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Saw Legacy (2017): Il ritorno del Jigsaw prodigo

Come potreste
aver notato sono uno che guarda parecchi film, sistematicamente ciccia
fuori un titolo che per qualche ragione non riesco a vedere subito e che in un
attimo diventa il titolo del mondo, nel 2004 mi è successo la stessa cosa con “Saw
– L’enigmista” diretto da James Wan.


Ricordo di averlo
perso al cinema e recuperato poco dopo in home video, passando il tempo
intermedio a rispondere a tutti con le orecchie basse quando mi chiedevano «Hai
visto Saw?». Forse per rimediare a quella lacuna, da allora non mi sono più
perso un solo capitolo della saga, il secondo che già era molto meno bello del
primo lo avevo visto al cinema, la prima settimana!
Da allora
l’appuntamento con Jigsaw è diventato quasi un rito, malgrado il fatto che in
uno strambo Paese a forma di scarpa i film siano usciti sempre un po’ quando
volevano loro, ma negli Stati Uniti la saga di Saw è diventata il film di
Halloween per sette anni.
Devo fare un
ringraziamento gigante ad Alfonso che è stato molto più bravo del sottoscritto
e sulle pagine del suo Blog, si è
impegnato a presentare tutti i film della saga regalandoci un ottimo ripasso di
memoria anche per tutti quei capitolo centrali che nella mia testa tendono a
diventare un po’ tutti uguali, quindi vi consiglio caldamente il suo ciclo, davvero propedeutico.



Questa vita è una catena, qualche volta fà un po’ male (Attenti a Jigsaw! Attenti a Jigsaw!).

Quindi io
(pigrissimo!) posso permettermi di parlavi solo dell’ultimissimo capitolo della
saga, l’ottavo capitolo fresco fresco intitolato “Saw Legacy”, un film che,
bisogna dirlo, ha quasi tutti i pregi e i difetti tipici di questa saga, che, però,
mi ha fatto piacere rivedere, vado a spiegare!

Quando qualcuno
mi chiede un bell’horror da vedere, quasi sempre mi ritrovo a consigliare titoli
provenienti dal cinema indipendente che in qualche caso arrivano a vedere il
buio della sala cinematografica. Invece, tra i film horror più commerciali,
difficilmente trovo cose davvero divertenti, anche se ultimamente i film della
Blumhouse ci stanno dando dentro, bisogna dirlo.
Il problema
grosso è che quasi tutti gli horror che popolano le sale cinematografiche
seguono il filone fantasmifero (si dice fantasmifero? Fantasmiformico? Vabbè,
quella roba lì) inaugurato idealmente dai vari “Insidious” (2010) e continuato
con i vari The Conjuring, diretti
proprio da James Wan, che può piacere o meno, un giorno ricorderemo come
l’assoluto dominatore di questi nostri anni.
Il nuovo “Saw”
parte da un budget di circa 8 milioni di ex presidenti spirati stampati su carta
verde, quasi tutti spesi per il sangue finto e le articolate torture del grande
moralizzatore Jigsaw, un budget che uno come Jason Blum non metterebbe mai a
disposizione per uno dei suoi film che, però, garantisce la quota minima di
sangue. Ora non mi sto schierando apertamente a favore dell’horror
con le budella esposte, sto solo dicendo che mancava un po’ di emoglobina in un
genere in cui ultimamente spopolano soprattutto “Salti paura” e fantasmi
formaggini.



Tiè! Te lo do io un motivo per saltare adesso.

Che poi,
parliamoci fuori dai denti che tanto siamo tutti grandi, Jigsaw è forse la
maschera Horror che incarna meglio questi nostri strambi anni, io che non sono
famoso per essere un grande appassionato della razza umana, sono piuttosto
certo che tantissimi spettatori continuano a seguire i film di “Saw” solo per
pensare a quante persone torturerebbero utilizzando le trappole e i
complicatissimi macchinari messi su dal personaggio interpretato da Tobin Bell.

Non mi metto su
di un piedistallo, mi piacerebbe far prendere un bello spaghetto ad un sacco di
gente usando la vociona di John Kramer per dire: «Comincia il gioco!». Ma in
senso più ampio il problema potrebbe essere più radicato, in una società dove
tutti sputano veleno sui social-cosi, il moralizzare con lame, punteruoli e
oggetti da taglio di Jigsaw potrebbe essere la più chiara metafora della rabbia
che c’è nell’aria.
Roba del tipo tu,
nel 1995 facevi l’autista di bus e hai saltato una fermata, impedendomi di
arrivare ad un appuntamento importante, per questo mi sono perso l’ultima
puntata di “Dragon Ball” e per questo sono stato vittima di bullismo da parte
dei miei compagni, per questo ora t’infilo la testa in una tagliola per orsi e
ti concedo 30 secondi per confessare i tuoi peccati. Ecco, magari l’ho presa un
po’ alla lontana, ma il succo è questo.



