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Rocky II (1979): mangiare saette e cacare fulmini

Anche se in uno strambo Paese a forma di scarpa toccherà
aspettare più del necessario, nel resto del mondo sta per uscire il secondo capitolo di Creed, quindi è proprio il momento
giusto per completare la rassegna di film su Rocky con una rubrica che ho
deciso di intitolare… Win Rocky Win!

L’enorme successo di critica e pubblico di Rocky cambia per sempre la vita di Sylvester
Stallone che passa in un attimo dall’essere uno sconosciuto spiantato costretto
a vendere il suo adorato bullmastiff di nome Butkus (Birillo, nella versione italiana
del film) per 40 dollari ad essere una delle più grandi star del pianeta. Rocky oltre ad diventare di colpo un classico del
cinema, ha saputo imporsi come uno dei film di riferimento della New Hollywood
creando un’icona cinematografica amatissima dal pubblico ancora oggi, un
trionfo di critica che ha esaltato il pubblico. Sul finire degli anni ’70 il
personaggio di Rocky Balboa ha scatenato un moto d’orgoglio tra i ragazzi
italo-americani che si riconoscevano in lui e, per amore di cronaca, Sylvester
Stallone si è ripreso anche il suo Butkus, ricomprandolo dal tizio a cui lo
aveva venduto per 150 dollari, una rapina, ma, per lo stesso Stallone, è valso
ogni centesimo speso (Storia vera).

Poi dicono che i cani non somigliano ai padroni, tzè!

A fronte di un trionfo di questo livello, un seguito non
poteva tardare ad arrivare, ma il regista John G. Avildsen era già impegnato
con altri film, quindi il problema per i due principali produttori Winkler e
Chartoff era trovare un sostituto. Stallone non aveva dubbi: “Ehi, che problema
c’è ragazzi? Lo dirigo io il film, ho appena diretto “Taverna paradiso” (1978)
posso farlo io questo, io lo so cosa vuole il pubblico”. Quello che Winkler
e Chartoff non volevano ricordare a Sly è che “Taverna paradiso” è stato un
fiasco clamoroso, ma senza di lui non potrebbe esistere Rocky, quindi tra di
dubbi generali, Stallone si conquista entrambi i lati della macchina da presa,
davanti come protagonista e dietro come regista, ruolo che non avrebbe più
abbandonato fino al quinto capitolo.

Già il quinto capitolo… “Rocky II” soffre dello stesso
problema del suo cugino con la “V” nel titolo: entrambi hanno la sfiga di
arrivare dopo un capitolo amatissimo, entrambi hanno il compito di portare
avanti la storia di Rocky, Adriana, Paulie, Mickey e tutti gli altri personaggi,
ma anche di replicarne il successo. Per “Rocky II” stallone aveva diversi
piani, una serie di tentativi per sparare in aria sperando di colpire qualcosa.

Voglio talmente bene a tutti, che è come se fossero di famiglia.

In una prima bozza di sceneggiatura, Rocky avrebbe dovuto
intraprendere la carriera politica fino a venire eletto al senato degli Stati
Uniti, in un’altra versione, la rivincita tra Apollo e Rocky avrebbe dovuto
essere combattuta su un ring al centro del Colosseo, strizzatona d’occhio allo
scontro finale tra Chuck Norris e Bruce Lee nel finale di L’urlo di chen terrorizza anche l’occidente. Inoltre, Stallone
voleva in qualche modo rendere omaggio al pugile Chuck Wepner che con il suo
eroico resistere nel suo match contro Muhammad Ali, ha ispirato l’idea per il
personaggio di Rocky, peccato che Wepner considerato davvero troppo scarso come
attore, fu tagliato insieme al suo personaggio nel film, anche se poi in
qualche modo Wepner al cinema ci è arrivato lo stesso, nel film “The Bleeder”
(Chuck, 2016) interpretato da Liev Schreiber.

Alla fine Stallone trova una via di mezzo, tenendo conto
delle conseguenze del primo capitolo come i seguiti dovrebbero sempre fare, ma anche di qualche
elemento autobiografico. Uno degli elementi centrali nella trama di “Rocky II”
è come i miti del pubblico, possano venir dimenticati molto in fretta, un’esperienza
che lo stesso Stallone ha provato sulla sua pelle dopo il flop di un film a cui
lui teneva molto come “Taverna paradiso” (di cui ha curato tutti gli aspetti
anche le musiche con il fratello Frank) e di “F.I.S.T.” (1978) film di Norman
Jewison scritto da Sly, che abbiamo visto in 67 credo.

