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Scary Stories to Tell in the Dark (2019): piccoli sbadigli

Guillermo del Toro una ne fa e cento ne pensa. Se la gioca
con Tarantino per numero di progetti annunciati e in cantiere, questo “Scary
Stories to Tell in the Dark che picchiò il cane che morse il gatto che si
mangiò il topo che al mercato mio padre comprò” avrebbe per un po’ dovuto anche
dirigerlo, per poi restare a bordo solo in veste di produttore.

Poco male, visto che il sostituto regista è di tutto
rispetto, il norvegese André Øvredal, quello dell’interessante “Troll
Hunter” (2010) e del gustosissimo The Autopsy of Jane Doe, suo primo film americano, che lasciava intendere
che il ragazzo sapeva come destreggiarsi anche in una produzione a stelle e
strisce, anche se qui è stato subito ridimensionato dal “cambio basket” di Del
Toro.

A scuola di mostri con Guillermo.

Niente da dire, Øvredal fa un lavoro davvero buonissimo, ma
è chiaro che “Scary Stories to Tell in the Dark” sia un progetto voluto da Del
Toro, che trae ispirazione dall’omonima serie di libri per ragazzi scritta da
Alvin Schwartz, composta da tre volumi pubblicati tra il 1981 e il 1991.
Racconti spesso anche molto brevi, di un paio di pagine, pescati dal folclore
americano ed impreziositi dalle illustrazioni di Stephen Gammell, acquarelli
pieni di mostri e creature che di sicuro hanno colpito l’immaginario di uno
come Del Toro, che per i mostri ha sempre avuta una certa predilezione.

Sono proprio i mostri la parte migliore di “Scary Stories to
Tell in the Dark” (da qui in poi “Spavenstorie” altrimenti facciamo notte), a
partire da Harold, lo spaventapasseri che fa bella (o brutta? Fate voi) mostra
di se sulla locandina del film. Le creature del film non sono moltissime, ma
tutte realizzate davvero molto bene, centellinando la CGI e dandoci dentro con
gli effetti speciali prostetici vecchia maniera, indossati da un paio di
“ripieni” di tutto rispetto: lo spagnolo Javier Botet (già al lavoro in Slender Man, Crimson Peak e The Conjuring2) ma soprattutto il solito Doug Jones, fedelissimo di Del Toro, che qui presta le sue movenze al contorto Jangly
Man.

Anche lui a suo modo è un mostro, l’uomo che ha recitato ovunque, Dean Norris!

L’inizio è piuttosto canonico, un gruppo di ragazzini pronti
a festeggiare insieme il loro ultimo Halloween, costumi improvvisanti in casa, tra cui uno da uomo ragno (anche se non quello famoso) e il solito branco di
odiosi bulletti contro cui prendersi una piccola rivincita. Diventa anche
impossibile nel 2019 emozionarsi ancora per un inizio che urla così forte Stranger Things, dopo che la popolare
serie Netflix ha deciso di prendere i ragazzini di “Stand by me” (1985), i
racconti di Stephen King e i film della Amblin con cui siamo cresciuti, e
cacciarceli giù per il gozzo fino a farci esplodere, nemmeno se loro fossero la
strega con i dolciumi e noi Hänsel e Gretel.

Ve lo dico, non ne posso più di vedere ragazzini in bicicletta in film e serie tv!

La differenza è l’anno di ambientazione, il 1968 (lasciatemi
l’icona aperta, che più avanti ci torniamo) ma se per caso uno spettatore
distratto si perdesse la data in sovraimpressione, l’inizio di “Spavenstorie”
ti farebbe pensare all’ennesimo film con ragazzini degli anni ’80. Anche se
bisogna proprio essere MOLTO distratti, perché i protagonisti in fuga dai
bulli, finiscono per incontrare Ramón (Michael Garza) in un Drive-In che
trasmette La notte dei morti viventi,
con una discreta spazzolata di citazionismo fine a se stesso. Ma soprattutto
per tutto l’inizio della pellicola, viene sparata a ripetizione l’abusata ma
sempre ipnotica “Season of the Witch” dei Donovan, che comunque a ben pensarci,
vale comunque come citazione Romeriana.

Diciamo che come omaggi ai classici horror, questo film è ben messo.

