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Scream 4 (2011): nuova generazione, nuove regole, vecchia scuola

Bisogna dirlo: è stata una strada anche più lunga del previsto e piena di deviazioni che ci hanno portato in luoghi da brivido e con quel minimo di malinconia che caratterizza sempre la fine di una rubrica, vi do il benvenuto all’ultimo capitolo di… Craven road!

Il successo di Scream nel 1996 è stato uno spartiacque, un film nato non tanto per terrorizzare, quanto per mettere in chiaro le regole degli Slasher, quelle che per essere descritte avevano bisogno dell’occhio di un esterno, cresciuto a pane a film horror come Kevin Williamson e di una vecchia volpe che di orrore al cinema ne aveva già portato tanto come Wes Craven.

Il gioco postmoderno di “Scream” ha mostrato al mondo come i film dell’orrore avessero tutta una loro mitologia e una cerchia di appassionati, veramente scalmanati, per essere l’horror per chi guardava troppi horror (…non è vero, non sono mai troppi), nel tempo è diventato l’horror per chi i film di paura non li vorrebbe vedere nemmeno con gli occhi di un altro. Ammettiamolo: ci siamo abituati al gioco postmoderno di “Scream” perché i seguiti hanno allungato il brodo aggiungendo l’elemento soap opera, oppure perché l’hanno buttata sul ridere in modo maldestro, ma anche perché la formula è stata replicata altrove (coff coff “So cosa hai fatto” coff COFF!) anche dagli stessi Craven e Williamson che hanno provato ad applicarla ai lupi mannari di “Cursed”, uscendo dalla travagliata produzione con le ossa rotte.
Per i titoli di testa del film, oggi non abbiamo badato a spese.

Dopo lo sfizioso “Red Eye” e il bistrattato My soul to take, Wes Craven sente nuovamente bussare alla sua porta, l’ospite a casa Craven è Bob Weinstein che con la sua Dimension Films non ha MAI mollato l’osso su una saga horror (citofonare ad Hellraiser per conferma), figuriamoci se ha intenzione di lasciare indietro la saga di “Scream”, non scherziamo! Ma poi, parliamoci chiaro: Craven non ha rifiutato una regia nemmeno per errore, quindi ecco come la vecchia banda è stata rimessa insieme per una nuova sortita a Woodsboro.

Sceneggiato ancora una volta da Kevin Williamson, “Scream 4” (oppure “Scre4m” se amate i giovanilismi) nasce con l’idea di base di essere il primo capitolo di una nuova trilogia, un concetto che negli ultimi anni è diventato la normalità al cinema, ben prima che GIEI GIEI Abrams facesse interagire vecchie glorie e una nuova generazioni di personaggi, Williamson e Craven erano già arrivati alla stessa soluzione. Se questo è un pregio oppure un difetto sulla lunga distanza di “Scream 4”, lo lascio giudicare a voi.

La nuova puntata di “I ragazzi del muretto”… no, forse ho fatto un po’ di confusione.

“Scream 4” inizia subito con una presa di posizione, gli anni sono passati, ma questa saga non ha nessuna intenzione di abbandonare la sua natura citazionista e postmoderna, lo fa fin da subito, giocandosi una carta che è sempre stata una caratteristica di questa chiave: la morte della bionda famosa in ogni nuovo capitolo. Dopo aver lasciato a terra Drew, Sarah Michelle e Jenny, questa volta la posta in gioco raddoppia: Anna Paquin e Kristen Bell, due diventate famose grazie al successo sul piccolo schermo, sono sul divano a discutere di quanto siano stupidi i film della saga di Saw e di quanto siano diventati assurdi i vari seguiti di “Stab”, il film nel film (anzi, la saga nella saga) di pellicole ispirate agli eventi di Woodsboro. Ma visto che il mantra di questo nuovo capitolo alla base delle nuove regole (per un nuovo millennio e una nuova trilogia) è che l’inaspettato sia il nuovo cliché, con gli omicidi che diventano più estremi e sempre più a sorpresa, ecco perché Veronica Mars accoltella la Sookie Stackhouse di “True Blood”… Così, pronti via. Se poi vogliamo aggiungere che Anna Paquin era protagonista della serie concorrente di quella sempre a tema vampiresco, però scritta dallo stesso Kevin Williamson, ovvero “The Vampire Diaries”, capite da soli che siamo già che il giochetto citazionista di “Scream” è ricominciato.

