant’anni affascina gli spettatori e li convince a tifare per lui, un
film fondamentale che ovviamente… Nessuno voleva produrre.

Eh lo so Silvestro, è tosta quando nessuno crede in te.
Nel 1976 Sylvester
Stallone era un nessuno, con grossi problemi economici e l’allora sua prima
moglie in dolce attesa, la sua sceneggiatura del film (scritta in tre giorni)
veniva puntualmente rifiutata da tutte le maggiori case di produzione, per una
semplice ragione: nessuno credeva in lui considerandolo bravo, ma non
abbastanza, un brocco non meritevole di attenzione, proprio come Rocky
all’inizio del film.
Solo la United
Artists dimostra un minimo di interesse nella sceneggiatura, i produttori Irwin
Winkler e Robert Chartoff offrono un bel po’ di ex presidenti defunti ritratti
su carta verde per i diritti di sfruttamento, ma Stallone, sfidando la logica,
le bollette arretrate e immagino anche le lamentele della moglie, rifiuta, il
film si farà, ma solo con Sly nel ruolo di sceneggiatore e di protagonista, così
o niente.
La United
Artists fissa il budget sui due milioni, ma pretende uno a scelta tra Robert
Redford, Ryan O’Neal, Burt Reynolds o James Caan come protagonista. Stallone
agita il ditone a tergicristallo, mette le corna per terra e non si muove di un
centimetro: “Ok hai vinto, ma ti diamo solo un milione, fattelo bastare…”.
Basterà, considerato che al botteghino i dollari entrati nelle casse della UA
sono stati: 225… Sì, ma milioni!



Greeting from Philadelphia, la città dell’amore fraterno…
John Boorman rifiuta
la regia che viene, quindi, affidata a John G. Avildsen, lo stesso che nel 1984
dirigerà il primo “Karate Kid”, ma questa… E’ un’altra storia.
Avildsen è
l’unico con un minimo di esperienza chiamato a tenere a bada una banda di gatti
senza collare armati di buone intenzioni, ma nuovi del mestiere, come il
compositore Bill Conti al suo primo film, il direttore della fotografia James
Crabe che fino a quel momento aveva lavorato solo per la televisione, anche se
non si direbbe, visto il risultato finale della pellicola.
Ma l’uomo
della svolta è Garrett Brown, originario proprio di Philadelphia, pronto a
volare ad LA per mostrare un corto da lui realizzato utilizzando la sua ultima
invenzione: la steady-cam, una cosina che qualche gioia cinematografica in
linea di massima l’ha anche regalata. Avildsen vede il corto e chiama Brown,
stai fermo lì tu e quel tuo gioiello, tanto stiamo venendo tutti già nella
città dell’amore fraterno per girare, prepara la pellicola che abbiamo poco
tempo. Infatti, il film viene girato in 28 giorni, come ha dichiarato Stallone,
il tempo di gestazione di un girino.



Garrett Brown dedica un primo piano alla notevole giacchetta di Sly.
La steady-cam
diventa fondamentale per rendere più dinamiche la appena appena (ma proprio due
righe) celebre corsa sulle scalinate del museo dell’Arte di Philadelphia, di
quell’altra scena piuttosto famosa dell’allenamento (icona da lasciare aperta
che ripasso, oh se ripasso!) e del match finale, in cui quattro round sono stati
girati per intero una volta con Garrett Brown e la sua steady-cam dentro il
ring e una seconda dal punto di vista degli spettatori.
Per il
soggetto del film, Stallone si è ispirato al match del 24 Marzo 1975 tra Chuck
Wepner e Muhammad Ali (Bumaye campione, che la terra ti sia lieve…), i più
pensavano che se Wepner avesse retto tre round con Alì sarebbe stato un mezzo
miracolo, incredibilmente il pugile del New Jersey portò Alì fino all’ultima
ripresa, la quindicesima, prima di incassare il KO tecnico sotto i colpi del campione, quindi nella testa di Stallone, il campione del mondo Apollo Creed,
doveva essere qualcuno con lo stile, la potenza e la faccia da schiaffi di Muhammad
Ali.
Durante
l’audizione al grande Carl Weathers venne chiesto di boxare un po’ con Sylvester
Stallone, convinto della sua prova Weathers parlando con John G. Avildsen, fa
notare al regista come la sua prova sarebbe anche migliore quando potrà
recitare insieme ad un attore vero e non il primo che passa preso a fare da
sparring partner. Avildsen scoppia a ridere dicendo: “Guarda che quello è
l’attore protagonista ed è pure lo sceneggiatore del film”. Risposta secca di Weathers:
“Well, maybe he’ll get better.”
Dopo quella
Stallone ha capito di aver trovato il tipo giusto per la parte di Apollo.



