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Samaritan (2022): la “S” di Stallone

La verità è che Sylvester Stallone a suo modo è sempre stato un super eroe sul grande schermo, anche prima che i film di super eroi uscissero in fila per tre col resto di due. Ma malgrado la “S” in comune, zio Sly non è mai stato Superman.

Pensateci, l’eroe indistruttibile che arriva da lontano e che vince sempre, quel titolo tocca di diritto all’amico/rivale Schwarzenegger, anche lui con la “S” per restare in tema. Stallone a mio avviso con i suoi personaggi, somiglia più a Batman, l’eroe che si è fatto da solo (come Rocky e la sua genesi), sempre in equilibrio tra luci ed ombre (come Rambo), inoltre finisco a pensarci ogni volta che mi rivedo “I mercenari”, se zio Sly avesse deciso di aprire al piccolo schermo, mettendo da parte il super ego di chi è stato IL DIVO degli anni ’80, avrebbe un sacco di ruoli ad attenderlo, meglio dei vari seguiti di Escape Plan di qualità medio bassissima.

Il ragazzo sarà testone ma ci arriva anche lui a capire cose è meglio per la sua carriera, non è un caso che stia lavorando a “Tulsa King” con Taylor Sheridan, di fatto una delle massime autorità ad oggi del piccolo schermo. Per certi versi “Samaritan” è un progetto per la tv, uscito per Prime Video in streaming (il videonoleggio 2.0), di fatto è un B-Movie a tutti gli effetti, in cui Stallone ha l’occasione di giocare con la sua immagine da super eroe, regalandoci la sua interpretazione di Superman, ovviamente un Uomo d’acciaio filtrato dalla sensibilità di colui che è il papà sia di Rocky che di Rambo, ma andiamo per gradi come avrebbe detto Anders Celsius.

Tanto abbiamo tempo, Sly mi ha anche aggiustato l’orologio.

Il film diretto da Julius Avery (quello di Overlord, quindi specializzato in B-Movie sghembi) è sceneggiato, scrivendo tutto con il pennarellone a punta grossa da Bragi F. Schut, chiaro nome fittizio, quello che fornisci al bigliettaio quando stai sul bus a scrocco e vieni beccato. Ma l’unica vera preoccupazione che ho per “Samaritan” è il fatto che verrà dato in pasto a tutto quel vasto pubblico che guarda i Cinecomics, nel senso, quelli li guardo anche io, mi riferisco a chi guarda SOLO quella tipologia di film, coloro che Stallone lo conoscono più che altro per un paio di favori a James Gunn anche nei panni di uno squalo antropomorfo cannibale.

“Samaritan” gioca a carte (quasi) scoperte, cosa vi dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Sono quelli che ne determinano tutto l’andamento, Julius Avery se li gioca con un’introduzione realizzata con una brutta animazione, che dovrebbe strizzare l’occhio alle pagine dei fumetti: venticinque anni prima si è consumato lo scontro finale in una centrale elettrica tra l’eroe di Granite City, Samaritan e il suo gemello malvagio Nemesis. Bragi F. Schut si è impegnato per inventare delle generalità fasulle da fornire al controllore, quando è stato il momento di sfornare nomi innovativi per i personaggi del film, era un po’ con le gomme sgonfie.

Nello scontro i due fratelli sono scomparsi, insieme all’enorme mazza del disprezzo (un martellone tipo Sledgehammer per dirla alla Peter Gabriel), forgiato da Nemesis con la forza del suo odio per il fratello, in grado di uccidere l’indistruttibile Samaritan. Una cosa del genere, perché non è chiaro come i due fratellini, bullizzati a scuola e perseguitati durante la loro crescita, si siano divisi i ruoli in questo modo, sta di fatto che la loro origine sembra quella di Freddy Krueger e il loro aspetto con quelle maschere, li fa sembrare due Jason Voorhees.

«Mi prendevo a colpi di ascia con Aquaman quanto tu andavi al ginnasio, inoltre non sei Thor, mettilo via prima di farti male»

Venticinque anni dopo, la città è equamente divisa tra #Team Samaritan e #Team Nemesis, con i loghi dei due personaggi dipinti a colpi di bomboletta spray sui muri di tutta Granite City, che è il posto dove vive un bambino di nome Sam (Javon Walton), fanatico di Samaritan ma costretto a tirare a campare perché sua madre Isabelle (Dascha Polanco, la Dayanara di Orange Is the New Black), fa l’infermiera ma non ha abbastanza soldi per pagare l’affitto. Ora, sarebbe carino capire come mai Isabelle, palesemente “latina” abbia un figlio bianco come Woody Allen, ma diciamo che per qualche motivo è stato adottato, tanto è il tipo di domanda che mi pongo solo io.

Secondo voi chi arriverà a dare una mano a Sam? Il solitario signore anziano, fisicamente parecchio in forma per la sua età di nome ehm, Joe Smith, vi ho già detto dell’impegno profuso nei nomi dei personaggi no? Bene, il ruolo di Sylvester Stallone è quello di una sorta di Rocky barbuto, che passa il tempo ad aggiustare oggetti rotti (METAFORONE!) e vuole solo starsene per i fatti suoi, non proprio l’inizio di Rocky Balboa ma quasi, solo con meno enfasi.

«Non chiamarmi Samaritan», «Altrimenti?», «Altrimenti ci arrabbiamo!»

