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Sei solo, agente Vincent (1989): prove tecniche di capolavoro

Quanti brutti tiri devi lanciare in aria prima di iniziare a fare canestro con regolarità? Quanti ne servono per essere pronto per far il tiro con cui vinci la partita? La pratica è quella che rende perfetti, parliamo di questo nel nuovo capitolo della rubrica… Macho Mann!

Sul finire degli anni ’70, Michael Mann costantemente alla ricerca di materiale per imprimere realismo ai suoi lavori, fa la conoscenza di Chuck Adamson, un ex poliziotto che il regista di Chicago assumerà subito come consulente per Strade Violente, tra i tanti racconti di vita vissuta, uno di Adamson colpisce l’immaginazione del nostro Michele Uommo.

Attorno al 1963 il poliziotto era stato impegnato in una lunga caccia all’uomo con un rapinatore professionista di nome Neil McCauley, in uno di quei casi dove la vita è più cinematografica del cinema stesso, Adamson era finito seduto al tavolo di un bar ad offrire un caffè a McCauley, questo pochi giorni prima di farlo fuori durante una sparatoria avvenuta nel corso di una rapina, mi sembra il caso di sottolinearlo, storia vera.

Lo so, probabilmente vi sembrerà di aver già visto questa scena, solo con attori un pelo più famosi.

Questo aneddoto diventa il cuore di una sceneggiatura di circa centottanta pagine scritta da Mann, la storia di un rapinatore e del poliziotto che gli dà la caccia sullo sfondo della città di Los Angeles, la differenza è rappresentata dal numero di personaggi di contorno e dalle loro vicende umane che ruotano attorno alla sfida, ancora una volta due opposti (uno sbirro e un criminale) facce della stessa medaglia, professionisti determinati dal loro mestiere, insomma, puro Mann, il regista di Chicago capisce di avere per le mani qualcosa di grosso, tanto da arrivare a proporre la regia del film a Sua Maestà il Re della collina, purtroppo per problemi produttivi di varia natura, Walter Hill rifiuta, altrimenti sarebbe stata la chiusura del cerchio perfetta, il punto di contatto tra il Maestro Hill e uno dei suoi discepoli più brillanti.

Quello con il ferro sembra il capo dei rapinatori, invece è il regista del film.

Questa storia per Mann diventa una sorta di ossessione, proprio come uno dei suoi personaggi, Michele sa di avere un lavoro da portare a termine, sul set di Manhunter il regista non faceva altro che parlare di questo soggetto al suo protagonista William Petersen, candidato ideale per Mann per il ruolo del poliziotto della storia, ma il flop al botteghino di La Fortezza e gli incassi modesti di “Manhunter” costrinsero il regista a ripiegare, lo abbiamo già visto nel corso della rubrica, ma lo vedremo ancora, Michael Mann si è sempre mosso agilmente tra cinema e televisione, sul piccolo schermo si sperimenta, su quello grande si fanno le cose in grande, in bella copia, questa storia che grattava la porta per uscire, era destinata a fare la stessa trafila.

A metà degli anni ’80 Michael Mann era lo showrunner sia di Miami Vice che della meno fortunata “Crime Story”, gli incassi non strabilianti di Manhunter avevano solo rallentato la sua corsa verso il cinema, ma a quel punto della sua carriera Mann avrebbe potuto tranquillamente continuare ad essere un Re del piccolo schermo, visto che i canali televisivi che gli facevano il filo non mancavano, come ad esempio la NBC che gli commissionò una nuova serie poliziesca, per Mann è l’occasione giusta per portare finalmente in scena quella storia che sente, sarà la sua Guernica.

Anche sul piccolo schermo, ho visto scene d’apertura ben peggiori di questa, credetemi.