Lo so, avete visto dei porno che iniziavano più o meno così, ma questo è un film di Wes Craven (che comunque ha diretto anche dei porno in carriera)

Dopo questo prologo a scatole cinesi con bionde morte, la storia riprende aggiornandoci sui personaggi che ormai conosciamo bene. Sidney Prescott (Neve Campbell) viaggia per promuovere il suo libro di auto aiuto “Out of darkness” che sta avendo talmente tanto successo da richiedere anche un’assistente personale, Rebecca fatta a forma di Alison Brie. Nel frattempo, Sidney sta cercando di riallacciare i rapporti con il resto della famiglia, per questo entrano in scena zia Kate Roberts (Mary McDonnell) e la cugina di Sidney, la giovane Jill Roberts, interpretata da Emma Roberts, azzeccatissima per il ruolo, non solo perché condivide il cognome con il suo personaggio (la figlia di Eric e nipotina di Julia, vogliamo “coprirle” un cognome così blasonato?), ma anche perché è diventata una dei volti di American Horror Story, quindi aver cominciato con Wes Craven è un bel biglietto da visita.

Ma secondo voi, il mascherato Ghostface può essere davvero scomparso dalla vita di Sidney? Impossibile! Non ora che “Stab 7” sta per uscire al cinema, con la morte di zia Kate l’indagine ricomincia e con essa torna anche qualche vecchio amico.
Eccoli i vecchi amici, di nuovo in città.

Linus (David Arquette) e Gale Weathers (Courteney Cox) non stanno più insieme e anche questo è un altro punto in cui la distanza tra realtà e finzione nel film si azzera, visto che nel frattempo il matrimonio dei due attori era saltato davvero per aria con il tritolo. Ma alle facce note bisogna aggiungerne altre: la cuginetta Jill si porta dietro la sua squadra di amiche, come Kirby (Hayden Panettiere) e un paio di notevoli nerd appassionati di cinema horror, tra i quali il più rappresentativo è sicuramente Charlie, interpretato da Rory Culkin.

Charlie è la versione 2.0 di Randy, il personaggio con il compito di esporre le nuove regole e di fare a tutti domande su quale sia il loro horror preferito (risposta migliore? Hayden Panettiere che sceglie “Bambi”), per il resto le nuove arrivate garantiscono una nuova generazione di bellezze, perché, parliamoci chiaro, l’avvenenza delle sue protagoniste è sempre stata una caratteristica di questa saga quasi quanto la sua natura postmoderna.
«Volete sentire qualcosa che fa davvero paura? Il bambino di mamma ho perso l’aereo è mio fratello!»

La novità, questa volta, è rappresentata dalle nuove regole, “Scream 4” è arrivato in sala nel 2011, quindi ha avuto la possibilità di riflettere su tutti i film horror del primo decennio degli anni 2000, un panorama che è stato dominato dal “Torture-porn” di saghe come Saw e “Hostel”, dalla tecnica del “Found footage” e delle inquadrature in soggettiva dei vari “Paranormal Activity”, ma soprattutto dei remake, sempre più patinati (e mosci) delle vecchie glorie del passato, come tutti quelli firmati dalla Platinum dunes, ad esempio, che hanno messo le loro zampacce anche sulla creatura più famosa di zio Wessy, ovvero Freddy Krueger (un post a tema, prossimamente su queste Bare).

Il bersaglio (se così vogliamo definirlo) di “Scream 4” è tutta questa tipologia di film, ecco perché nella storia si scopre piuttosto presto che l’assassino mascherato, questa volta sta organizzando una sorta di “remake” di “Stab” e quindi degli eventi della vita di Sidney che noi conosciamo perché abbiamo visto Scream. Il tutto, però, con un tripudio di microtelecamere e riprese in soggettiva, ma anche le nuove regole, per cui questa volta possono morire tutti (tranne i gay, che sopravvivono sempre) oppure il dettaglio per cui un remake debba andare oltre l’originale, con gli omicidi da condividere online.
Webcam e telecamere portatili ovunque, persino nel granaio!

Volete sapere qual è il problema di “Scream 4” per quello che mi riguarda? Non è un film con una forza tale da ripetere nel 2011, la rivoluzione del 1996, “Scream 4” non ha spazzato via il Torture-porn, i film con la macchina da presa ballerina oppure i remake mosci, quelli sono tutti filoni che sono andati ad esaurirsi naturalmente, perché il gioco postmoderno di “Scream 4” è sempre lo stesso, quello a cui ci siamo anche un po’ abituati ormai, ma questa volta c’è anche una certa malinconia di fondo, non riesco a non notarla ogni volta che rivedo il film, anche perché nel finale diventa palese.