“Ok ci sto, prenderò a pugno il vostro sceneggiatore”.
All’appello
manca solo Adriana, Susan Sarandon venne scartata perché considerata troppo
caruccia per la parte, dopo il provino Stallone capisce che Talia Shire è
perfetta per la parte, la sorella di Francis Ford Coppola, arrivava dritta dal
successo de “Il Padrino” (Parte prima e seconda) e siccome Sly non ha pensato
ad un cognome per Adrian (solo nel nostro doppiaggio si chiama Adriana), la
Shire propone Pennino, il nome da ragazza di sua madre.



Adriana, la bella del film…
…Ecco, così va già meglio dai!
Ma staremmo
qui a parlare dell’aria fritta se non fosse per Sylvester Stallone… Sì, perché
sul set, sempre che così si possa chiamare (non c’erano nemmeno le roulotte per
gli attori perché il budget non lo consentiva), era il più concentrato di
tutti, pronto a scrivere di getto parti aggiuntive per di far funzionare meglio
il film, pare che Sly abbia scritto grossomodo 300 pagine extra, probabilmente
con i costumi di scena addosso che per altro, in qualche caso, sono stati
improvvisati, come la giacca di pelle e il cappello di Rocky, pescati nel
vicino negozio dell’usato (storia vera).



“…On the streets of Philadelphia”.
Quello che l’accademy award non capì nel 1976 (e a dirla tutta nemmeno nel 2015
per Creed) è che non esiste un altro
bipede sulla Terra in grado di interpretare Rocky meglio di Stallone, perché
Sly e Rocky Balboa sono la stessa persona, unico caso della storia del cinema
in cui un attore ha interpretato (alla grande) lo stesso personaggio per sette
volte di fila, senza mai vincere la famosa statuetta… E con questo riassumo
tutto quello che penso degli Oscar.
Stallone ha
messo nel personaggio tutta la sua frustrazione di attore considerato troppo
scarso da tutti quelli del giro che conta e ha ricalcato il
personaggio su se stesso anche nei dettagli, quando mostra ad Adriana il suo
dito rotto, non è un effetto speciale, Stallone si era rotto davvero il dito
giocando a Football al college, le foto del giovane Rocky, Stallone le ha
portate da casa pescando dalle foto d’infanzia. Anche Butkus (Birillo stando al doppiaggio
italico), il Bullmastiff che Adriana regala a Rocky nel corso del film, era il
vero cane di Stallone… Questo spiega perché il cagnone rumoreggia felice ogni
volta che Rocky entra in scena.



