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Scream (1996): i film non fanno nascere nuovi pazzi, li fanno solo diventare più creativi

Questa lunga strada che stiamo attraversando da diversi
venerdì oggi ci porta nella cittadina di Woodsboro, dove le urla abbondano,
bentornati a… Craven Road!

Come molti appassionati di cinema, per un certo periodo
della mia adolescenza sono stato circondato da persone che una volta scoperta
la mia (in)sana passione per la settima arte, hanno cominciato a dire che io
ero come un tale Dawson. Siccome vivo fuori dal mio tempo più di Napoleone
Wilson pensavo fosse un modo giovanilistico di esprimersi, una roba tipo «Bella
Dawson!», salvo poi scoprire che si trattava di un telefilm con un appassionato
di cinema di nome Dawson come protagonista. Ricordo anche di aver provato a
guardare un paio di puntate, non di più perché la mascella dolorante per i
troppi sbadigli non mi concedeva molto, mi colpì un
dettaglio (oltre alla passione di Spielberg del protagonista): in quella serie
entravano tutti arrampicandosi dalla finestra della cameretta. Ricordo che
pensai che mi ricordava un film di Wes Craven.

“Solo Cassidy può guardare Dawson’s Creek e pensare una roba del genere”, “Lo sai che è scemo cosa ci vuoi fare?”

Nei film di zio Wessy gli adolescenti entrano tutti arrampicandosi
dalle finestre come l’Uomo Ragno, lo facevano in Nightmare, ma anche in Le colline hanno gli occhi 2 a ben guardare, quindi per certi versi era
inevitabile che Craven e il creatore di “Dawson’s Creek” s’incontrassero, anche
se la popolare serie tv è arrivata dopo l’enorme successo di… “Scary Movie”.
Disorientati? Tranquilli, ora rimettiamo tutto al suo posto.

Nei primi anni ’90 il genere Slasher non godeva di buona
salute, le sue icone come Jason, Michael e lo stesso Freddy stagnavano in una palude di seguiti e il genere aveva perso
tutta la sua popolarità. Nello stesso periodo Kevin Williamson, prima di creare
l’espressione “Dawson”, era uno sceneggiatore esordiente in cerca di un
impiego, che aveva buttato giù una sceneggiatura che omaggiava e per certi
versi anche un po’ sfotteva gli Slasher, il titolo di questo bloccone di fogli
era proprio “Scary Movie” e chissà perché nessuno lo prendeva troppo sul serio.
Tutti i registi a cui veniva proposto, lo schivavano
etichettandolo come una commedia, ma la credibilità del progetto fa un balzo in
avanti quando Wes Craven leggendo la sceneggiatura si dice molto interessato a
dirigerla, proprio perché a lui, quell’elemento comico serpeggiante di fondo,
piaceva davvero molto.

Prima che dodici seguiti di “Scary Movie” lo facessero diventare un’icona comica.

Il cambio di titolo è farina del sacco del famigerato Harvey
Weinstein, l’allora capo della Miramax che pensò bene che il titolo del più
costoso videoclip della storia della musica (Scream di Michael Jackson) potesse andare bene. A Craven
inizialmente il cambio non piacque per niente, ma si adattò abbastanza
velocemente al nuovo suono. Ed è così che l’improbabile collaborazione tra il
futuro creatore di “Dawson’s Creek” e un vecchio maestro dell’Horror, che
malgrado un paio di titoli di culto (e una tranvata in
faccia presa con Vampiro a Brooklyn),
non azzeccava più un film in pieno dai tempo di un capolavoro come Il serpente e l’arcobaleno, hanno trovato il modo di rivitalizzare un intero genere,
facendo fare allo Slasher un salto quantico in avanti, talmente gigante da
non aver forse ancora oggi esaurito per davvero la sua carica propulsiva.

In un solo film “Scream” è riuscito a diventare l’horror,
per tutti quelli che guardavano fin troppi horror, ma allo stesso tempo la
pellicola che ha spiegato forse meglio di altre al mondo, che proprio il genere
delle trippe, del sangue e delle budella esposte è quello con più tradizione,
con la sua iconografia composta da dinamiche, regole, nomi e personaggi,
proprio quelli che questo film cita, omaggia, infrange, un gioco
metacinematografico che nel 1996 conquistò chiunque, anche i botteghini al
netto di un costo di quindici milioni di fogli verdi con sopra le facce di
altrettanti ex presidenti defunti, “Scream” portò a casa centoventisette
milioni, lo slasher più remunerativo dai tempi di Halloween di John Carpenter.

Dovessi cominciare a parlare troppo come Randy, ditemelo ok?

