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Savage Dog (2017): Adkins vs. Zaror – Gara 2

Sarà che sono il
tipo di persona che preferisce i cani, oppure più semplicemente i film di
menare, ma un film che s’intitola “Savage Dog” con Scott Adkins proprio non me
lo potevo perdere! Per assurdo, come e forse anche più dell’ultimo Boyka Undisputed, si nota il problema
che attanaglia tutta la carriera del buon Scott: la sua insana voglia di
sfoggiare il suo talento di recitazione a tutti i costi.

Basta guardare i
titoli di testa del film, s’inizia con la pioggia battente sulla giungla che
sembra una scena presa di peso da Basic,
poi il classicheggiante font scelto per i titoli di testa fa pensare subito ad
uno di quei film in costume in cui se va bene, di solito spunta il faccione
ripieno di botox di Richard Gere, invece qui la scritta “Scott
Adkins in” ti fa pensare che le cose sono due, o il ragazzo si è messo in testa di
concorrere per l’Oscar, oppure la sua fase “Attore vero” è ormai definitivamente
scappata di mano.


Mettici del Jazz in sotto fondo è sembra l’ultimo di Woody Allen.

L’ambientazione è
anche originale, l’Indocina del 1959 è il luogo ideale dove ex Nazisti come il
cattivissimo Steiner (Vladimir Kulich) possono rifugiarsi e mettere su un impero di
terrore basato su combattimenti clandestini su cui i ricconi annoiati possono
scommettere. Aiuta per tenere a bada prigionieri e teste calde varie, poter
contare su un soldato locale di nome Boon (il mitico Cung Le) e perché no, uno Spagnolo fedele al dittatore Franco, noto come Rastignac, ma famigerato per il
suo coltellaccio e il suo soprannome “The Executioner”, per di più
interpretato da Marko Zaror. Sì, lo so, adesso ho la vostra attenzione.

A tutto questo
aggiungete l’incolpevole Martin, ex legione straniera, finito in Indocina un
po’ per caso, ma bravissimo a menare, visto che è interpretato da Scott Adkins
che per qualche ragione, decide inventarsi un accento tutto matto per il
personaggio. Ora, quando in un film si parla di legione straniera, io penso
sempre a Jean-Claude Van Damme, anche perché il Belga ha ricoperto questo ruolo
un’infinità di volte, un trucchetto molto semplice per giustificare il suo
accento e, soprattutto, penso a quella bomba assoluta di “Lionheart” (1990) dove
scommesse e combattimenti erano la base del film.


Tutto questo fa molto Lionheart, e quindi va benissimo!

Un “Lionheart”,
ambientato nell’Indocina del 1959, ovvero poco prima che quella zona del mondo
venga universalmente riconosciuta come il Viet “Fottuto” Nam e con Scott
Adkins, brutto? Sulla carta no, nella realizzazione, non è proprio tutto pesche
e crema, ecco.



Ora, dalla storia
e dal nome del personaggio, credo che lo strano accento che Scott Adkins tenta
invano di imitare qui, sia quello irlandese che è molto caratteristico e non
semplicissimo di suo e con tutto che sto in fissa con l’Irlanda, beccami
gallina se sono riuscito a riconoscerlo, ve lo posso assicurare, qualunque cosa
sia quell’accento, è tutto tranne che irlandese!

Anche perché una
questione è imitare l’accento russo (uno dei più semplici da replicare) per
regalarci un credibilissimo Yuri Boyka, ma è tutto un altro paio di maniche
fare l’emigrato irlandese e mi spiace Scott, questa è una prova che è proprio
fuori dalla tua portata.


Qui Scott si monta la testa e pensa di essere diventato Hannibal dell’A-Team.

Il problema di “Savage
Dog” è forse lo stesso di tanti prodotti destinati ad uscire dritti in home
video, azione se va bene diretta come si deve e tante parti di dialogo, di
solito girate in interni, per tenere al minimo i costi di produzione, ma qui lo
scarto tra le due tipologie di scene è fin troppo visibile, la voglia di
recitazione di Adkins continua a spingerlo in territori dove il suo talento
sembra dirgli “Vuoi andare vai! Ma da qui in poi sei da solo, io torno a dare
calci al sacco”.