Questo è chiaramente un omaggio al cavaliere nero dei Monty Python!

“Saw Legacy” è
diretto dai fratelli Michael e Peter Spierig, gli stessi dei gustosi “Undead”
(2003), “Daybreakers – L’ultimo vampiro” (2009) e del più recente Predestination, due ragazzotti che hanno
dimostrato di amare il cinema di genere e che stanno percorrendo la strada che,
forse, li porterà ad essere dei nomi noti nel cinema. Non ho ben capito se
abbiano accettato di dirigere l’ottavo capitolo di una saga horror famosa
perché sono due grandi fan di questa serie, oppure perché era un lavoro pronto,
soldi abbastanza facili e un minimo sindacale di visibilità garantita. Devo
dire che i due fanno un buon lavoro, sicuramente più accurato dei tanti registi
che hanno diretto prima di loro e di cui ho già dimenticato il nome, ma senza
nemmeno lasciare il loro marchio che, poi, quale potrebbe essere quello
caratteristico che distingue i Fratelli Spierig da tutti gli altri proprio non
lo so e forse non lo hanno capito nemmeno loro, mi sa che è questo il
problema.

Questo film ha la
sfiga di arrivare solo sette anni dopo l’ultimo capitolo “Saw 3D – Il
capitolo finale” che non sono pochi perché la memoria del pubblico odierno, ma
non sono nemmeno troppi per avere già una buona fetta di pubblico che
incontrandosi al bar imposta discussione del tipo «Ti ricordi quando andavamo
al cinema a vedere i film di Saw? Mamma mia quante risate!».



Questa signorina qui è la parte del film che mi è rimasta più impressa.

“Saw Legacy” può
essere visto da chi non si è perso nemmeno un capitolo, ma anche da quelli che
sanno giusto dell’esistenza di John Kramer, assassino con una malattia
terminale, che attraverso indovinelli e torture fa confessare le sue vittime
liberandole dalle loro colpo, oppure mandandoli direttamente al creatore.

Nel gruppo di
attori di questo ottavo capitolo poche facce note, giusto quella spiritata di
Tobin Bell che torna ad indossare il cappuccio nero e rosso di Jigsaw e per
questo risulta anche il più carismatico di tutto il cast. Cosa che non richiede
molto sforzo, perché gli alti attori sono tutti divisi tra carne da macello e
poliziotti impegnati ad indagare.
Nel gruppo
spiccano giusto la bionda Brittany Allen, ma solo perché di recente ho
avuto modo di vederla inseguita da uno zombie in It stains the sands red. Ma nel mucchio abbiamo abbiamo anche una rossa patologa caruccia che ha il compito
di stare li ad attirare gli sguardi facendovi sospettare di lei.



“Preferivo di gran lunga lo zombie, anzi quasi mi manca!”

Perché il
gioco è sempre un po’ lo stesso, Jigsaw ne comincia uno nuovo con alcuni
“Volontari” costretti ad affrontare una specie di “Giochi senza frontiere”
fatto di catene legate al collo che li trascinano tipo collare verso pareti di
lame rotanti degne di Goldrake e altre trovate gustose del genere. Il tutto
mentre le indagini proseguono, perché Jigsaw sarebbe morto ben prima della
metà di questa saga, quindi chi è che sta portando avanti il gioco?

No so se è perché
ho perso l’allenamento in questi sette anni, ma devo dire che in questo whodunit? Farcito di sangue e arti
mozzati la soluzione del giallo mi ha comunque sorpreso, quindi posso dire che “Saw
Legacy” è un film che fornisce al pubblico esattamente quello che promette,
anche se devo dirlo, a mente fredda e con la consapevolezza degli altri
capitoli, mi rendo conto che è più o meno la terza volta che utilizzano QUEL
trucco lì per giustificare l’identità dell’assassino, resto sul vago perché non
voglio rovinare una sorpresa che, come detto, malgrado tutto funziona.

Quindi, non ho ben
capito quali siano gli intenti di questo “Saw Legacy” che non si discosta molto dai sette capitoli che lo hanno preceduto, vuoi vedere che alla fine
sette anni sono sufficienti per creare l’effetto malinconia? Beh, per questa
volta va anche bene così, ma mi auguro che la formula venga in qualche modo
rinfrescata, perché va bene salvarsi una serata, ma altri seguiti
indistinguibili uno dall’altro non so se ho poi tutta questa voglia di vederli.
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