“Te li do io i ‘Fist’, in faccia te li do!”.

“Rocky II” ha la sfiga di voler tenere i piedi in troppe
staffe: da una parte cerca di replicare la formula magica del primo capitolo,
un film in puro stile anni ’70, con personaggi scritti ed interpretati alla
grande, una favola proletaria su un eroe comune, dall’altra cerca di dare al
pubblico quello che vuole… Quindi, parliamo dell’elefante al centro della
stanza: il finale di Rocky.

Quelli che conoscono il film solo per la sua fama, spesso si
stupiscono di scoprire che alla fine del primo capitolo Rocky perde l’incontro
contro Apollo Creed, guardando il film è chiaro che sì, Rocky perde ai punti il
match, ma vince la sfida con sé stesso e l’amore di Adriana, ma sempre di un
incontro perso sul suo tabellino stiamo parlando. Proprio in quest’ottica “Rocky
II” fa un passo in direzione di tutti quei ragazzi italo-americani di cui
parlavo prima che vorrebbero vedere vincere il personaggio, ma anche di conservare la
sua natura intima da piccolo spaccato d’America degli anni ’70. Per assurdo, dal
prossimo capitolo in poi (a breve su queste Bare) lo stile esagerato degli anni
’80 avrebbe regalato alla pellicola molto più carattere, “Rocky II”, invece, è un
po’ alla ricerca di una sua identità per questo è un film più facile per il
grande pubblico (ha portato a casa 200 milioni di ex presidenti spirati
stampati su carta verde), ma anche più facilone per il suo contenuto.

“Mickey non sarà mica quella di Banderas?” , “Che ti frega? Un giorno lo farai recitare con te e pace fatta”.

Un film che azzecca molte trovate che diventeranno un
classico di questa serie, ma che per una buona parte si dilunga con soluzioni
di sceneggiatura non ispirate come quelle del primo capitolo, anche se “Rocky
II” proprio come il suo illustre predecessore, sfoggia dosi così abbondanti di
cuore che è davvero impossibile non appassionarsi ancora al nuovo capitolo della
vita di personaggi tanto realistici e riusciti.

La prima delle trovate azzeccate è cominciare il film un
minuto dopo la fine del precedente, riprendendo l’ultima scena: la scena di
Apollo che lancia la sua sfida a Rocky, mentre sono entrambi pesti e in
carrozzella mi fa sempre ridere che ci volete fare. Per il resto, Sylvester
Stallone sfoggia un livello di umiltà notevole, con la consapevolezza dei propri
pregi e dei propri limiti tipica degli sportivi, qui non si monta la testa e
recita (e scrive) Rocky come lo stesso ragazzone ignorante del primo film, uno
che ha tratto il meglio dalla grande occasione della sua vita ed ora, va bene
così, vorrebbe solo vivere tranquillo con la sua Adriana e magari concedersi
qualche lusso. Il tutto mentre Apollo schiuma di rabbia, vorrebbe una rivincita
per sbattere al tappeto una volta e per sempre Rocky, facendo rimangiare a
tutti quelli che lo criticano per aver vinto ai punti, tutte le loro belle
letterine di protesta e ti va bene che nel 1979 non esistevano i Social-così
Apò, considerati fortunato!

“No ma questo è troppo scemo, dargli un sacco di botte è beneficenza”.

“Rocky II” cercando di ricalcare la formula del primo film,
si gioca un sacco di momenti quasi intimi, legati a Rocky ad Adriana che vanno
dal molto bello all’abbastanza scadente facendo dondolare sinistramente l’efficacia
del film, tra quelli riuscitissimi, non ascolto ragioni mi spiace, ci metto di
sicuro la scena dello Zoo che non è bella come la pattinata sul ghiaccio del primo film, ma a cui voglio benissimo lo
stesso, non sono molto propenso che animali vengano chiusi dentro a delle
gabbie, ma quella scena lì è talmente riuscita che mi spiace non ci siano
abbastanza tigri negli Zoo per fare proposte di matrimonio. Sul serio, quando
Rocky solleva il paraorecchie di Adriana per assicurarsi di essere sentito per
bene non sembra nemmeno di guardare due attori che recitano, gran scena.