Ben prima della tigre, c’erano solo gli occhi del Bullmastiff …
Se vogliamo
dirla tutta, Rocky è mancino proprio come Stallone, infatti qualche anno
dopo Rambo, impugnerà l’arco con la mano destra (l’arco si solleva con la mano
debole), questo livello di sovrapposizione tra autore e personaggio, si
rispecchia anche nella recitazione di Stallone, uno chiamato alla grande
occasione, quella che capita una volta nella vita e, proprio come il suo
protagonista, ha saputo andare contro i limiti apparentemente impossibili
dell’impresa, ritagliandosi un posto nella storia del cinema, nella cultura
popolare, della musica e negli spettatori. Qui stiamo celebrando i primi
quarant’anni del film, ma sono sicuro che tra altri quaranta, ci saranno ancora
persone pronte ad innamorarsi di questa storia e di questi personaggi,
garantito al limone!
Questo perché
“Rocky” è un film autentico, composto quasi interamente da cuore, per essere un
dramma sportivo ha una componente emotiva gigantesca e non ha nessuna vergogna
di mostrarlo, malgrado tutta questa emotività Stallone è stato impeccabile
nel non cadere mai nello stucchevole, anche le parti meno credibili (per non dire
del tutto implausibili) della trama vengono percepite come realistiche, non si
tratta nemmeno di sospensione dell’incredulità, ma proprio di patteggiare
completamente per i protagonisti della vicenda.



“Cioè vieni a vederlo il mio film? Non è violento, vola giusto qualche pugno”. 
Questa
vittoria è stata ottenuta da Stallone combinando dialoghi scritti come si
scrive in paradiso e momenti in cui le parole vengono messe completamente da
parte, in favore dell’azione in scena, che poi è quello che il cinema
dovrebbe sempre fare. Un lavoro di one-two-punch da grande pugile che per tutta
la durata del match/film, regala momenti straordinari.
Rocky non ha
nulla del vostro classico eroe cinematografico, non è particolarmente bello e
di sicuro nemmeno intelligente, anzi, non brilla per nulla per comprendonio, ha
un solo talento nella vita, anzi due: sa fare a pugni e ha la testa dura, cosa
che comunque non lo aiuta, infatti quando facciamo la sua conoscenza nella
prima scena, vince sì il match, ma la poca gloria di quella vittoria in un
circuito minore, va di pari passo con i movimenti sgraziati del personaggio.



Invenzione geniale del doppiaggio Italiano: le mitiche Tarta & Ruga.
Fuori dal ring
le cose non vanno meglio: tutti i personaggi sono la fotografia perfetta di
proletariato di una città tosta come Philadelphia, non vorrei esagerare dicendo
che sembra di guardare un film neorealista, ma quasi. I personaggi sono dei
semplicioni nei quali qualche volta ci si riconosce e altre volte si prova
empatia per loro, in ogni caso è impossibile non prendere le loro parti, basta
guardare Paulie, il fratello di Adriana che nella prima stesura avrebbe dovuto
essere la madre della ragazza (storia vera) e una volta convertito nel
fratello maggiore, avrebbe dovuto essere Harvey Keitel, invece ha il volto e
il corpaccione del grande Burt Young che si destreggia alla grande nei panni
di un personaggio difficilissimo, sia da scrivere che da interpretare, risultando incredibilmente reale, anche nel suo complesso rapporto con
Rocky, di cui diventerà una specie di grillo parlante armato di bottiglia, la
voce della sua coscienza.

“Ma no fidati, puoi prenderle a pugni, non ti preoccupare dei Vegani”.
Proprio i
personaggi tengono banco, la parte romantica dovrebbe essere la sottotrama in
un film sportivo, no? Sbagliato! “Rocky” si dimostra un film speciale anche in
questo, infatti per moltissimi minuti, la boxe resta sempre sullo sfondo, se
non fosse che Rocky non parla d’altro, sarebbe quasi assente, al centro di
tutto ci sono Rocky ed Adriana, l’apice del loro rapporto è nella fantastica
scena del pattinaggio, aaah! E ‘mo mettetevi comodi che ne parliamo!
Nelle
intenzioni iniziali di Stallone, sulla pista avrebbero dovuto esserci 300
comparse impegnate a darci dentro con i pattini da ghiaccio, ma il budget
consente di avere ben… Aspettate che controllo, una comparsa. Come si fa? Gli
si fa interpretare il custode, il risultato, però, è un capolavoro di regia e
sceneggiatura.
Quei due sono
da soli sulla grande pista, una è tutta imbaccuccata nascosta sotto cappello e
occhialoni, l’altro è talmente fuori luogo che non ha nemmeno i pattini,
infatti corricchia sul ghiaccio accanto ad Adriana. In un film normale,
vedremmo solo tante inquadrature ravvicinate sui protagonisti, John G. Avildsen,
invece, riprende i due da lontano all’inizio e man mano che Rocky parla ed
Adriana inizia ad ascoltarlo davvero, si avvicinano alla macchina da presa, in
una scena di gran dinamismo, ma anche molto tenera.



