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Scott Pilgrim vs. the World (2010): tratto da un fumetto (ma fumettistico per davvero)

Me lo avete chiesto più volte ed è senza ombra di dubbio una
domanda lecita: perché non ho mai scritto niente su “Scott Pilgrim vs. the World”?

Ho un’intera sezione dedicata a Edgar Wright e un buco all’altezza di questo film, tanto che potrebbe
sembrare che io abbia chissà cosa contro il povero Scott, quando invece ho
sempre apprezzato molto questo gioiellino, che a distanza di più di dieci anni
dalla sua uscita, mi sembra ancora un titolo molto amato o molto bistrattato,
senza troppe vie di mezzo, di recente poi mi sono imbattuto in un titolo che me
lo ha ricordato molto, quindi eccoci qui a colmare questa lacuna.

Anche perché ve lo dico fuori dai denti, io ho sempre avuto
un debole per “Scott Pilgrim vs. the World” fin da quando lo vidi a Lucca
Comics in anteprima, ai tempi in cui ancora mi sforzavo di far finta di aver
voglia di affrontare l’umanità per avvistare uno o due fumetti, in mezzo ad un
fiume di cosplayer. Anteprima per altro organizzata a modino, dovevi rispondere
a una domanda sul fumetto per accedervi, come Scott quando entra nel Chaos
Theater la mia reazione è stata: «Non ho letto il fumetto ma vedrò il film,
dammi il biglietto», «Ok risposta giusta» (storia vera).

Io che supero le invalicabili difese dell’organizzazione di Lucca Comics.

Il film venne proiettato in lingua originale (meglio, perché
Michael Cera doppiato ha una voce che la fa sembrare ancora più scemo) ma senza
sottotitoli, risultato? In una sala piena, sulle battute e i giochi di parole
ridevamo in sette, mentre sulle gag visive e le trovate quasi slapstick del
film ridevano tutti (storia vera, secondo estratto), il che potrebbe
essere il modo migliore per riassumere alcune qualità di questo film.

Quando il regista ha più l’aria da Rockstar del protagonista.

Ma un minimo di contesto produttivo ora ve lo beccate,
volenti e nolenti, perché parliamo del primo film lontano da Albione di quel genietto
di Edgar Wright, a tutti gli effetti
un “cine-comics”, uno di quelli che non viene citato mai, perché il materiale
originale è un pelo diverso dal vostro fumetto americano medio. Bryan Lee
O’Malley ufficialmente è un fumettista e musicista canadese, anche se un po’ di
oriente nel suo DNA e nel suo stile sta lì in bella vista. Mettendo in chiaro i
suoi gusti musicali Indie/fighettini, ha pescato il nome del suo protagonista da un
brano dei Plumtree, per altro omaggiati nel
film dalle magliette di Michael Cera. Il fumetto diventato di culto che
negli Stati Uniti è stato ribattezzato un “American Manga”, perché se gli Yankee
non appiccicano un’etichetta su tutto, poi non dormono la notte, che poi è l’esatto
contrario di quello che fanno gli orientali alle prese con un
racconto immaginario.

Le tavole originali di O’Malley, per un raffronto diretto.

Noi occidentali dobbiamo razionalizzare tutto, un’ossessione,
prendiamo ad esempio un film riuscito come gli Uomini-Pareggio di Bryan Singer: via le tutine colorate, dentro un
tocco di fantascienza per giustificare i super poteri, sotto con gli attori
shakespeariani per guadagnarsi credibilità. I giapponesi? Pensate a Takashi
Miike quando adatta un manga come Ichi the killer, gente che entra ed esce volando (cit.), combattimenti, morti
esplosive con sangue sparato in ogni dove, mi rendo conto che il “target” di
riferimento dei due esempi sia molto diverso, ma uso un’iperbole per ricordare
quando la grande pozzanghera nota come oceano Pacifico a volte possa essere
davvero immensa, ma forse avrei fatto prima a citarvi “Yattaman” (2009) sempre di
Miike e chiuderla qui.