Signore alla lettura (tutte e quattro) se un ragazzo vi porta allo Zoo, non è per darvi in pasto alla tigri, magari ha solo visto “Rocky II”.

Meno riusciti e decisamente più didascalici tutti i momenti
in cui Rocky cerca di riciclarsi attore negli spot televisivi per monetizzare
la sua fama («Io adesso faccio i caroselli possiamo permettercela» un esempio
di doppiaggio vecchia maniera che non sentiremo mai più) e, quindi, ci tocca non
solo vedere Stallone conciato tipo cavernicolo dentro una gabbia (che vi dicevo
prima delle bestie dietro le sbarre?) che è una scena che mi fa sempre friggere
sulla sedia, almeno fino al momento in cui Rocky non si rende conto di essere
ridicolo, perché, ammettiamolo, la sceneggiatura di Stallone risulta parecchio
didascalica.

Rocky gira il suo primo porno spot pubblicitario.

Rocky che compra casa senza nemmeno vedere le stanze al
piano superiore, oppure la Trans AM nera decisamente pacchiano (che non sa nemmeno guidare), prima comprata
e poi rivenduta a Paulie, tutti momenti scritti in maniera ben poco raffinata
che, se non altro, mantengono Rocky (e l’attore che lo interpreta, tanto sono
inseparabili uno dall’altro) con i piedi per terra, ma sanno anche tanto di
telenovela, perché “Rocky II” ci mette parecchio ed entrare nel vivo per
assecondare la sua doppia anima, tocca passare attraverso gli svenimenti di
Adriana per il lavoro faticoso al negozio di animali, Rocky che torna a
lavorare al mattatoio perché non c’è verso di trovare altro per guadagnarsi da
vivere, insomma fino ad arrivare al parto di Adriana e il nuovo arrivato in
casa Balboa. Innegabile che i dialoghi filino via sempre alla grande («Se è un
maschietto voglio che sia come suo padre», «Non basta uno scemo in famiglia?»)
donando molto realismo ai personaggi, ma non cambia il fatto che sembra di
assistere ad una lunga soap opera.

“Posso chiamarlo Rockino?”, “No”, “Rocky Junior?”, “No”, “Rocky Joe?”, “Ho detto no!”.

Inoltre, da cultore di questa saga, bisogna notare che i
problemi all’occhio di Rocky, dovuti al quantitativo esagerato di pugni presi
da Apollo nel loro precedente scontro, tengono banco in questo film (e sono il motivo per cui Rocky, mancino come Stallone, deve diventare un pugile che tira di destro), ma poi
vengono dimenticati per il resto della saga, il ritorno di Rocky al mondo del
pugilato avviene di colpo, con uno stacco netto della regia Stallone ci mostra
la conferenza stampa dove viene annunciata la data e il luogo della rivincita,
il mitico Spectrum («Va bene lo Spectrum, è a dieci minuti da casa mia») uno
dei luoghi simboli di Philadelphia, il leggendario palazzetto abbattuto come da
(pessima) tradizione americana nel 2011, sede di centinaia di concerti mitici
(gli ultimi a suonarci sono stati i Pearl Jam la notte di Halloween del 2009,
storia vera, ho il disco), ma per anni è stato la casa di tutti gli eroi della
città dell’amore fraterno, da “Dr J” Julius Erving fino ad Allen Iverson ed,
ovviamente, non poteva che essere il luogo del trionfo di Rocky, che sarà pure
un personaggio immaginario, ma comunque una statua che lo raffigura, al fondo
della mitica scalinata davanti al Philadelphia Museum of Art, lui ce l’ha!

No, non è una metafora sulla fuga dalla paternità, dai fate i bravi!