Visto che “Samaritan” è un B-Movie con degli evidenti limiti di budget, mi sono messo a notare i dettagli più disparati, tipo il fatto che Stallone reciti per tre quarti di film con qualcosa in testa, intendo qualunque cosa, il cappuccio del giubbotto, un berretto di lana blu (color Samaritan), un asciugamano, insomma tutto, forse aspettando il momento in cui qualcuno gli sistemasse i capelli a dovere, in questa produzione che ha avuto parecchi intoppi per i problemi di pandemia (storia vera).

“Samaritan” nel secondo atto più che un Rocky con i super poteri, pare abbracciare spudoratamente il filone dei film con Bud Spencer, potrebbe sembrare uno sceriffo extraterreste con i super poteri al posto degli alieni, oppure un “Lo chiamavano Bulldozer” (1978) con un bambino di mezzo, brutto? No, dovete solo abbassare le vostre aspettative, se quello che sognavate era Il ritorno del Cavaliere Oscuro oppure un Unbreakable con zio Sly al posto di Bruno, sappiate che il film sembra più uno “Steel” (1997) con Stallone al posto di Shaquille O’Neal, se non altro per l’estetica generale anche dei costumi.

…1 2 3 4 Hit it, It’s the Men Of Steel bangin’ with the drum Hit it (cit.)

Anche perché mentre Joe e Sam fanno amicizia e il primo tenta invano di convincere il secondo che malgrado i poteri, la capacità di potersi rialzare dopo che un’auto lo ha investito e i quintali di gelato nel frigo per raffreddarsi (come Van Damme!) no, lui non è il suo eroe Samaritan, anche se intanto questo film ha bisogno di una nemesi, uno in fissa con Nemesis magari. Il ruolo tocca a Cyrus, interpretato da Pilou Asbæk, che non è uno dei nomi inventati da Schut, si chiama proprio così. Una sorta di Alessandro Borghi più palestrato fuggito da Suburra, che dopo aver messo le grinfie sul martellone del super cattivo, decide di dare il via ad una rivolta completando l’opera di distruzione della centrale elettrica iniziata venticinque anni prima da Nemesis. A ben guardarlo, un Bane dei meno abbienti, visto che Pilou Asbæk recita con lo stesso cappotto da scafista di Tom Hardy in versione Bane.

Almeno lui si capisce quando parla, comunque Tommaso Resistente rivuole il suo cappotto.

Lo dico fuori dai denti come da mia abitudine? Al netto di un secondo atto dove il ritmo cala, io mi sono divertito guardando “Samaritan”, zio Sly ci mette la grinta e il carisma che servono, caricandosi letteralmente tutto il film in spalle, donargli dei super poteri è un buon modo per celebrare la sua icona di super eroe del cinema, inoltre diventano la giustificazione che rende sensato il fatto che un uomo della sua età, possa scaraventare via sgherri con un terzo dei suoi anni, un limite che Stallone era sempre riuscito a giustificare con trame (scritte di suo pugno) ben più solide di quella di Bragi F. Schut, a cui è chiaro interessi una cosa soltanto: il colpone di scena!

«Ragazzini ve lo buco ‘sto pallone!»

Il fatto che Sly sia una tale icona, si porta dietro con sé il dettaglio non da poco per cui un flashback con lui protagonista, richiede che sullo schermo torni quel volto che abbiamo visto in centinaia di film, Walter Hill con più grazia aveva utilizzato delle vecchie fotografia per ovviare al problema, Julius Avery in quanto uomo dei B-Movie sghembi, si gioca la carta della “DeepFake” che porta subito alla memoria video come QUESTO, anche se in “Samaritan” sembra di guardare una di quelle scene di raccordo dei videogiochi.

Eppure ammettiamolo, il colpone di scena non è poi così impossibile da intuire, il mio suggerimento è sempre lo stesso, guardatevi il film in originale perché il doppiaggio pialla via la “Frase maschia” di zio Sly con cui lui sottolinea la svolta, il momento esatto in cui “Samaritan” apre le danze, dando il via ad una porzione finale di film piena di botte, azione, sgherri presi a ceffoni, esplosioni («Uscita con il botto»), insomma un tentativo di finto piano sequenza, in cui Sly procede inarrestabile e i cattivi collezionano lividi ed ossa rotte.

Lo chiamavano Bulldozer Samaritan.

Ci sarebbe materiale per riflettere sulla svolta, ma il bello di “Samaritan” non sta tanto nel suo essere un onesto B-Movie con pochi mezzi e poche pretese, quando offrire a Sylvester Stallone di coprire un ruolo “Pop” che gli permetta di essere ancora una volta eroe (come Rocky) e anti-eroe (come Rambo, infatti in un primo piano torna anche lo sguardo furioso del reduce più famoso del cinema). Non me la sento di parlare di delusione perché il film non finge mai di essere qualcosa di più di quello che non è, probabilmente con un budget un po’ più alto, uno sceneggiatore privo di pennarelloni e un regista con una maggiore sensibilità, “Samaritan” avrebbe potuto essere per davvero quell’Unbreakable “di menare” che molto pubblico avrebbe desiderato, così sembra più che altro la svolta alla Bud Spencer verso il piccolo schermo di un’icona come Sly, che era giù super, quando il cinema e la televisione non erano così in fissa con i super.

Ed ora, tutti a leggere il parere del Zinefilo!

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