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Rollerball (1975): Jonathan! Jonathan! Jonathan!

La
fantascienza distopica degli anni ’70 ci ha regalato molte gioie e altrettanti
titoli memorabili, forse “Rollerball” non è uno dei più celebri, ma questo non
mi ha impedito di vederlo cinquecento volte, perchè è proprio il tipo di storia
che piace a me, capace di mescolare discorsi sulla società, sull’individuo allo
sport.

Magari non
sarà un film impeccabile e gli anni che si porta dietro un po’ si notato, ma
ancora oggi è un film unico e coinvolgente, potrebbero anche esserci gli
estremi per il Classido!



Siamo nel
futuro, nell’anno 2018, lo so fa ridere, ma abbiamo ancora due anni per
allinearci alla realtà del film.


In un’asettica
società futura post guerre corporative, tutto è saldamente controllato dalle
mega multinazionali che gestiscono ogni aspetto della vita dei cittadini,
tenuti scientificamente sotto controllo grazie al controllo delle informazioni,
ad un sapiente utilizzo di sostanze di varia natura, un mondo “perfetto”, con
una sola valvola di sfogo: il Rollerball.



Il campo da gioco, sul parquet è più facile pulire il sangue.

L’unico sport
del mondo, appassionati di calcio, mi spiace vi è andata male, tanto violento
da sublimare tutti gli istinti umani, specialmente quelli di ribellione. Il
Rollerball sembra il frutto di una notte d’amore tra l’Hockey e il Football
americano, il campo da gioco è una pista di pattinaggio tonda e pure
leggermente inclinata con due canestri/porte in cui si segna oppure da
difendere al seconda del momento di gioco.

I giocatori,
casco in testa, pattini a rotelle ai piedi (anni ’70 bimba!), guanti borchiati,
poche protezioni e soprattutto huevos (grandes!) inseguono una boccia di ferro
del peso di 5 KG, sparata da un cannone ad aria compressa, insomma: pattinano
alla ricerca della sfera come se fossero dentro un enorme Flipper. Alcuni
giocatori sono alla guida di una motocicletta corazzata, alla quale i compagni di
squadra possono appendersi per darsi lo slancio, tipo Marty McFly con lo skateboard, per capirci.

That’s the power of love (si più o meno, si fa per dire).

Ogni “goal”
vale un punto, vince chi segna di più, le regole sono grossomodo tutte qui, gli
arbitri intervengono (raramente) assegnando minuti di penalità ai giocatori
che picchiano eccessivamente, ma i loro fischietti mettiamola così, non sono
propriamente roventi.

Nella squadra
dello Houston, impegnata a mantenere il titolo di campione del mondo, gioca Jonathan
E. (il grande James Caan), il capitano ha guidato i suoi colori in tante
vittorie, è il giocatore più famoso al mondo, in pratica il Michael Jordan del
Rollerball. Malgrado la corporazione spinga in tutti i modi per convincerlo a
ritirarsi, il nostro Johnny non ne ha nessuna intenzione, ancora baldanzoso sul
campo, ma anche fuori, dove cerca in tutti i modi di scoprire qualcosa sulle
misteriose guerre corporative, volutamente cancellate dalla storia e dai
ricordi.



Cosa c’è di più anni ’70 dei pattini a rotelle?

Scritto da William
Harrison e diretto dal solido Norman Jewison (“Jesus Christ Superstar”, ma anche
“La calda notte dell’ispettore Tibbs”) uno che non è nuovo a film di
critica sociale, “Rollerball” da questo punto di vista è davvero riuscito, in
questo film di fantascienza distopico non è difficile riconoscere tante
idiosincrasie della nostra società, ad esempio, lo sport come oppio dei popoli, d’altra
parte i Romani dicevano “panem et circenses”, no? Detto che vale ancora oggi:
possiamo avere mille problemi veri, ma ci si scanna per il rigore non concesso.

Girato quasi
interamente in Germania, l’Audi Dome, campo della squadra di basket F.C. Bayern
München venne trasformato per alcuni giorni della pista da Rollerball, persino
il vicino palazzo BMW di Monaco è stato camuffato, diventando la sede della
società Energy, dove Jonathan E. incontra Bartholomew (John Houseman)
all’inizio del film.



“Al mio segnale, scatenate l’inferno” (Cit.)

Il campo era
talmente ben realizzato che nella pause tra una ripresa e l’altra, il cast e
gli stuntmen organizzavano partitelle di Rollerball, tanto per ammazzare il
tempo, per fortuna, a differenza delle voci circolate intorno alla produzione,
sul set nessuno è morto per l’eccesso di violenza: si chiama cinema gente, è
bellissimo, ma essenzialmente finto.

Ecco,
spiegatelo al pubblico invitato a riempire gli spalti, il gioco piacque così
tanto che già si rumoreggiava di mettere su una vera squadra,
cosa che ha fatto venire i capelli bianchi a Norman Jewison, visto che il suo
intento finale era quello di fare un film anti violenza. Ma consolati Normy:
ancora oggi in uno strambo Paese a forma di scarpa, ci sono persone incapaci di
capire la Satira.
Il film ha
risentito un po’ del passaggio del tempo, vuoi per i pattini a rotelle o per i
vestiti indossati dai personaggi fuori dal campo, è impossibile non notare che
si tratta di un film degli anni ’70, se proprio devo dirla tutta, fin dalla
prima visione, ho sempre percepito la differenza di ritmo tra le parti del film
relative alla partite dello Houston e quelle fuori dal campo.



“A sinistra, passaggio a sinistra! Mai fidarsi di un terrestre James Caan, ragazzi!” (Cit.)