I 94 minuti di “Savage
Dog” in certi momenti sembrano il triplo, tocca assistere alla storia d’amore
tra Martin e la bella signorina locale, mentre il barista simpaticone Keith
David (non uno a caso! Come hanno
fatto a sbagliarlo questo film!) svolge anche svogliatamente il compito di voce
narrante.

La trama la
potete facilmente intuire anche senza aver visto il film, Scott Adkins vince
tutti i combattimenti, poi i personaggi che devono morire lo fanno, scatenando
la rivincita e la voglia di vendetta del protagonista che dopo un frettoloso
training montage nella giungla (in odore di Kickboxer,
quindi ancora Van Damme di cui Scott aveva sicuro il poster in camera) si parte
con la sparatoria e lo scontro con i boss finali, uno schema visto un milione
di volte, insomma.


Un fotogramma che riassume tutta la parte “Non menante” del film.

Alla regia
troviamo Jesse V. Johnson, uno con una lunga esperienza come coordinatore di
stunt, che svolge il suo compito e lasciatemi iniziare dai lati positivi: le
scene di combattimento sono tutte dirette (e montate, dettagli non secondario)
molto bene, Scott Adkins mena come un fabbro e ci si diverte un sacco, ma oltre
alla voglia di Scott di fare l’attore a tutti i costi, mettete in conto anche l’incapacità
di Johnson di dirigere qualunque cosa che non siano persone che si menano.

Sembra sempre che
il montaggio sia due e otre secondi in ritardo, il risultato è davvero molto
strano da guardare, inoltre Jesse V. Johnson sta in fissa con le dissolvenze
laterali, per capirci e fare un esempio famosissimo: i cambi di scena del primo
Guerre Stellari ve li ricordate?
Ecco, qui Johnson usa solo dissolvenze di quel tipo, sembra la scena di quella
puntata dei Simpson, in cui Homer mette insieme le foto di famiglia utilizzando
solo la dissolvenza a stella e quando Lisa gli fa notare che ne esistono
altre, lui niente, dissolvenza a stella. Ecco, uguale, non potevo fare a meno di
guardare il film pensando al regista in sala montaggio che grida “Dissolvenza a
stella!”.


“Ok premi il grilleto e poi dissolvenza a stella!”.

Non manca una
lunga scena in cui Scott dimostra di poter anche sparare oltre che menare le
mani, cosa che aveva già ampiamente dimostrato nello spassosissimo Close Range, peccato che di nuovo il
montaggio grossolano non aiuti, le comparse cadono malissimo e sempre un paio
di secondi troppo tardi, per fortuna oltre a pistole e fucili Adkins utilizza
anche un machete e, bisogna dirlo, questo film ha un certo gusto per sangue e
budella, guardandolo devo dire che ho contato più braccia mozzate qui che in
tutta la saga di Star Wars… Ecco perché
utilizza solo dissolvenze laterali! Ma allora era un omaggio! Jesse V. Johnson
è uno di noi alla fine!

Il meglio il film
lo riserva davvero nei combattimenti, quello tra Adkins e Cung Le è molto figo,
ma ovviamente da quando ho scritto il suo nome, voi vorrete sapere della “Gara
2” tra Scott e Marko Zaror che, ovviamente, è quella che conclude il film.


Benvenuti a Gara 2 Scott vs. Marko!

Lo dico subito:
siamo molto lontani dai livelli da sogno di quel capolavoro di Undisputed III, anche se è divertente
vedere Adkins colpire Zaror al ginocchio (la vendetta di Boyka!), bisogna anche
dire che lo scontro di concludere con una trovata grondante sangue in linea con
il film, non vorrei scomodare “L’ultimo dei Mohicani”, ma quasi. Insomma, finché
Scott si limita a menare e non a recitare, va tutto alla grande, in pratica
nulla di nuovo rispetto a quanto non sapevamo già su di lui.

Però una
soddisfazione il film sul finale me l’ha regalata, prima della frase sulla
legione straniera con cui Jesse V. Johnson sceglie di concludere il film, il
nostro eroe inserisce una bella dissolvenza, tonda questa volta, tipo quelle in
coda agli episodi dei Looney Tunes per capirci, grande Jesse! Allora vedi che
quando vuoi qualche altro tipo di dissolvenza riesci ad utilizzarla? Grande!
That’s all folks!
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