Su “Scream” si potrebbero scrivere dei saggi, cosa che in
effetti è stata fatta, il giochino post-moderno di questo film è in grado di
far sentire a casa propria tutti gli appassionati di Horror che arrivano a Woodsboro
si ritrovano in un mondo dove i momenti romantici sono sottolineati dalla
canzone ufficiale degli Slasher (“Don’t Fear The Reaper”), oppure la tensione
nell’aria abbia come note quelle di “Red right hand” di Nick Cave,
ufficialmente sdoganata dalla nicchia dai fan da questo film. Un posto
immaginario, che sembra un set cinematografico e dove i personaggi parlano
tutti come cinefili, anche quando sbagliano sono immersi nel cinema horror fino
ai gomiti, ad esempio ad ogni visione, mi spappola il cervello il modo in cui
quella santa donna di Rose McGowan, riesca a sbagliare tutto dicendo: «Comincia
a sembrare un film di Wes Carpenter». Arrgh! Cervello che sanguina!

Didascalie che non leggerà mai nessuno presenta: Rose McGowan.

Eppure è chiaro come mai Craven si sia trovato subito a
suo agio con questo materiale, lui che aveva già portato lo Slasher in
territori post-moderni con Nightmare -Nuovo Incubo qui aveva di nuovo l’occasione per portare avanti un discorso.
“Nuovo Incubo” era un monito ai censori sull’importanza di continuare a
raccontare storie horror, perché certi sentimenti (sanguinari) insiti nell’uomo
è meglio sfogarli nella finzione cinematografica, ma era allo stesso tempo un
modo per l’horror di riflettere su se stesso, proprio per questo un po’ autoreferenziale, infatti apprezzato più dalla critica e dagli appassionati che dal
grande pubblico.

“Scream”, invece, è riuscito a fare il passo successivo,
portando quel gioco metacinematografico ad un pubblico che l’horror lo aveva
anche sempre un po’ ignorato, i personaggi di “Scream” sono la continuazione
degli adolescenti abbandonati a loro stessi di Nightmare – Dal profondo della notte, infatti la Sidney Prescott di
Neve Campbell è una perfetta Nancy 2.0 e i personaggi intorno a lei
rappresentano una generazioni di ragazzi bellocci, abbastanza benestanti (come
sarebbe diventato canonico nei tanti film nati sulla scia di “Scream”), però
figli di un’epoca che li ha lasciati senza icone proprie, infatti cosa fanno?
Citano a memoria, a ripetizione, al limite dell’ossessivo quelle dei decenni
precedenti.

Giovani, carini e disoccupati macellati (quasi-cit.)

Ecco perché Randy Meeks (Jamie Kennedy) fa guardare agli
amici l’Halloween di John Carpenter spiegando che Jamie Lee Curtis non si è
spogliata prima di Una poltrona per due,
per illustrare le regole su come sopravvivere ad un film Horror, un giochino
scherzoso che avrebbe dovuto rendere Randy il padrino del metacinema, ma in
realtà (in quanto piuttosto odioso, ammettiamolo) sembra solo il fratello
maggiore di tutti gli attuali cinéfili nell’era dell’Internét.

Qui diventa obbligatorio fare una piccola distinzione: ci
sono classici del cinema che inventano qualcosa di nuovo, diventano dei modelli,
ma, di fatto, sono impossibili da imitare, un esempio? Tutti i seguiti di Nightmare oppure di Halloween, nessuno ha la stessa forza del capostipite. Poi ci sono
quei classici che, invece, inventano qualcosa di innovativo, ma sono un modello
facile da replicare, “Scream” fa sicuramente parte di questa seconda categoria,
perché è innegabile che anche qui, il capostipite abbia una freschezza e un
tiro mai più replicati, ma cavolo se si sono prodigati a farlo!

Le porte, nei film di Craven possono spesso salvarti la vita quando hai un killer alle calcagna.

A partire dai seguiti non sempre all’altezza (a breve su
queste Bare), alla serie televisiva che sembra una sorta di rifacimento
televisivo in misura molto minore, fino a tutti gli horror che hanno allungato
con acqua quella furia che è presente in “Scream”, mi riferisco a roba tipo “So
cosa hai fatto” (1997), Halloween H20 – Venti anni dopo che provava a rilanciare un’icona come Michael Myers
intingendolo nella salsa di “Scream” e poi giù fino ai rifacimenti con le punte
arrotondate prodotti dalla Platinum Dunes.