Forse il mio momento preferito di tutto il film…
Primo
appuntamento: lei non parla, guarda solo la punta delle proprie scarpe, lui
cosa fa? Si apre con la ragazza nell’unico modo che conosce: parlandole di
quello che ama, ovvero la boxe, aprendole le porte del suo mondo, il tutto con
il custode (pagato profumatamente!) che scandisce il tempo. Come a ribadire che
Rocky ogni volta, ha una sola, breve occasione per trionfare: tutto o niente.
Poi ho sempre
trovato geniale il (quasi) monologo di Rocky sul fatto di essere un mancino, lo
descrive come la ragione per cui nessuno ha mai voluto dargli una possibilità
vera (i mancini sono più pericolosi), ma anche come una scusa per giustificare
il fatto che non abbia mai sfondato e che faccia il picchiatore per un
mafiosetto asmatico… No, dai, trovatemi dei dialoghi migliori di questi forza!



“Hey non mi hanno spiegato come ci si ferma!”.
I dialoghi
sono fantastici e ancora di più il modo in cui Stallone faccia sistematicamente la scelta più complessa. 



Quando Apollo
sceglie da un catalogo (letteralmente!) di affrontare “Lo Stallone Italiano”,
perché suona bene il nome ed è in linea con l’investimento fatto, una mossa di
marketing che poterà Rocky, un pugile locale sconosciuto che il primo di
Gennaio, affronterà il campione del mondo dei pesi massimi (gulp!). Tutti gli
altri pugili hanno rifiutato, nessuno vuole essere ridotto a carne tritata in
diretta mondiale, mettendo a repentaglio vita e carriera, quando il promoter di
Apollo spiega a Rocky l’offerta, in un film normale, partirebbe uno smarmellato
momento di esaltazione misto a sorrisi, la celebrazione del sogno americano. Invece Stallone/Rocky rifiuta, troppo consapevole della disparità tra lui e il
campione del mondo, non lo vediamo mai dire di sì, la sceneggiatura toglie allo
spettatore la sedia comoda della celebrazione e, anzi, calca la mano: quando
Rocky compare in tv nella conferenza stampa con Apollo, fa una figura da
provincialotto tirato insieme per l’occasione (infatti chi glielo fa notare?
Paulie, ovvio…).



“Sembri un pesce lesso vestito a festa”.
Ed è qui che
Stallone e Avildsen piazzano il loro colpo migliore, sempre alternando dialoghi
e azioni mostrate come un pugile che cerca di fiaccare l’avversario. In un
qualsiasi altro film, il protagonista confesserebbe i suoi timori, le sue
paure, la sua ansia di non essere all’altezza, invece sceneggiatore e regista
iniziano a caricare Rocky di motivi per reagire e proprio queste motivazioni
sono il fuoco che alimenta Rocky nei suoi allenamenti, vi ero debitore di un’icona lasciata aperta no? Ecco, questo è il momento giusto per riprenderla!
Dopo la
(bellissima) scena del litigio e della successiva riappacificazione con Mickey
(gran momento che alterna dialoghi e azioni solamente mostrate), arriva quello
che è a tutti gli effetti il marchio di fabbrica di Rocky: il training montage!



