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Scream 7 (2026): …e ora parliamo di Kevin (Williamson)

Prima o poi doveva succedere, se ci fermiamo a pensarci un momento, è il classico rasoio di Occam, in assenza del mai dimenticato e sempre amato Wes Craven, che la saga di Scream passasse nelle mani del co-creatore Kevin Williamson era la scelta più sensata, ma che fatica per arrivarci, tanto che ho creduto che questo settimo viaggio a Woodsboro non sarebbe mai arrivato.

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillette, registi dei capitoli cinque e sei, sono dovuti scendere alla giostra, ufficialmente per conflitti di programmazione con il loro Abigail, per questo è stato nominato l’altrettanto sensato Christopher Landon, poi il mondo è impazzito. Cioè, ancora più del solito.

Il mondo, anno 2026.

Una delle sue sorelle Carpenter, ovvero Melissa Barrera, su cui ormai la saga puntava, ha fatto affermazioni pro-Gaza ed è stata licenziata. Sul punire persone professionalmente per loro opinioni o stili di vita personali o provati, ho le mie idee, non siamo qui per discuterne, anxhe perché se mi conoscete già avrete capito, quindi atteniamoci ai fatti che sono altrettanti matti. Jenna Ortega, in piena solidarietà con la collega ha dichiarato: ‘Azzo mene! Io mangio grazie a Netflix ciaione! Mentre Landon, dopo aver ricevuto minacce di morte per il licenziamento di Barrera (di cui lui NON era responsabile) ha salutato tutti con il gestro dell’ombrello. Questo paragrafo, analizzato riga per riga mi permetterebbe di scrivere dieci post lunghi ironici, ma stiamo sul pezzo… E ora, parliamo di Kevin (cit.)

Quando con il cappello in mano i produttori si sono rivolti a Kevin Williamson, il nostro ha giustamente preteso tutto, anche lo ius primae noctis probabilmente, si parla di mezzo milioni di compenso pagato in fogli verdi con sopra facce di ex presidenti uccisi da Ghostface, numeri che hanno fatto lievitare i costi di produzioni, costringendo il nuovo “Scream 7” a vincere e vincere forte al botteghino, perché a quel punto, Williamson ha rivoluto il vero cuore della saga, ovvero Sidney Prescott. Neve Campbell, tenuta fuori dal capitolo precedente per motivi economici, al grido di «Chi sono io? La figlia della serva!?» ha portato a casa un bell’assegnone grosso, lo dico? Tutti soldi meritati.

«Trent’anni tra gente in maschera che mi chiama per chiedermi del mio Horror preferito e non mi volete pagare?»

“Scream” è sempre stato due cose essenzialmente, oltre allo Slasher nato quasi per scherzo (titolo di lavorazione nel 1996? “Scary movie”, storia vera), doveva essere l’horror per chi guardava tanti film di paura è diventato per decenni – e ancora lo è – il modello su cui sono basati tanti Slasher. Per prima cosa è stato l’Horror che fin al quarto capitolo compreso, uscendo in sala sempre alla giusta distanza dal capitolo precedente, poteva fare il punto della situazione sullo stato del genere in quel momento, giocando in maniera meta-narrativa con le “regole” degli Horror, ma soprattutto, la sua seconda caratteristica è sempre stata quella fondamentale: avere Sidney come protagonista.

L’unica saga Slasher non costruita sul culto dell’assassino, ma sulla Final Girl, il tentativo di spostare il fuoco sulle sorelle Carpenter è finito come sappiamo, Williamson infatti ha riportato l’attenzione su Sidney, che questa volta dovrà lottare per la vita anche di sua figlia.