Titoli di testa bianco su nero (i “colori” di Ghostface)

“Scream” è stato un grosso sasso lanciato nel laghetto
del cinema, che ha creato onde lunghe da cui non ci siamo ancora pienamente
ripresi, penso che sia significativo il fatto che una saga nata come
omaggio/parodia al genere Slasher, abbia generato una saga parallela che spesso
si sovrappone all’originale (fin dal titolo, lo scartato “Scary Movie”), anzi a
dirla proprio tutta ha generato due parodie! “Shriek – Hai impegni per venerdì
17?” (2000) è titolare di un unico precedente, quello di avermi fatto
addormentare in sala durante la proiezione, mi avevano trascinato gli amici, il
mio cervello di appassionato si autodifende con il sonno (storia vera).

Da Horror per chi guardava tanti (troppi) Horror,
“Scream” è diventato il film di riferimento per quelli che ne guardavano
pochissimi e non avevano nemmeno tutta questa voglia di recuperare i film
citati (la mancanza di curiosità, una piaga sociale senza fine), la colpa di Kevin
Williamson è stata quella di avere come ideale di storia per cui essere
ricordato, proprio “Dawson’s Creek”, quindi in troppi ad Hollywood hanno capito
che per fare i soldi bisognava prendere dei protagonisti da telefilm
adolescenziale pomeridiano e metterli alle prese con un assassino, quando
invece “Scream” il primo, anche rivisto oggi continua ed essere quello che è:
dinamite, nitroglicerina pura come quella di James Coburn. Proprio perché nato
dalle intuizioni, se vogliamo anche un po’ naif, di Williamson, ma diretto dal
mestiere e dalla furia di Wes Craven. “Scream” è senza ombra di dubbio un
Classido!
“Scream” prende le regole degli Slasher e le mescola con
le influenze della generazione di MTV cresciuta a pane e televisione (nel
finale, una morte avviene proprio per “Tubo catodico”, Blob ha replicato quella
scena nel pre-serale di Rai Tre per anni), ecco perché il preside della scuola
è Henry Winkler, l’ex Fonzie televisivo passato da campione della ribellione
giovanile (quella innocua) a simbolo dell’establishment scolastico.

“Heeyy!!”

Ecco perché Neve Campbell diventa l’eroina Craveniana
modello, ma arrivava dal televisivo “Cinque in famiglia”, così come Courteney
Cox che qui fa la parte della giornalista stronza Gale Weathers, ma per anni è
stata la fidanzatina d’America nel video di Dancing in the dark di Bruce
Springsteen
in “Friends”, anzi, a volerla dire proprio tutta, persino Wes
Craven all’aria da commedia, fa una comparsata nei panni del bidello Willy
dei Simpson
vestito con il maglione e il cappello del suo Freddy.

Zio Wessy nei panni di Willie dei Simpson.

“Scream” è stato girato proprio così, come se fosse una
commedia, lo ha confermato lo stesso Kevin Williamson nel documentario “Eli Roth’s
History of horror”, in cui racconta come sul set, Craven chiedesse a tutti di
girare in maniera più comica, in fondo un killer con la gonna? Chiaro che si
tratta di una voluta operazione parodia, infatti fu proprio Craven ad
insistere con la Miramax perché la maschera dell’assassino fosse prodotta
dalla più popolare azienda di costumi di Halloween del Paese, anche se,
ammettiamolo, l’aspetto finale di “Ghostface” è geniale, il cappuccio e il
“teschio” bianco lo fanno sembrare un po’ la Morte, un po’ Michael Myers e un po’
l’urlo di Munch. Ecco perché è ancora tra le maschere più vendute ad Halloween,
anche tra quelli che non sanno nemmeno che il suo nomignolo è appunto
Ghostface.

Le idee migliori sono quelle più semplici che fanno più paura.

Credo che non mi stancherò mai di vedere e rivedere
“Scream”, perché è un film che malgrado gli anni sul groppone e i telefoni
cellulari dei protagonisti che diventano sempre più in stile “cabina del
telefono” per dimensioni, riesce ancora a fare leva sugli istinti del pubblico,
ha tutto quello che un Horror dovrebbe sempre avere ed una lettura di secondo
livello in cui possiamo pescare un minimo di critica sociale, in cui le paure
come quella di essere perseguitato da uno sconosciuto male intenzionato sono
ben presenti. Lo spirito iconoclasta di Craven trova sfogo anche nelle
piccole trovate scritte da Kevin Williamson che per tutto il tempo con una
voce (quella di Randy) ci spiega le regole per sopravvivere ad uno Slasher, ma
intanto permette a Craven di scatenarsi demolendole tutte, ecco perché la Final
Girl si salva anche se non è in canottiera (e nemmeno più vergine), perché il
bello di “Scream” è proprio il suo modo di esporre in bacheca ben visibili le
regole, solo per divertirsi a giocarci infrangendole.

La “final girl” che decide per sé stessa.