Con cinque uova si può fare una frittata oppure la storia del cinema.
Girato tutto
in stile Guerriglia (ovvero senza permessi) per le strade di Philadelphia, la
corsa di Rocky è esaltante, considerate che nella scena del mercato, quando il
tizio lancia a Stallone un’arancia, non era nella sceneggiatura, siccome la
macchina da presa era nascosta in un furgone, il tipo non sapeva di essere in
un film (immagino lo abbia scoperto solo una volta seduto in sala). Questo per
dirvi di quanto Philadelphia, sia fondamentale nel film: città tosta che ama
gli “Underdogs” come li chiamano, loro che lavorano sodo. Non è un caso se per
anni hanno tifato per uno come Allen Iverson, che fra tutti gli atleti reali, è
stato il più Rocky di tutti.



Trying hard now! Getting strong now!
Sono sicuro
che ogni giorno, da quarant’anni, qualcuno rifaccia la celebre scalata di Rocky
sulla scalinata del museo di Arte di Philadelphia, di sicuro è quello che farei
io se mai ne avessi la possibilità (sicuro come la morte e le tasse!), il
training montage sulle note di “Gonna Fly Now” di Bill Conti, è un momento talmente
iconografico che è diventato un vero e proprio modo di dire l’avete visto “Team
America”, no? Ecco, ma non solo! Sfido chiunque di voi a dirmi che correndo,
andando in bicicletta, allenandosi in palestra, a casa, al campetto, ad ogni
piccolo, ma visibile miglioramento della propria condizione fisica, non abbia
pensato a Rocky. No, sul serio perché non ci credo, siate onesti e venite qui a
dirmelo se non è così… Anche questo dice dell’enormità di questo capolavoro del
cinema.



Come ci sentiamo tutti, alla fine di una sessione di allenamento di qualunque sport.
Per concludere
il discorso su questa storica scena, Bill Conti non aveva un titolo per il
pezzo quando lo fece ascoltare per la prima volta a John G. Avildsen, fu
proprio il regista a battezzarlo dicendo: “It should be almost like Rocky
is flying now”… BAM! Ecco il titolo!
I dialoghi
ritornano centrali soltanto nella scena chiave presente nel pre-finale del
film, Rocky torna a casa e finalmente confessa il suo stato d’animo ad una
assonnata Adriana, l’incontro con Apollo è molto di più del risultato finale,
sarà il momento chiave della sua vita, se riuscirà a resistere e restare in
piedi fino alla fine, dimostrerà a se stesso di non essere solo un bullo di
periferia. Il singolo momento in cui qualunque spettatore non può non tifare
per questo personaggio e la sua volontà ferrea di riscatto morale.



“Devi proprio stare nel mio letto a fare monologo chiave di tutto il film?”.
Anche in
questa scena, personaggio e autore sono chiamati alla prova della vita, una
sola occasione per dimostrare tutto, perché la produzione non era convinta
dell’utilità di quel dialogo, Stallone di nuovo, corna per terra a ribadire che,
invece, questo è il momento chiave del film. L’accordo anche per motivi di tempo
e budget prevede un solo ciak a disposizione per Stallone, un’altra
occasione unica per dimostrare il suo valore, tutto o niente. Se ricordate la
scena, se l’avete vista… In linea di massima avete intuito com’è andata a
finire: dritta nel montaggio finale, buona la prima (ed unica).
Il match con
Apollo Creed poi, vabbè, manuale e stampo per tutti gli altri match di boxe
visti al cinema, l’ingresso tamarro di Apollo, il cameo di Joe Frazier e la
coreografia dell’incontro, ideata da Stallone (anche questa!), ripetuta
all’infinito da Sly e Carl Weathers, sul set e fuori, procurandosi diversi
infortuni reciprochi, con i primi due round mostrati per intero e Rocky che
manda Apollo a terra (per la prima volta in carriera) proprio grazie al suo
sinistro.



