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Serpico (1973): Don Chisciotte dal Greenwich Village

Vicino a casa mia, un negozietto non ha perso la buona abitudine di mettere fuori quelle cassette prendi un libro porta un libro o meglio, gli umani del circondario non hanno ancora iniziato ad usare la cassetta come bidone dove scaricare la roba uscita dalle cantine da svuotare, quindi ancora lo scambio di libri funziona e regola una buona porzione delle mie letture, dettate dal caso.

Ad esempio qualche giorno fa, in giro con i cani come al solito dalla cassetta vedo spuntarmi una copia di “Serpico” di Peter Maas, con in testa il compleanno per i primi cinquant’anni del film di Sidney Lumet mi è stato chiaro che l’universo mi stava mandando messaggi, sotto forma di quello che Lucius chiama il MACC, il Motore ad Alta Coincidenza Cinematografica, che mi ricorda il mio dovere di blogger-poliziotto.

Le mie letture hanno la tendenza a finire sulla Bara.

Il film l’ho visto come tutti svariate volte fin da ragazzino, appassionato come sono di polizieschi, mi ha sempre colpito il crudo realismo della messa in scena e anche la parlata schietta dei personaggi, un tripudio di ‘fanculo da cui, stando al doppiaggio italiano, emerge almeno un “Bischero” e altrettanti gloriosi adattamenti della parlata da sbirri di New York degli anni ’70, resi con soluzioni tipo «Ottocento vongole ogni volta che la tua ragazza butta rosso», quando si parla delle mazzette al centro della sgorbia storia di corruzione, ma che gli vuoi dire a “Serpico”? Niente, se non dargli il benvenuto tra i Classidy!

Rivederlo dopo aver letto il libro di Peter Maas è un’ottima esperienza, essendo basato sulla vita del poliziotto italoamericano Frank Serpico, in servizio nel dipartimento di polizia di New York dal 1959 al 1972, Mass ha scritto qualcosa che sta tra il romanzo (per la facilità con cui si legge) e la biografia, facendo la scelta azzeccata di iniziare dalla fine, invece di far bollire la pentola sul fuoco della tensione tra Serpico e i suoi tanti colleghi corrotti, Mass inizia il romanzo con il titolare colpito in pieno volto da un proiettile (per fortuna di piccolo calibro) e portato di corsa in ospedale, con tanto di adorabili e amorevoli bigliettini di “pronta guarigione” da parte dei colleghi.

Lumet mentre tiene il suo protagonista sotto una campana di vetro.

La sceneggiatura firmata da Waldo Salt, fresco del suo “La gang che non sapeva sparare” (1971) e da Norman Wexler, viene affidata ad un campione del cinema raccontato dal punto di vista di testardi perdenti, ovvero John G. Avildsen ben prima di sfondare con Rocky. Il regista ci teneva particolarmente al soggetto, anche perché per un lungo periodo non viveva tanto distante dal vero Frank Serpico, i due si conoscevano e si frequentavano, quindi il ruolo sembrava in cassaforte, ora bisognava trovare solo l’attore principale ma anche qui, la scelta era facilissima, visto che il giovane Al Pacino, in rampa di lancio dopo Il Padrino, era interessato al ruolo.

Pacino, dedito al metodo più di ogni altra cosa, opta per l’unica soluzione sensata per lui, rapisce il vero Frank Serpico e se lo porta a casa, assimilando gesti, tick, movimenti, la sua parlata, il suo accento, oh tenetelo a mente, parliamo di Al Pacino negli anni ’70, Oliver Stone che lo ha conosciuto allora, per il primo tentativo di portare al cinema il suo “Nato il 4 luglio”, nella sua autobiografia “Cercando la luce” dell’attore scriveva che in quel periodo, era la definizione di nervosismo fatta persona, perennemente di fretta e ossessionato dalla recitazione. Lo stesso Stone quando ha incrociato di nuovo Pacino sul set di Scarface, lo ha ritrovato più rilassato, ma nel mezzo? Una mezza Cambogia con William Friedkin, colpevole secondo Pacino di aver omesso informazioni chiave per la sua prestazione attoriale in “Cruising” di Friedkin.

«Ti richiamo, Cassidy sta dicendo caSSate su di me»

Quindi immaginatevi cosa doveva dire avere per le mani un caparbio “deviante” come il vero Frank Serpico e quella specie di moto perpetuo di fissazioni personali e nervosismo diffuso di Al Pacino, calato nel ruolo di Serpico giorno a notte, ecco, ora potete facilmente intuire perché ad un certo punto John G. Avildsen è saltato giù dalla giostra, sostituito al volo da qualcuno in grado di mantenere la giusta distanza ma soprattutto, tenere a bada le ossessioni di Pacino, in linea di massima Sidney Lumet era l’uomo giusto, visto che i due insieme hanno combinato per altri titoli notevoli.

Ormai il cognome Serpico è diventato un modo di dire, sinonimo di poliziotto sì, ma integerrimo, questa di solito è una buona cartina al tornasole di quanto un film sia entrato a far parte dell’immaginario collettivo, in generale posso dire che “Serpico” è il mio tipo di storia, non solo per il fatto che sia un poliziesco tosto della vecchia scuola, quanto più che altro per il suo ruotare attorno ad un Don Chisciotte, non della Mancia ma della Grande Mela marcia, uno che del poliziotto non ha niente, non l’aspetto, non i gusti e gli interessi dei suoi colleghi, ma ha quello che conta per esserselo davvero, una forma mentale integerrima e un alto senso di giustizia, quello che gli permette – anzi lo obbliga – ad andare contro la corruzione dei suoi colleghi, una condizione di omertà per cui tutti prendono la loro parte delle mazzette, perché la paga è poca o semplicemente perché si è sempre fatto così.