«Ciao ti piacciono i fumet…», «Sparisci Nerd»

La Universal acquista i diritti del fumetto, fa scrivere il
copione allo sceneggiatore di fiducia di Tarantino, ovvero Michael Bacall e poi
ha l’intuizione giusta, assumere Edgar Wright al suo primo film americano, con
tante giovanotte e giovanotti nel cast e senza parolacce. Infatti trovo sempre
divertenti le censure sulle labbra della sboccacciata Julie, la super eroina
dei film Indie, Aubrey Plaza.

«Non voglio sentire parlare di quello $€%#&@€ di Cassidy!»

Wright riscrive la sceneggiatura, la Universal prende tempo
e questo rimanda l’uscita di “Ant-Man” su cui il regista inglese stava già
lavorando. Sapete com’è finita, la Marvel non l’ha presa benissimo e ha deciso
di poter fare a meno di Wright e da
allora, forse anche dei registi/autori, decidendo per sempre del
contenuto, sempre meno fumettistico e più fatto con lo stampino dei “cinecomics”
contemporanei. Ecco perché “Scott Pilgrim vs. the World” è ancora oggi un
ottimo esempio di film tratto da fumetto, ma fumettistico per davvero, il
nemico naturale di tutti quei cagacaz… ehm, appassionati che spaccano il cazz…
ehm, sottolineato dettagli come il numero non adeguato di iene nei film di Harley Quinn.

Il fumetto originale non era a coloriiiii!!1! Errore! Buco di sceneggiaturaaaaaa!!!

Edgar Wright parte subito a tavoletta mettendo in chiaro i
suoi intenti, persino il logo della Universal è pieno di pixel e ha la
musichetta “mono” come se avessimo appena iniziato una partita con il Nintendo oppure
l’Atari. Da qui in poi ci introduce i personaggi come faceva O’Malley, con nome
ed età del personaggio in sovraimpressione. Quindi ecco Scott Pilgrim (Michael
Cera) e la sua fidanzatina liceale Knives Chau (Ellen Wong) ma soprattutto un
inizio che utilizza il fumetto quasi come storyboard: la scena del muro di
suono generato dai Sex Bob-omb quando si presentano durante le prove è letteralmente identica, con la stanza che si
allunga all’infinito e la colonna sonora, che vi resterà in testa un mese dopo
aver visto il film, anzi a me anche di più, ogni tanto mi canticchio da solo
pezzi come Threshold (storia vera).

We are ‘Sex Bob-omb, one, two, three, four!

I primi famigerati cinque minuti di un film, quelli che ne
determinano l’andamento e che Wright utilizza per urlare al pubblico che la
volontà di razionalizzare tutto è stata lasciata fuori dalla porta. Anche se
bisogna dirlo, lo fa in maniera ideale per non traumatizzare gli spettatori, la
prima mezz’ora di “Scott Pilgrim vs. the World” sembra una sorta di “Juno”
(2007) senza il rompimento di maroni e le fighetterie da Sundance, malgrado il
protagonista maschile in comune.

La trama romanticona prevede l’arrivo della bella americana
Ramona Flowers, che si prende il cuore del protagonista anche perché è fatta a
forma di Mary Elizabeth Winstead, che cambia colore di capelli tre volte nel corso
del film ma è talmente “hot” da sciogliere la neve quando pattina con i
rollerblade, letteralmente. Perdonatemi l’anglicismo ma è uno dei giochi di
parole del film che non rende al meglio tradotto, citofonare presenti in sala a
Lucca per conferma.

Come rendere invisibile il protagonista titolare del film: Mary Elizabeth Winstead.

Il tira e molla tra mettersi con Ramona, dover scaricare Knives
Chau e i traumi lasciati dalla sua perfida ex Natalie “Envy” Adams (Brie
Larson) tengono banco, la regia di Wright e
il suo montaggio inimitabile regalano un gran brio al film oltre a soluzioni
visive spassosissime, che procedono mano nella mano con il mondo dei
videogiochi e quello dei Manga a cui il film si ispira. Ad esempio la vescica
del protagonista da scaricare rappresentata tipo barra di energia, o il momento
in cui, davanti al cabinato in cui si balla in coppia (con il Nega-Ninja,
classica pistola di Čechov che trovate sempre nei primi atti dei film di Wright),
Scott potrebbe mollare la sua fin troppo giovane fidanzatina, ma indeciso
lascia scorrere il tempo, con il gioco che sullo schermo chiede “Continue?” facendo il conto alla rovescia. Tutte trovate estremamente visive che rendono
il film fumettistico per davvero, ma anche molto familiare a chi conosce il linguaggio dei videogiochi.