Se le cose fossero andate come da programma, la NBC avrebbe lasciato campo libero a Mann e forse oggi parleremmo di quella serie come di una pietra miliare del piccolo schermo, come e forse più di Miami Vice, ma qui la storia devia, la NBC non è pronta a seguire Mann fino in fondo, il budget per le sue ambizioni è troppo alto e anziché diventare il pilota (spalmato su due episodi) di una nuova serie, con il titolo di “L.A. Takedown” il progetto di Mann viene convertito a film per la televisione, 90 minuti trasmessi per la prima volta il 27 agosto del 1989 e in uno strambo Paese a forma di scarpa da Italia 1 (prima di fare capolino in qualche rete locale) il 20 giugno del 1993, solo quattro anni dopo, con il titolo di “Sei solo, agente Vincent”.

La prima reazione di Mann? Disappunto. Prima tentò di far sparire il suo nome dai crediti del film che originariamente avrebbe dovuto per lo meno essere presentato in due serate dal canale americano, ma alla fine decise di ingoiare il rospo, in fondo durante la produzione Mann era riuscito a far valere la sua caparbietà, come la scelta del cast, ad esempio, lo sconosciuto Scott Plank nei panni del poliziotto Vincent Hanna non piaceva alla NBC, ma risulta ancora oggi uno dei più azzeccati di tutto il cast.

«Ciao, sono Al Pacino versione discount»

La storia è quella di Vincent Hanna (Scott Plank) sulle tracce di una banda di rapinatori professionisti guidati dal meticoloso Patrick McLaren (Alex McArthur). L’agente Vincent del titolo è fidanzato con Lillian (Ely Pouget) che gestisce un nightclub a Los Angeles e cerca di convivere con l’inquietudine del compagno, in eterna lotta contro il mondo e completamente coinvolto nel suo lavoro di polizotto.

Mann allarga lo scenario di questa sfida sbirro contro criminale, perché anche Patrick s’innamora di una bella sconosciuta incontrata in una tavola calda, Eady (Laura Harrington) ignora la vera professione del suo nuovo amante che si presenta come un venditore di piscine. La trama prosegue fino alla resa dei conti, un’enorme rapina in una banca del centro di Los Angeles che è fatale per tutti: traditi da Waingro (Xander Berkley) per molti dei personaggi è la fine, tra cui Patrick che non resiste alla tentazione di regolare i conti con Waingro, in uno scontro finale in un hotel, dove interverrà anche Vincent, una conclusione degna di un “Heroic Bloodshed” in piccolo (a dimensione di schermo della tv) trasportato da Hong Kong a Los Angeles.

La parola che state cercando guardando quest’immagine è Dejà vu.

Per questa sua regia Mann applica la stessa meticolosità che da sempre è un suo marchio di fabbrica, portandosi dietro molti dei suoi pretoriani a coprire i ruoli chiave (come il montatore Dov Hoening), inoltre tra le facce da schiaffi davanti alla macchina da presa, piccolo, ma significativo ruolo anche per quel mito di Michael Rooker. Un dettaglio resta fondamentale per capire la cura applicata al suo lavoro da Mann: dieci giorni sono quelli dedicati alla pre produzione del film, tutti passati a far calare i personaggi nei rispettivi ruoli, affiancandoli a veri poliziotti o criminali, al netto di diciannove giorni di riprese. Tenete a mente la proporzione tra questi due numeri, perché in versione espansa e amplificata, sarà la stessa che Mann utilizzerà per girare la bella copia di “Sei solo, agente Vincent”, perché è inutile girarci attorno: rivedendolo prima o dopo Heat il risultato non cambia, “L.A. Takedown” è un bignami, per certi versi la copia lavoro del futuro capolavoro Manniano, adattata (con fatica) ai limiti del piccolo schermo.

Come abbiamo visto nel corso della rubrica, l’episodio 1×20 di Miami Vice erano le prove generali per Manhunter, potremmo dire che per certi versi le due stagioni di “Crime story” (1986-1988), con il poliziotto Dennis Farina in trasferta da Chicago a Las Vegas negli anni ’60, per la volontà di girare una serie “in costume” e alcune tematiche, potrebbe essere considerata la palestra di Mann per il futuro “Nemico pubblico”. Quanti tiri a canestro devi fare prima di poterti considerare un tiratore affidabile? La pratica rende perfetti e alcune storie fanno giri enormi prima di raggiungere la loro forma definitiva, quella che un perfezionista come Mann pretende.