Ricordo distintamente che fin dalla prima visione, ero
riuscito a capire il trucco che faceva sembrare Ghostface capace di comparire
ovunque, ma non ero riuscito per nulla a capire chi si celasse dietro alla sua
maschera, una trovata che non esito a definire piuttosto geniale, che da una
parte ha tagliato le gambe ai seguiti, ma che ha anche eliminato dall’equazione
l’elemento sovrannaturale che ha sempre caratterizzato i citatissimi Jason,
Micheal e Freddy. Perché qui l’unica forza sovrannaturale in gioco in “Scream”
è una ed una soltanto: la potenza del cinema.

Diventa subito chiarissimo dal prologo del film, a mani
basse uno dei più riusciti della storia del cinema, in cui l’ex bambina
prodigio (e di “E.T. – L’extraterrestre”) Drew Barrymore è sola in casa ed
intenta a rispondere alle telefonate dell’assassino. Se dico sempre che i primi
cinque minuti di un film sono quelli che ne determinano tutto l’andamento, è a
film come “Scream” a cui penso, in questo inizio c’è tutto il talento, il
mestiere e la spassosa cattiveria con cui Wes Craven ha sempre preso molto sul
serio il suo lavoro, giocando con il pubblico. L’inizio di “Scream” è talmente
perfetto che, parafrasando Indy, “dovrebbe stare in un museo”, è il talento di un
uomo che lo Slasher lo conosceva alla perfezione come Craven, al suo massimo
splendore.

“Ti prego E.T. dimmi che sei tu che stai telefonando a casa”

Un prologo perfetto, non solo mette in moto il
gioco metacinematografico di Scream perché Craven si cita addosso (Nightmare – Dal profondo della notte è
l’horror preferito della ragazza, il primo, non i seguiti), ma anche perché con
mossa Hitchcockiana Craven elimina l’attrice più famosa del cast, con la
differenza che analizzando solo il linguaggio cinematografico, in “Psycho”
(1960) la prima morte celebre era fatta per spiazzare il pubblico, qui invece è
inevitabile, volutamente inevitabile.

Drew Barrymore si caccia da sola in una trappola da cui
non potrà uscire mai, perché fa tutto quello che non bisognerebbe mai fai in
uno Slasher e noi da spettatori esperti lo sappiamo, quando nomina il suo
ragazzo, grande grosso e che gioca a Football, già sappiamo che il poveretto è
spacciato, anche le domande «Qual è il tuo film horror preferito?» sono
inizialmente facili, ma anche quando diventano a trabocchetto (mai dimenticarsi
di Pamela Voorhees!) è solo perché il destino della ragazza è già segnato,
siamo noi spettatori che continuando a guardare, decidiamo il suo destino.

“Quale coltello consigli Wes”, “Questo fidati sono esperto, questo è il più affilato”

“Scream” è essenzialmente una riflessione sulla potenza
del mezzo cinematografico, in cui l’horror (da sempre ingiustamente considerato
cinema di seconda fascia) fa la parte del leone. Wes Craven ci conduce per mano
in un gioco cinematografico, certo, ma comunque un gioco al massacro che fa leva
sugli istinti primordiali del pubblico, troppo spesso ci dimentichiamo che un
Horror dovrebbe anche fare paura, tenere in tensione, “Scream” lo fa per tutta
la sua durata, è uno di quei film che ti trasforma in un piccolo investigatore,
mentre sei lì a riconoscere le citazioni, fai teorie su chi potrebbe esserci
sotto la maschera di Ghostface, perché gli horror sono anche questo.

Craven, con tutto il suo bagaglio di ex professore
laureato in filosofia e psicologia, ancora una volta ci ricorda che il cinema è
la valvola di sfogo migliore per tutti gli istinti più bassi, la voglia di
uccidere, la vendetta, la brama di sangue non esistono perché inventati dai
Fratelli Lumiere, ma esistono da sempre, il cinema Horror è quello che serve a
portarci in quei luoghi oscuri dell’animo umano, guardandoli negli occhi (della
loro maschera bianca urlante), ma a distanza di sicurezza, in poltrona protetti
dallo schermo, la frase simbolo del film è un ancora una volta un monito ai
censori ed è anche un modo per sollevare e tenere ben in alto sul palmo della
mano il genere più sanguinario e oscuro di tutto il cinema, una frase simbolo
da sbattere ironicamente in faccia a tutti quelli che vorrebbero censurare
l’arte e l’horror in particolare.

Quello che dovrebbe fare ogni Horror: farti urlare (anche ai protagonisti nel film)

Quando qualcuno vi farà notare che guardate
troppa di quella robaccia Horror, voi lanciatevi nella vostra migliore
imitazione del sorriso da Stregatto psicotico che a Wes Craven veniva naturale
e ditegli: “I film non fanno nascere nuovi pazzi, li fanno solo diventare più
creativi”.

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