Nella prima mezz’ora veniamo bombardati da volti noti
destinati di lì a poco a diventare quasi tutti nomi mediamente grossi del
piccolo e grande schermo: Kieran Culkin se la comanda nel ruolo del coinquilino
gay che riesce a spettegolare anche dormendo, ma tra un’apparizione della
prezzemolina Anna Kendrick (a proposito, che fine ha fatto?) nei panni della
sorella del protagonista, forse i più caratteristici sono proprio i Sex Bob-omb,
i cui nomi strizzano l’occhio a Crosby, Stills, Nash & Young, visto che
sono Stephen Stills (Mark Webber), Young Neil (Johnny Simmons) e beh Kim, che è
anche la più cazzutta perché la batterista interpreta da Alison Pill ci ricorda
di un tempo in cui l’attrice con la sola presenza era quasi garanzia di qualità
per il film.

Poi è finita a recitare in Picard.

Tra colonna sonora che ti si pianta in testa, la meglio
gioventù delle nuove leve sparse nel cast e il montaggio frizzantino di Wright, la prima mezz’ora del film se ne va come se durasse la metà. Diventa chiaro
perché si intitoli “… vs. the World” allo scattare della mezz’ora, quando il
primo dei sette ex malvagi con cui Scott dovrà vedersela per poter conquistare
il cuore di Ramona, entra dal soffitto volando. Matthew Patel (Satya Bhabha)
sarà stato anche il primo nel fumetto originale, ma Wright astutissimo sfrutta
le origini del personaggio per dare un tocco di cinema Indiano al tutto. Patel svolazza, accenna balletti a mezz’aria con demoniesse Bollywoodiane alle
sue spalle e in generale mette in chiaro che da questo punto in poi, in “Scott
Pilgrim vs. the World” vale tutto, prendere o lasciare. Io in linea di massima
resto a bordo più che volentieri.

Realismo, K.O. Cinema… Wins!

Anche perché parliamoci chiaro, atleti in questo film non ne
troverete nemmeno pregando Cthulhu, però beccami gallina se Edgar Wright non è
straordinario a mettere su corografie di lotta realizzate come beh, Cthulhu
comanda. Roba per cui anche uno stecchino con la maglietta a righe come Cera,
immerso in questa dimensione fumettistica, con trovate visive volutamente da
videogioco, risulta perfetto per quello che può menare anche Chris Evans, che con la parte dello spocchioso attore/skater Lucas Lee, trova il modo di
mandare a segno un altro ruolo tratto da un fumetto nella sua filmografia. Fate
prima a contare i film che non lo sono con Evans nel cast.

«Due. Due non erano tratti da fumetto, solo due!»

I momenti spassosi si sprecano, avremo tempo di elencarli
nella sezione commenti anche se una menzione la merita I’m so sad, so very, very sad canzone che ci va più tempo a pronunciare che
ad ascoltare. Ma le gag riuscite nel film sono un’infinità (come la vestizione
dell’eroe rapidissima, ma con allacciata di scarpe lentissima), quasi tutte
frutto del talento visivo di Edgar Wright e del suo essere riuscito a dare un taglio estremamente fumettistico ad un film che lo è per davvero. Basta dire che quel
senso di estrema velocità del racconto, che rispecchia il tempo che normalmente
si impiega a leggere un Manga, nel film si ritrova tutto. Come ad esempio quando Scott lancia l’inutile
pacco consegnato da Ramona, utilizzato solo per attaccare bottone, che ha richiesto
più di trenta tentativi di lancio alla cieca da parte di Cera prima di andare a
segno (storia vera), eppure il dinamismo di questo film fa sembrare tutto
facile e velocissimo.

FATALITY!