«Non so se ci stiamo preparando a girare un film o a rapinare una banca», «A questo punto credo entrambe le cose»

“Sei solo, agente Vincent”, per i limiti del budget e dei prodotti televisivi come venivano intesi nel 1989 è ancora un solidissimo film, che va sotto bevendo dall’idrante nel confronto diretto con la sua bella Cassidy” (storia vera) e per quanto martoriato e compresso a forza in novantasei minuti di durata, “L.A. Takedown” merita ancora un’occhiata.

La rapina iniziale con i camion mette subito in chiaro quanto questo film stia ancora due spanne sopra la media della cura che ancora oggi viene applicata ai lavori destinati al piccolo schermo, in alcuni passaggi risente un po’ dell’esperienza accumulata con Miami Vice, infatti non mancano lunghi montaggi musicali, con la Los Angeles notturna sulle note di “L.A. Woman” nella versione di Billy Idol, ma è chiaro che siamo di fronte ad una storia dal respiro e dalle ambizioni enormi, compressa in un formato che non le permette di esplodere come avrebbe meritato, anche se una scena in particolare, personalmente, la trovo più riuscita qui che nella versione definitiva, nel suo celebre remake del 1995 firmato dallo stesso Mann.

«A chi stiamo sparando?», «A Robert De Niro prima che venga a fregarci il posto!»

Durante la lunga sparatoria finale in strada, le chiacchiere stanno a zero, siamo di fronte alla versione bignami di Heat, ma quando Michael Cerrito (Vincent Guastaferro) per non essere beccato facendosi largo sparando rapisce una bambina e l’agente Vincent lo tallona correndogli dietro, Michael Mann opta per una soluzione visiva incredibile: Guastaferro corre in direzione della macchina da presa con la bimba ostaggio in braccio, Scott Plank nei panni dello sbirro inseguendolo scompare alle spalle del criminale in fuga, come se entrambi stessero correndo verso noi spettatori, quando sentiamo lo sparo di Vincent e vediamo Cerrito andare a terra la nostra attenzione va tutta alla bambina in braccio che rischia di cadere, con una fluidità di movimento Vincent arriva da dietro, la prende al volo e termina la corsa in direzione della macchina da presa (quindi di noi spettatori) con la bimba in braccio al sicuro, come un cazzo di eroe aggiungerei, tanto che solo per questo singolo segmento, rivederlo con Al Pacino nel 1995 non sarà la stessa cosa, solo questo, eh? Perché tra i due film l’abisso qualitativo in favore del secondo è innegabile.

Un altro eroe Manniano in corsa, contro il tempo e verso la macchina da presa.

A volte bisogna fallire, qui Michael Mann lo ha fatto con grande stile, per poter imparare e migliorare, potremmo dire che per quanto “Sei solo, agente Vincent” sia ancora un ottimo film per la televisione due spanne sopra il resto della concorrenza, sia stato una sconfitta necessaria per imparare a vincere, Michael Mann aveva da fare ancora un po’ di strada prima di poter essere davvero nella condizione per poter portare questa storia che riassume al meglio tutta l’etica (del lavoro) e la poetica Manniana dove meritava di stare anche per l’ambizione del regista di Chicago, ovvero sul grande schermo.

Ci voleva prima un grande successo al botteghino, di quello parleremo tra sette giorni nel prossimo capitolo della rubrica, ma prima di etichettare “Sei solo, agente Vincent” come una nota a piè di pagina del capolavoro di Mann del 1995 (in arrivo seguendo l’ordine di uscita su queste Bare e per allora, sarà davvero “Sei solo, agente Cassidy”, ho voluto la bicicletta…) vi lascio con una riflessione: al cinema tutto il girato completo, quello che arriva in sala di montaggio dove prenderà per davvero la forma del film finito si chiama copia lavoro, per certi versi una versione grezza della storia definitiva. Quindi, “L.A. Takedown” è la workprint del futuro film della vita di Michael Mann, una versione grezza del capolavoro che sarà, ma questa è un’altra storia.

Sepolto in precedenza venerdì 8 aprile 2022

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