Come sapete ho smesso di fare uso di trailer cinematografici,
ormai preferisco spararmi in vena direttamente il film fatto e finito. Non
chiedetemi perché, mi era rimasta addosso l’informazione che “Spavenstorie” era
un film antologico con varie storie horror, forse per via del libro originale
(o dello strambo funzionamento del mio cervello). Sta di fatto che gli
sceneggiatori Dan Hageman e Kevin Hageman invece della classica divisione in
capitoli, hanno utilizzato il pretesto del libro scritto con il sangue e
rilegato in pelle umana
per introdurre le varie creature che
terrorizzeranno i protagonisti, come il mostrone alla ricerca del suo alluce,
oppure la mujer pálida… Il nome me lo sono inventato, ma se in “Il labirinto
del fauno” (2006) poteva esserci el hombre palido, ci sarà anche la sua
versione femminile no?

Proprio la “mujer pálida” è protagonista delle scena più
riuscita di tutto il film, un inseguimento (che il mio allenatore definirebbe “statico ma veloce”) in un lungo corridoio tutto
illuminato da spettrale luce rossa. Nel senso che il ragazzino scappa cercando di imbroccare la porta
giusta per uscire, ma ogni via di fuga è preclusa dalla nostra signorina
diversamente abbronzata, che si avvicina camminando lentissima ma inesorabile.

“È qui adesso, Ray. Sta guardando proprio me”, “È un aborto di tubero, vero?”, “Temo ti possa sentire, Ray” (Cit.)

Una scena molto efficace che crea un certo grado di ansia,
perché non serve essere uno studioso dei comportamenti umani, per capire che
quando ci si ritrova ad essere inseguiti da un maniaco con un ascia, oppure in
questo caso, da uno spaventapasseri dall’aria piuttosto incazzata, è automatico
per chiunque scappare per mettersi in salvo. Quello che trovo sottilmente
spaventoso invece, è qualcosa che ad una prima occhiata risulta strano ma non
pericoloso (tipo la mujer pálida) che improvvisamente si rivela esserlo senza
per forza aver bisogno di un “Jump Scare” a sottolinearlo. Quindi bravo André
Øvredal, gli studiosi del comportamento saranno orgogliosi di te.

Purtroppo “Spavenstorie” non è tutto pesche e crema, la
struttura mostro-attesa-mostro alla lunga tende a diventare un po’ ripetitiva,
e nessuno dei giovani protagonisti riesce proprio a guadagnarsi il favore del
pubblico, forse giusto un po’ Stella (Zoe Margaret Colletti) con la sua
notevole e un po’ anacronistica – per il 1968 – collezione di locandine di vecchi film Horror.
Anche l’idea stessa del «Non sei tu a leggere il libro, è il
libro che legge te», viene sviluppata poco e non proprio benissimo, in questo
senso Piccoli Brividi era riuscito a
rendere omaggio molto meglio ai libri del terrore e a tutta la letteratura
Horror per ragazzi. “Spavenstorie” invece, purtroppo mi ha anche parecchio
annoiato, quindi più che “Piccoli Brividi”, direi “Piccoli Sbadigli”.

“Dopo questa solo più romanzi di Emilio Salgari giuro!”

Capisco perché lo abbia fatto, l’impronta di Guillermone Del
Toro, se da una parte ci regala un certo occhio di riguardo per mostri e
creature varie, dall’altra il pegno da pagare è l’utilizzo sempre più involuto
delle metafore (anche noti nome METAFORONI) del regista Messicano, vi ero
debitore di un’icona da chiudere sull’anno 1968, lo facciamo subito.

La scelta dell’anno in cui ambientare il film è ben più che
metaforica: il presidente Nixon gode ancora di (abbastanza) fiducia, e il
bulletto che perseguita i protagonisti sogna di arruolarsi per andare in
Vietnam ad uccidere qualche “rosso”. Insomma anche se scritta con il
pennarellone a punta grossa, è piuttosto chiaro che l’America del film è all’ultimo
Halloween (che per gli Stati Uniti sarà il Viet “Fottuto” Nam) proprio come i
protagonisti, la svolta prima di entrare definitivamente nell’età adulta. Il
tipo di metafora non proprio sottilissima che uno si aspetterebbe di trovare negli
ultimi film del produttore di “Spavenstorie”.

Quando ti nascondi sotto il letto, ma realizzi che è proprio dove di solito stanno i mostri.

Un grosso problema? Non tanto, perché è chiaro che questo
film sia forse più rivolto ad un pubblico giovane, io ormai potrei essere lo
zio del target di riferimento di questa pellicola, che è proprio come Piccoli Brividi, però con più gusto per
le scene forti, tipo quella dei ragni allo specchio, messa apposta nel film per
farvi provare un po’ di sanissimo schifo.

Insomma, per me ormai è troppo tardi, sono già vecchio e
cinico, ma se conoscente figlie, nipoti, cugini più giovani in cerca di qualche
brivido, questo potrebbe essere un buon film per fare la conoscenza del più
sanguinolento di tutti i generi.
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