“Sicuro di essere Apollo? Perché mi sembri grosso come tutto l’Olimpo”.
Ma è nel
finale che “Rocky” scrive per sempre la sua leggenda andando su su su, nel Valhalla dei migliori film di sempre, anche nell’immaginario del pubblico. L’incontro è finito, Rocky è rimasto in piedi fino al quindicesimo, fatidico
round, ha dimostrato a se stesso e al mondo di non essere solo un bullo. Qui
Stallone e John G. Avildsen avevano idee differenti per il finale, scartata
l’idea di far morire Rocky sul ring (un opzione lungamente considerata), Avildsen
vorrebbe mostrare chiaramente il vincitore e concludere il film, Stallone è del
parere che, invece, non sia quello l’obbiettivo finale. La vera conclusione
dell’arco narrativo di Rocky e Adriana, girando la scena, Avildsen capisce
guardando i giornalieri che manca qualcosa… Toh! Aveva ragione Stallone! Anche
questa volta.
Nella scene
definitiva, che immagino abbiate visto un paio di volte in vita vostra, Rocky e
Adriana si cercano, anche la musica sul teso andante è un indizio del fatto che
il match è finito, ma il film non ancora, mentre inizia l’annuncio finale
dell’arbitro, Adriana tenta di raggiungere Rocky e il verdetto che incorona
Apollo Creed vincitore del match ci viene mostrato frettolosamente, l’attenzione
è tutta sui protagonisti, d’altra parte per due ore abbiamo seguito le loro
vicende, quindi anche in questo affollato finale si fa il tifo per loro.



“Mi piace come sei vestita oggi,..”.
Arriva il
momento che espone il fianco alle critiche, ovvero l’iconico urlo di Rocky
“ADRIANAAA!”. M’immagino sempre l’intervista mandata in onda dopo il match:
“Rocky hai fatto un’impresa eccezionale, cosa vuoi dire al pubblico a casa?”,
“ADRIANAAA!”, “Ehm sì, ma chiederai una rivincita ad Apollo?”, “ADRIANAAA!”… E
via così, ma in fondo sapete che vi dico: chissene strafrega! A questo punto
siamo solo qui per vedere come finisce la storia tra quei due, ogni momento
conta, persino Adriana (“ADRIANAAA!”) che perde il cappello ogni volta mi fa
pensare: “Oddio! Ha perso il cappello!”. Giusto per dirvi del livello di
coinvolgimento della scena.

ADRIANAAA! Hai perso il cappello! ADRIANAAAAAA!“.
Il colpo di
scena della vittoria di Apollo è un’altra scelta di sceneggiatura
anti-convenzionale, ma a questo punto il film è già arrivato al suo obbiettivo,
che non era quello di vincere, ma di resistere e riscattarsi, infatti solo quando
Adriana e Rocky finalmente si abbracciano è chiaro che QUESTO è il vero finale
del film, il successivo “Ti amo” è quasi superfluo, ma ormai è l’esaltazione
totale, come dicevano in un altro capolavoro cinematografico sportivo: “A volte
quando perdi vinci”…



“I Know” (Cit.).
“Rocky” da
quarant’anni affascina, il suo lascito è enorme pari solo al suo peso nella
storia del cinema, il numero di film (anche non a tema puramente sportivo) che
sono stati influenzati da questo capolavoro non si contano, un film unico in
costante equilibrio tra i toni bassi e malinconici dei perdenti del mondo e
quelli altissimi del riscatto sociale. Per essere un film di pugni, ha
tantissimo cuore ed è anche il motivo principale per cui ancora oggi dopo
quaranta candeline, chi scopre questo filmone per la prima volta resta sorpreso
per questa sua natura da piccolo film dal cuore enorme. Quello che dovrebbe
essere un muscolare film d’azione, in realtà ha un cuore che fa provincia, ma
d’altra parte, anche il cuore è un muscolo, no?
Auguri Rocky per
i tuoi primi quarant’anni, per altro portati alla grande!
“Nessuno
colpisce duro come la vita”.



Trovate la locandina d’epoca del film sulla pagine di IPMP.
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