A ricordarci che questo è comunque lo Scream che esce nell’anno del trentennale della saga, Kevin Williamson mette subito le cose in chiaro con il prologo: nel 2026 la casa di Stu Macher a Woodsboro è diventata una sorta di museo a tema Ghostface ribattezzata “Macher House Experience”, la coppia di fidanzatini Scott e Madison la visitano per ritrovarsi alle prese con animatronici con indosso la celebra maschera bianca dell’assassino, tra sensori di movimento e scherzi, la coppia potete immaginare che fine farà, soprattutto perché Madison è fatta a forma di Michelle Randolph, quindi porta avanti la tradizione delle bionda ammazzata male nei primi minuti di un film di Scream. Mentre il nuovo Ghostface da fuoco e tutto per puntare alla sua vera preda, potete facilmente intuire di chi si tratta, visto che Sid è di nuovo della partita.

Film che criticano i fan(atici) e poi partono urla di boicottaggio, minacce di morte e un ridicolo embargo tardivo per cercare di tutelarsi dai commenti. Bravi, voi Scream lo avete proprio capito!

La nostra Final girl del cuore si è rifatta una vita a Pine Grove, malgrado per tutti sarà sempre la protagonista del franchise nel franchise (ovvero “Stab” il film nato dal dramma), Sidney ora è sposata con il poliziotto Mark Evans (Joel McHale) e ha una figlia adolescente di nome Tatum (Isabel May), chiamata così in onore di Tatum “Rose McGowan” Riley, il cui nuovo fidanzato Benjamin “Ben” Brown (Sam Rechner) ricorda alla nostra Sid fin troppo sinistramente i Billy Loomis che furono.

Proprio dal passato della protagonista, Kevin Williamson pesca per tracciare un altro pezzo della storia di Sidney, perché questa volta l’assassino sfruttando la tecnologia, non si limita a chiamarla ma a videochiamarla, la sorpresa è che dall’altra parte questa volta troviamo ancora una volta Stu Macher, se volete sapere come hanno fatto a chiedere a quell gran mito di Matthew Lillard di tornare nel ruolo trent’anni dopo, dovrete vedervi il film, tenendo a mente che essendo di nuovo Williamson con le mani sul volante, la volontà è quella di far tornare quanti più personaggi possibili dal passato.

Il che vuol dire ovviamente Gale Weathers e qualche altra sopresina gestita in maniera comunque logica nel corso della storia, tutte queste non sono anticipazioni, visto che la presenza nel cast di Lillard o di Courteney Cox erano già stata largamente annunciate, potete lggere senza problemi, questo è un post SENZA SPOILER.

«NESSUNO SPOILER… Solo coltellate»

L’unica concessione che Williamson fa ai film moderni della saga è quella di rispettarne la continuità e di scegliere solo due personaggi tra quelli che abbiamo visto nell’interregno dei capitolo tra il quarto e questo, ovvero i nuovi assistenti Chad e Mindy Meeks-Martin (Mason Gooding e Jasmin Savoy Brown).

Passiamo subito ai lati negativi di questo capitolo, ogni capitolo di Scream non ha mai negato la modernità, nemmeno questo, ci sono temi e tecnologia che sono molto ma molto in linea con i temi caldi dell’anno di grazia 2026, come la tanto citata inteligenza artificiale. Tutta roba e tematiche su cui Williamson non si sofferma, ma che utilizza più che altro come espedienti narrativi, anche se in tutta onestà non sono nemmeno così sicuro che si tratti davvero di questo gran difetto.

La faccia di quando il tuo film esce lo stesso giorno del trailer di “Scary movie 6”.

Qualcuno potrà lamentare una disparità di trattamento per i tanti personaggi del cast, normale che alcuni abbiano più spazio di altri, Williamson conosce così bene questi personaggi da sapere esattamente qual è l’arco narrativo migliore per loro, questo si riflette nella prova di Courteney Cox e ancora di più di Neve Campbell, che risponde con la giusta intensità. Bisognava rimettere Sidney al centro della saga, missione compiuta per Williamson.

