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Ronin (1983-1984): il momento esatto in cui Miller è diventato Miller

Quando si parla di fumetto americano anni ’80, c’è sempre quel momento in cui qualcuno tira fuori i soliti titoli, rivoluzionari, capolavori, opere che “hanno cambiato tutto”, e poi, un po’ defilato, quasi timido rispetto ai colossi mediatici che sarebbero arrivati dopo, c’è “Ronin”.

Curioso, perché “Ronin” non è soltanto un’opera importante, ma il laboratorio creativo in cui Frank Miller divenne definitivamente Frank Miller. Quello con la F maiuscola e il cognome pronunciato con rispetto e un pizzico di timore reverenziale.

Parliamo di un autore che, all’epoca, aveva già fatto il botto sulle pagine di “Daredevil”, trasformando un personaggio di seconda fascia in qualcosa di cupo, adulto e stilisticamente riconoscibile. Ma “Ronin” è un’altra storia, non è il lavoro su commissione di un professionista in ascesa, ma la dichiarazione di indipendenza di un artista che vuole capire fin dove può spingersi. Spoiler: parecchio oltre.

Miller che prova ad accorciare la distanza tra Manga e fumetto occidentale.

La premessa narrativa, detta così, sembra una di quelle idee che ti vengono alle tre di notte, oppure le sinossi che di solito qui sulla Bara snocciola il nostro Crepascolo: un samurai senza padrone del Giappone feudale muore combattendo un demone e si reincarna in una New York futuristica dominata da tecnologia, corporazioni e intelligenze artificiali. Già qui si capisce che Miller non aveva nessuna intenzione di giocare sul sicuro, non c’è supereroismo classico, c’è invece la volontà di mischiare Oriente e Occidente, tradizione e cyberpunk, spiritualità e violenza urbana.

Le influenze sono evidenti ma mai semplicemente imitate, l’ombra del manga — in particolare “Lone Wolf and Cub” che in America è famoso grazie al passaparola spinto dallo stesso Miller — è fortissima, soprattutto nella composizione delle tavole, nel ritmo visivo e nella gestione del movimento. Ma Miller non sta copiando, sta prendendo un linguaggio e traducendolo in qualcosa di nuovo per il fumetto americano dell’epoca, oggi può sembrare normale, allora non lo era affatto.

Infatti la prima cosa che colpisce leggendo “Ronin” è proprio la libertà grafica, le tavole esplodono, si deformano, cambiano struttura senza chiedere permesso, visto che Miller ha sempre trovato limitante il formato dei Comic book americani. Non c’è quella rigidità da griglia classica che dominava i fumetti per tutti, qui la pagina è uno spazio narrativo vivo, elastico, quasi cinematografico — ma con una consapevolezza del mezzo fumetto che il cinema non può permettersi. Miller sta sperimentando, e si vede. A volte funziona in modo straordinario, altre volte è volutamente spigoloso, ma non è mai noioso, proprio mai.

Dal punto di vista tematico, “Ronin” è sorprendentemente denso, sotto la superficie dell’azione e della fantascienza si muovono idee che diventeranno ossessioni ricorrenti dell’autore, ad esempio l’identità come costruzione fragile, il peso dell’onore, la violenza come linguaggio primario dell’uomo, il rapporto ambiguo con la tecnologia. La New York futuristica non è solo scenografia, ma è un mondo che riflette la perdita di punti di riferimento morali, un luogo dove l’antico codice del samurai sembra assurdo, ma allo stesso tempo disperatamente necessario.

Una cosa è certa, Frank Miller le “Splash page” doppie le ha sempre amate.

C’è anche un discorso interessante sulla reincarnazione e sulla memoria, il protagonista non è semplicemente un guerriero trasportato nel futuro, ma qualcuno che deve ricostruire se stesso. Chi era? Chi è adesso? È ancora umano? È ancora reale? Domande che potrebbero sembrare filosofiche ma che Miller rende concrete attraverso combattimenti, inseguimenti, trasformazioni fisiche.

Naturalmente non tutto è perfetto, “Ronin” è un’opera giovanile, nel senso migliore e peggiore del termine. L’ambizione a volte supera la chiarezza narrativa, alcuni passaggi sono confusi, certe dinamiche emotive risultano più suggerite che sviluppate. Ma è proprio questa imperfezione a renderlo affascinante, si percepisce l’autore che sta spingendo i propri limiti, che sta provando cose nuove senza sapere esattamente dove lo porteranno. Ho letto la per la prima volta “Ronin” alla fine degli anni ’90, forse primi anni del 2000, conoscevo già Miller e la lettura mi lasciò poco, ho ripreso quel volume solo alcuni giorni fa e ho letteralmente riscoperto un fumetto quasi tutto nuovo (storia vera).

Dal punto di vista storico, poi, il fumetto ha un peso enorme, pubblicato dalla DC Comics nei primi anni ’80, rappresenta uno dei momenti in cui l’industria americana iniziava a concedere maggiore libertà autoriale. Senza “Ronin”, probabilmente, non avremmo avuto certe evoluzioni successive del medium — e forse nemmeno opere dello stesso Miller come Il ritorno del Cavaliere Oscuro nella forma in cui le conosciamo, ma nemmeno le Tartarughe Ninja, visto che in particolare Kevin Eastman non ha ai nascosto la sua ammirazione per il lavoro di Miller.

Fumetto d’azione bello affilato.

Parlando di evoluzioni, impressionante vedere quanti semi del “Miller maturo” siano già qui, come l’uso drammatico del contrasto, la costruzione iconica delle figure, la fascinazione per la città come organismo ostile. Anche la rappresentazione della violenza — fisica, brutale, quasi sensoriale — anticipa quella poetica che diventerà marchio di fabbrica dell’autore negli anni successivi.

Ma “Ronin” non è solo un passo verso qualcos’altro, leggerlo, nel mio caso rileggerlo oggi significa entrare in un fumetto che non ha paura di essere strano, che non cerca approvazione, che non punta alla commerciabilità immediata, la prova che il fumetto è ancora tra le forme d’arte più libere e creative di tutte.

C’è anche un elemento emotivo che sorprende: sotto l’estetica dura e l’azione violenta si nasconde una storia profondamente malinconica. Il ronin è un uomo fuori dal tempo due volte, prima perché senza padrone, poi perché fuori dalla sua epoca, la sua lotta non è solo contro il demone, ma contro l’alienazione, contro l’idea di non appartenere più a nulla. Ed è qui che il fumetto trova la sua dimensione più potente, perché quel senso di dislocazione è universale, tutti, prima o poi, ci sentiamo un po’ fuori posto.

Se non è una delle vignette più iconiche della storia del fumetto americani degli anni ’80 mi mangio il cappello!

Riletto oggi, “Ronin” mantiene una freschezza sorprendente, certo, alcune visioni tecnologiche sono figlie degli anni ’80, con quel gusto rétro-futuristico che oggi fa quasi tenerezza. Ma la forza visiva e l’energia narrativa restano intatte, anzi, forse risultano ancora più evidenti perché sappiamo cosa sarebbe venuto dopo nella carriera di Miller.

In definitiva, “Ronin” è uno di quei fumetti che non si limitano a raccontare una storia: raccontano un momento creativo, il punto esatto in cui un autore ha capito di poter cambiare le regole. Non ancora il capolavoro definitivo, ma il terreno fertile da cui nasceranno capolavori. Inoltre diciamolo, vedere un samurai combattere un demone in una metropoli cyberpunk è semplicemente fighissimo!

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