“Rocky II” è spezzato in due tronconi, ad un certo punto
sembra proprio che il piccolo film intimista in stile anni ’70 ceda il passo
alla grandiosità che il vastissimo pubblico pagante sta aspettando, il mondo
del passaggio di testimone sono le parole di Adriana dal suo letto d’ospedale, Talia
Shire nella prima bozza di sceneggiatura, doveva essere presente a bordo ring,
anzi, era prevista anche una scena in cui regalava a Rocky la mitica maglietta
con su scritto “Win ‘Rocky’ Win” che ho voluto omaggiare con il titolo della
rubrica. Purtroppo, Talia Shire era impegnata sul set di un altro film e nel
finale la sua parte è stata ridimensionata, per questo la scena della consegna
della t-shirt è stata tagliata, ma non il senso, perché proprio Adriana con le
sue parole «Devi fare una cosa per me vinci, vinci» dà letteralmente il via al
trionfo della seconda parte del film, non è un caso se la leggendaria “Gonna
fly now” di Bill Conti, parta trionfale quando Mickey esclama quello che forse
anche il pubblico in sala nel 1979 stava pensando: «Cosa stiamo aspettando,
andiamo!».

Come si vede chiunque abbia mai sudato in una palestra per qualunque disciplina.

Bisogna ammettere che il “Training montage” (forse il vero
marchio di fabbrica di questa saga) che si vede in “Rocky II” è uno dei più
esaltanti, anche perché tra le intuizioni che a lungo termine sono diventate
dei classici, segnate anche la sfida che il protagonista deve superare, per
dimostrarsi pronto per il match qui rappresentata dalla gallina da catturare,
per confermarsi più veloce e agile del suo avversario (Apollo, non la gallina),
inoltre ditemi cosa volete, la scena della scalinata 2.0 con Rocky inseguito da
tutti i bambini della città non mi è mai piaciuta molto, ma niente (e dico proprio
niente) pareggia con una delle mie “Citazioni involontarie” (le frasi
prese dai film che usi nella quotidianità) preferite di sempre,
specialmente quando sto facendo un gran sforzo fisico (tipo portare le buste
della spesa, lo so, ho una vita violenta), ovvero Mickey che motiva Rocky
dicendogli: «Devi mangiare saette e cacare fulmini! Ti devono fermare con i
lacrimogeni».

Mickey: Icona di classe, maestro di vita.

L’abilità di Stallone come regista è quella di non far
calare la tensione, anche se dopo la scalinata 2.0 è chiaro che il tappeto
rosso è steso per il trionfo di Rocky, ma il bello del personaggio sta proprio
nella sua tenacia e Carl Weathers nei panni di Apollo è una sfida che ha quasi
ucciso Rocky la prima volta («Tu andrai giù», «Non farti impressionare», «A te
non ti impressionerebbe»). Stallone al suo secondo film da regista si dimostra
prontissimo ad affrontare il match proprio come Rocky, una capacità di dirigere
le scene sportive con grande dinamismo, portandoti letteralmente sul ring con
Apollo e Rocky, mostrando la violenza di ogni colpo, un po’ il motivo per cui
quando mi capita di guardare la boxe in tv, poi mi sembra che i pugili si
stiano scambiando carezze. Cinema uno, realtà zero.

Non proprio come la si vede in tv, voi che dite?

Il finale è tiratissimo e galvanizzante, dopo la seconda
volta che Rocky finisce al tappeto rialzandosi con le parole «Non ci vado più
al tappeto» gli ultimi round sono un’unica lunga tirata che termina quasi come
una partita di basket, allo scadere con il conto alla rovescia dell’arbitro, il
trionfo di resistenza di Rocky, che poi è anche il vero motivo per cui da
quarant’anni scalda i cuori. Nel 1979 Stallone lo aveva capito e concede al
personaggio simbolo il trionfo totale che il pubblico invocava a gran voce per
lui.

Il pubblico voleva questa vittoria e Rocky li ha accontentati!

Continuo a pensare che il primo capitolo sia una pietra miliare, ma assistere ad un autore
che regala il proprio personaggio alla cultura popolare con così tanto
entusiasmo e sincerità resta roba rara, però ogni volta che finisco di vederlo mi
manca qualcosa, sarà perché il primo film non terminava dopo il giudizio degli
arbitri (ma con l’abbraccio tra Rocky e Adriana tra la folla), oppure più semplicemente quando assisti ad un pezzo della vita di
personaggi così riusciti, seppur immaginari, poi non vuoi abbandonarli così di
colpo… Per questo abbiamo il prossimo capitolo della saga e della rubrica,
tra sette giorni qui, portatevi i guantoni, andiamo ad affrontare P.E. Baracus!

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