Se Patel può volare, allora Roxy Richter (Mae Whitman) può avere
una cintura che diventa una lama o Ramona può tirare fuori dalla tasca un
martello gigante (molto in stile City Hunter, va detto) per difendersi. Così
come può esserci un duello amplificatore contro amplificatore che sullo schermo
diventa un gorilla gigante contro un drago a due teste, vale tutto, tutto!
Anche un duello tra bassisti contro un Brandon Routh che è più Superman qui
di quanto faceva beh, Superman. O
almeno diciamo che pareggia il suo ruolo di “Big Blue”, solo che la sua Kriptonite
qui è un errore nella dieta vegana, che porta all’esilarante cameo di Thomas
Jane e Clifton Collins Jr. nei panni della polizia Vegana. Una menata talmente
assurda da fare ridere perché totalmente non sense, insomma il mio
tipo di umorismo.

Superman Returns… di nuovo!

Come un videogioco ci sono vite extra guadagnate e Boss
finali da sconfiggere, interpretato dalla faccia da schiaffi di Jason
Schwartzman, ovvero come portare sulla Bara Volante un attore che difficilmente
troverete da queste parti, solo Wright può. Ma a ben guardare, i film ispirati
nella struttura ai videogiochi, con il protagonista intento a ripetere lo
stesso livello più volte, sono arrivati tutti dopo quello di Wright, penso a
titoli come “Edge of Tomorrow” (2014), Ready Player One o Boss Level. Qui invece, in perfetta armonia con il montaggio frenetico del regista inglese e la sua capacità di utilizzarlo per raccontare l’azione facendo ridere,
vediamo Scott imparare qualcosa, crescendo come personaggio, non tanto grazie ai dialoghi ma proprio grazie all’azione. Come la trovata della Katana tirata fuori
dal pezzo, che è la differenza chiave nelle due scene gemelle, ripetute in
sequenza una via l’altra.

«La Bara Volante? Quelli scrivono solo di Paul W. S. Anderson. Io sono più uno da Wes»

Bisogna anche dire che i rimaneggiamenti ci sono stati in
corso d’opera, il riuscitissimo scontro finale contro il Gideon di Schwartzman,
originariamente doveva vedere l’attore alla guida di un enorme robot gigante, cancellato
dalla trama perché troppo costoso (storia vera). Ma anche l’ultima scena, con la
scelta finale di Scott è stata in forse fino all’ultimo secondo, infatti trovate il
finale alternativo nei contenuti speciali di qualunque edizione in home video
del film. Ma questo non cambia il senso di uno film che fumettistico lo è per
davvero, proprio ora che di film tratti da fumetto ne abbiamo un’infinità, pochi
sfoggiano la creatività, il ritmo e le trovate di “Scott Pilgrim vs. the World”. Vorrei riflettere sul fatto che uno che nella sua filmografia, al primo film su
commissione, manda a segno una cosina del genere, dovrebbe essere tenuto in
altissima considerazione, invece so che una buona fetta di pubblico considera
questo film un buco nell’acqua, anche se a dodici anni dalla sua uscita risulta ancora più creativo e riuscito di tanti altri titoli analoghi. Quindi per
quanto mi riguarda, al netto di una filmografia a mio avviso impeccabile: Edgar was always (w)right.

Di sicuro il film non è diventato un culto totale, ma chi lo
apprezza lo fa con ardore, ai tempi ricordo che per definirlo, tentai un
improbabile paragone con Grosso guaio a Chinatown, per via dello scontro finale nei pressi di una piramide, di un tono
comico e della commistione tra oriente e occidente. Non ero convinto allora
come lo sono ancora meno oggi dell’accostamento, per una semplice ragione,
senza scomodare Takashi Miike e restando quindi all’interno della produzione
occidentale, io un film che somigliasse per davvero a “Scott Pilgrim vs. the
World” non l’avevo mai trovato, fino a qualche settimana fa ed ecco perché mi
sono convinto a colmare quella lacuna nella rubrichetta.

Era uno sguardo d’amore, la spada Katana è nel cuore e ci resterà (quasi-cit.)

Se volete conoscere il titolo del film misterioso, vi
toccherà attendere fino alla prossima settimana, chiedo scusa per la pulce nell’orecchio,
ma se volete potete vendicarvi bombardandomi di ipotesi e possibili candidati
nella sezione commenti, non indovinerete MAI, forza, fate del vostro peggio.

Cassidy Pilgrim vs. I commenti
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