“Scream 4” è un film che porta ancora una volta in scena un assassino armato di coltello, come da tradizione dello Slasher, ma può fare ancora paura al pubblico questa minaccia? Dopo che l’asticella dell’emoglobina è stata alzata parecchio con le torture di “Saw” e “Hostel”? Il film di Wes Craven non prova a rispondere, ma per 111 minuti rende nuovamente minaccioso l’assassino con coltello, grazie a personaggi giovani che sono un po’ meno odiosi (e anonimi) della media degli adolescenti uccisi negli Slasher, ma anche grazie al mestiere di Wes Craven che qui non riesce a regalarci un’altra scena degna del prologo del primo Scream, ma almeno un omicidio nel parcheggio sa sempre come girarlo per benino.
Due generazioni di regine dell’urlo a confronto.

La malinconia emerge nei temi, se gli adolescenti del primo “Scream” erano una generazione senza miti che ripeteva i film dei loro fratelli maggiori, i classici horror degli anni ’70 e soprattutto ’80, quelli di “Scream 4” sono stati abbandonati ancora più a loro stessi e Internet non li ha aiutati.

Se in rete basta niente per sembrare tutti dei divi di Hollywood, cosa bisogna fare per essere famosi per davvero? Qui tornano gli adolescenti abbondati a loro stessi di Craveniana memoria, ma anche una certa critica alla società, all’acqua di rose quanto volete, ma sempre presente.
Le battute contro Bruce Willis invece? L’ennesima conferma che la saga di “Scream” è da considerarsi canonica rispetto all’View Askewniverse..

Ecco, dove, però, la malinconia morde forte le chiappe al film (e ai suoi autori) è nel finale. Fin dalla prima visione in sala di questo film alla sua uscita, mi è sempre stata palese la sensazione (confermata dalle interviste agli autori) che i piani per “Scream 4” fossero quelli di lasciare a terra molti dei personaggi originali e continuare la nuova trilogia con i nuovi personaggi, ma all’ultimo Craven e Williamson peccano di troppo amore e memori del fatto che in questa saga Ghostface può cambiare costantemente identità sotto la maschera, ma Sidney Prescott è la vera protagonista, alla fine non riescono (e non vogliono) compiere quell’estremo gesto che avrebbe davvero reso più estremo dell’originale questa sorta di seguito/rifacimento di “Scream”.

«Dai Wes vieni fuori, lo so che è un trucco dei tuoi. Mi spunterai alle spalle durante le riprese di Scream 5»

Anche se giova sottolinearlo, l’ultima inquadratura del film, conclude la pellicola con un tocco satirico: i giornalisti parlano della nuova eroina di Woodsboro, riportando di fatto quello che noi spettatori sappiamo essere una notizia falsa, nel 2011 non lo potevamo sapere, ma sono felice di essere stato in sala, per aver ammirato sul grande schermo quella che è stata l’ultima inquadratura diretta di suo pugno da Wes Craven che, ovviamente, non poteva che essere una piccola stilettata al costato, quando uno nasce iconoclasta, resta tale fino alla fine.

“Scream 4” non è andato benissimo al botteghino, un quarto capitolo di una vecchia saga non ha attirato troppo il pubblico, anche se resta un film molto più fresco e brioso di quello che il numero quattro nel titolo lascerebbe pensare, quasi nello stesso anno John Carpenter usciva con The Ward, definito dal suo regista un film della vecchia scuola, diretto da un regista della vecchia scuola. Ecco, a ben guardare, forse Craven è stato ancora più fedele a questa descrizione con “Scream 4”, infatti sarà molto strano affrontare il già annunciato “Scream 5”, sapendo che non vedremo sul grande schermo la scritta: directed by Wes Craven.
Una manata insanguinata sul vetro, il modo migliore per salutare Wes Craven.

Wes Craven ci ha lasciati nell’agosto del 2015, questa rubrica è una dedica al più assurdo (in tutti i sensi possibili di questa parola) dei maestri Horror, tutto nella carriera di Craven è stato estremo, dal modo in cui è entrato a far parte dell’industria cinematografica, fino al suo approccio artisticamente bipolare, un professore prestato al cinema del sangue e della paura che ha mescolato alti incredibili e bassi abissali, che ha unito cervello e panza, materia grigia e budella, nella stessa carriera ha regalato a tutti motivi per amarlo oppure per odiarlo, vi potete schierare nei suoi confronti, ma un unico dettaglio resta certo: non ne vedremo forse mai più un altro in grado di dare rilevanza ai film dell’orrore come ha fatto Wes Craven, sottolineandone l’importanza culturale, sfornando icone diventate leggendarie e soprattutto dando valore ad ogni coltellata, ad ogni urlo e ad ogni incubo. Grazie zio Wessy per tutti i risvegli urlanti nel letto.

Capolinea gente! Questa rubrica termina qui, spero che abbiate apprezzato questo lungo viaggio attraverso Craven Road, ora mi prenderò qualche venerdì “libero”, ma presto ricominceremo, questa Bara ha sempre un altro grandissimo a cui rendere omaggio.
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