Le partite
sono frenetiche, violente e utilizzando inquadrature molto ravvicinate, è
chiara la volontà di fornire il punto di vista dei giocatori, una differenza
stilistica netta con le scene fuori dal campo, che hanno un ritmo molto lento,
ma sono comunque necessario per approfondire il mondo in cui “Rollerball” è
ambientato.

Norman Jewison
non ha mai nascosto di essersi ispirato a Stanley Kubrick per queste porzioni
di film, in particolar modo al capolavoro “Arancia meccanica” (1971),
specialmente nella scena della festa per il ritiro di Jonathan (di cui il
capitano non vuole sentir parlare) l’influenza di Kubrick è palese: uso
ripetitivo degli zoom, musica classica in contrapposizione con le immagini. Uno
dei miei momenti preferiti del film è l’inizio, quando viene preparato il campo
da gioco e i giocatori si vestono per la partita, come se andassero ad un
funerale (il loro), sulle note Toccata and Fugue in D minore di Bach.



Il futuro come lo immaginavano negli anni ’70.

Più Jonathan
E. cerca di ribellarsi alla volontà delle multinazionali, più loro cercano di
convincerlo a ritirarsi applicando modifiche al regolamento di gioco. La colpa
di Jonathan, oltre ad una curiosità legittima, ma fastidiosa per i potenti, è
quella di essere diventato più famoso del gioco stesso, ad ogni partita il
regolamento cambia, le penalità già quasi assenti vengono annullate poco prima
della partita contro il Tokyo.

La squadra giapponese è temibile perché, come dice il Coach, è mossa da uno spirito da
Samurai ed allenata con precetti presi dalle arti marziali, sarà… Ma Moonpie (John
Beck) per tutto il film porta avanti il suo tormentone: “I Giapponesi sono
bassi”.



Saranno pure bassi, ma mi sembrano sul nervoso andante.

Moonpie è un
personaggio di culto, i baffoni di John Beck sono comparsi in parecchi film,
qui ha il compito di interpretare uno spaccone muscoloso che sarà pure un
cliché baffuto, ma è un tipo di personaggio credibile, se avete familiarità con
gli sport professionistici americani, saprete che non è raro trovare qualche
Mr. Muscolo schierato sul campo con il compito preciso di fare da guardia del
corpo alla super star della squadra, se qualcuno fa fallo sulla stella,
l’azione dopo arriva il Moonpie di turno a restituire il favore, per non fare
nomi, quello che faceva Bill Cartwright per Michael Jordan nei suoi anni ai Chicago Bulls.

“Non avrete mica dei problemi con il mio amico Johnny, vero?”.

Ora, io da
appassionato di basket con questo film ci sono sempre andato a nozze, restando
all’interno del regolamento, sono sempre stato un giocatore, diciamo abbastanza
fisico, ecco…E’ un gioco di contatto, no? Quindi sportivamente ci si
picchia, l’escalation di violenza del film è percepibile anche dall’ultimo
degli spettatori, ma se avete sudato su un campo, forse sarà più facile capire
cosa vuol dire fare a cazzotti senza supporto arbitrale.

La partita
contro il Tokyo è una tonnara, la cosa più spassosa è il pubblico che incita la
squadra di casa muovendo i pugni in aria in stile Cobra Kai, cantilenando la
martellante Ganbare Tokyo! Ganbare Tokyo! Che tradotta dal Giapponese suona una
cosa tipo “Fai del tuo meglio Tokyo”, incitazione in pieno stile fair-play che
stona lievemente con le mazzate che volano in campo, citofonare Moonpie per
conferma.
James Caan è
impeccabile sotto il caschetto di Jonathan E. Norman Jewison lo ha scelto per
la parte del capitano dello Houston dopo averlo visto recitare la parte del
running back dei Chicago Bears Brian Piccolo, nel film per la tv “Brian’s song”
(1971). Se chiedete a me, malgrado Caan sia un attore celebre per un sacco di
ruoli, tipo quello del focoso Santino Corleone ne “Il Padrino – Parte I” (1972),
ogni volta che penso a lui mi immagino la sua maglia arancione numero sei
mentre pattina al grido di Jonathan! Jonathan! Jonathan!



Jonathan contro il sistema (METAFORONE mode: On!).

James Caan con
il suo fisico da taglialegna è perfetto per il ruolo di moderno gladiatore,
rocciosità fisica che torna buona nella partita finale tra Houston e New York,
giocata senza falli, ma soprattutto senza limiti di tempo, un
massacro dove i giocatori cadono uno dopo l’altro.

“Rollerball” è
proprio il tipo di film che mi piace perché è un inno all’individualità dell’uomo,
costretto a lottare per non essere soffocato dal sistema, il tutto utilizzando
lo sport come metafora di vita e satira sociale, una presa di posizione
ideologica drittissima, che si riassume nel massacro finale, l’ultima partita
che si conclude con quella sequenza maestosa e silente, interrotta solo dal
coro del pubblico. Non li fanno più i film come questo: dritti, crudi, tosti,
come un cazzotto nelle costole dato a gioco fermo.



Ancora oggi, uno dei più grandi finale di sempre.

Esiste anche
un remake del 2002 che ricordo solo pasticciato e pieno di fronzoli inutili,
lo rivedrò solo perché è stato diretto da John McTiernan, quindi una seconda
occasione la merita. Per ora, mi tengo l’originale, visto tante volte, ma
sempre coinvolgente e condivisibile nel suo satirico messaggio di fondo.

Jonathan! Jonathan! Jonathan! Jonathan!
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