L’unico altro vero difetto che riesco ad imputare a questo film è la routine, Scream era nato come il film che faceva emergere le regole degli horror, le portata in primo piano per provare se non proprio a smontarle, almeno a giocarci. All’alba del settimo film della saga, quelle regole sono diventate grammatica, canone, quindi Williamson che sarà sempre più uno solido sceneggiatore – pecialmente su questi personaggi creati da lui – che un bravo regista, non ci prova più di tanto a cambiarle ancora quelle regole. Va detto che tutti i pasticci della pre produzione non hanno lasciato grosse cicatrice visibili sulla trama, ma è evidente che le innovazioni che ha reso “Scream” il modello da imitare per beh, trent’anni, non sono più sul menu, non per questo capitolo almeno.

Se Williamson fosse sempre rimasto a bordo, anche lei avrebbe avuto il suo film da protagonista (storia vera)

Anche perché dopo il prologo che fa fuoco e fiamme (letteralmente) e un altro paio di omicidi molto gafici e riusciti (quello della spillatrice vince a mani basse), “Scream 7” gioca il solito gioco, un gioco che Williamson conosce così bene da potersi permettere di replicare e ve lo dico, come da tradizione anche questa volta ho capito chi si nascondeva dietro alla maschera di Ghostface. Non vi metterò nero su Bara il mistero perché come detto, questo è un post che può essere letto da tutti, anche da chi non ha ancora visto il film, se volete saperlo, chiedetemelo nella sezione commenti.

Un’altra questione che mi sta molto a cuore e su cui Kevin Williamson riesce a fare bene l’equilibrista è la maledetta malinconia, il regista gioca a citare, oltre agli altri film della saga di Scream, anche qualche fotogramma che vi farà ricordare Halloweeen o Non aprite quella porta, ma lo fa in modo molto leggero, mai fastidioso, esattamente come il recupero delle vecchie glorie del cast, personaggi a cui inevitabilmente dopo trent’anni vogliamo bene e ci siamo affezionati, ma per nostra fortuna Williamson non è qui per gettarci quintali di malinconia in faccia o per scegliere soluzioni facilone (anche per l’identità di Ghostface), quindi gli riconosco di essersi mosso molto bene su un fronte dove sarebbe stato più facile buttarla sui cari (maledetti) vecchi tempi andati.

«Il primo che mi parla ancora di malinconia gli faccio fare la fine di Ghostface»

L’ultimo punto è quello che mi sta più a cuore, ed è proprio relativo al cuore della saga, la prova di Neve Campbell lo mette in chiaro, la sua Sidney Prescott è un’icona di resistenza umana a cui manca totalmente la voglia di farsi fagocitare dal suo passato. Come tutti noi, Sid si porta dietro cicatrici che nel suo caso, sono anche fisiche visto il numero di coltellate a cui è sopravvissuta, tutti i rimandi al passato che ritorna, con nuovi nomi o vecchie facce rese possibili dalla tecnologia, non cambiano la direzione del personaggio. Sidney è quella che ha provato a scappare isolandosi, ma anche quella che ha affrontato direttamente il trauma e che si è fatta carico della sua condizione di sopravvissuta, anche per spiegare agli altri come farlo anche loro.

In principio avevamo Randy, seguito poi tutti le varie incarnazioni dei Meeks, a fare da spiegoni-umanoidi delle regole di ingaggio, Sidney invece ha sempre guidato, anche dal suo ruolo di leader involontaria, utilizzando l’esempio, perchè nei film horror, si parla di morte e di morti ammazzati, ma non si può parlare della fine assoluta di tutti senza non trattare la vita, che è quella a cui Sidney ha sempre puntato e ambito, senza mai farsi trascinare giù dal passato, dalla malinconia o dai traumi subiti. Non è un raggio di sole, l’allegrona miss buon umore, è l’eroina che dovremmo ambire ad essere e di cui questa saga ha sempre avuto bisogno. Bentornata Sid, anche se in realtà, non ci aveva mai lasciati per davvero.

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