Il baffo è come il film, puri anni ’70.

Il famigerato “si è sempre fatto così”, che non è detto che sia il modo giusto anzi, tante volte è quello per cui sul posto di lavoro prima o poi ci scappa il danno, se non proprio il morto se il lavoro risulta pericoloso, quindi Sidney Lumet forte di tutta la sua esperienza, segue l’andamento del libro e della sceneggiatura, partendo dall’attentato a Serpico per poi portarci con tutte le scarpe dentro al clima che ha portato a quel gesto, che riesce comunque ad essere l’apice emotivo del film, anche se già ne conosciamo il punto di arrivo, inoltre nella zona delle operazione della sparatoria, avvistato il solito F. Murray Abraham, anche Serpico? Non ti era bastato Mozart!?

Sappi che i poliziotti di New York sono più tosti dei compositori austriaci.

Quello che emerge molto bene dal libro e che ritroviamo nel film è il fatto che Frank Serpico fosse un adorabile deviante, a cui è sempre sinceramente piaciuto fare il poliziotto, pur non avendone affatto l’aria o per certi versi lo spirito che ci si aspetterebbe da un tutore della legge. Al Pacino ha dovuto calarsi nel personaggio al contrario, iniziando a girare con barba e capelli lunghi, tagliati progressivamente sul set, ottimo modo scelto da Lumet per far sfogare subito il suo attore con le scene di massimo nervosismo (quando arresta da solo il mafiosetto davanti ai suoi omertosi colleghi ad esempio), permettendo a Pacino di dare tutto subito e di poter “uscire” dal personaggio progressivamente.

Anche perché il suo Frank Serpico è uno da Greenwich Village, il quartiere fricchettone di New York, oltre alla barba e ai capelli, tutta la ricerca nel riprodurre lo stile (se così possiamo chiamarlo) nel vestire del poliziotto, concentrandosi sul fatto che tra i suoi colleghi, Serpico fosse un pesce fuor d’acqua, in fissa con il balletto quando tutti i suoi colleghi parlano di boh, Football? Il film fa un ottimo lavoro nel dire (senza urlare) come in un ambiente così “maschio”, uno fuori da queste dinamiche, debba per forza essere etichettato come omosessuale. Passate tutto il lunedì e parte del martedì alla macchinetta del caffè a disquisire se era o meno rigore? Se la risposta è no avete ben presente la dinamica, alla quale personalmente, ho sempre risposto alla Serpico, fottendomene allegramente ben felice dei miei interessi.

Vi giuro che non è Thomas Milian, giuro!

Anche perché il nostro Frank, malgrado la scena del bagno e la cazziata di Strickland (James Tolkan, ma per tutti eternamente Strickland) è uno assolutamente eterosessuale, il film su questo sorvola ma lascia intendere, vediamo Al Pacino interagire e litigare con la fidanzata Leslie (Cornelia Sharpe) ma la prima a correre al suo capezzale è una ragazza di colore senza nome che si presenta come la sua donna, anche perché Serpico nella vita di mogli ne ha avute due, per altro in contemporanea, insieme all’aggiunta di varie fidanzate (storia vera), insomma un figlio dei fiori con l’aspetto di chi la droga al massimo te la può vendere, in realtà duro come una barra di titanio a cui il suo lavoro, stava a cuore più di ogni altra cosa al mondo, insomma il tipo di “deviante” che piace e a cui Hollywood è sempre stata attratta.

Anche a cinquant’anni dalla sua uscita “Serpico” non ha perso un grammo della sua forza, Pacino riesce ad essere così tanto Al Pacino ma allo stesso tempo, non sembra nemmeno che stia recitando tanto risulta calato nel ruolo. Sidney Lumet da canto suo dirige così bene da risultare quasi invisibile, quello che vediamo è puro cinema per gli stacchi di montaggio, per gli sguardi sulla città di New York – che non si limita a fare da sfondo – ma allo stesso tempo sembra di guardare un documentario, anzi se fosse uscito in un altro periodo e diretto da quasi chiunque altro, forse il film avrebbe fatto l’errore di fissarsi con l’idea di dover ricordare al pubblico, ad ogni fotogramma, che quello che stanno guardando è tutto vero verissimo, tratto da una storia altrettanto vera verissima, Lumet invece riesce a farlo alla perfezione, lasciando le ossessioni da prestazione al suo protagonista che il film giustamente, se lo mangia.

«… Ed ora ho molta fame»

Il risultato finale è ancora uno spaccato di quel bel cinema americano degli anni ’70 andato perduto, l’aria era cambiata in quel periodo, Hollywood poteva raccontare di poliziotti più realistici e umani, che non fossero Cowboy dietro a scintillanti distintivi. “Serpico” ha il realismo duro, sporco e crudo di film come Il braccio violento della legge, ma senza spettacolari inseguimenti o nemmeno un personaggio granitico e spaccone come Dirty Harry, anche perché lo spirito di denuncia sociale è quello che torna (e tornerà ancora) tipico del cinema di Lumet.

Costato poco meno di tre milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti e non incassati sotto forma di mazzette, il film ne portò a casa poco meno di trenta, fuori (di poco) dai primi dieci migliori incassi dell’anno. “Serpico” ha portato a casa solo un Golden Globe, ovviamente per la prova di Pacino, anche se l’impatto culturale è stato semi-incalcolabile, basta dire che è stato il modello su cui Tomas Milian ha basato uno dei suoi personaggi simbolo (che non a caso aveva un topo chiamato come il poliziotto), oltre a mettere sulla carta geografica per sempre Al Pacino, autore di una tripletta da capogiro, qui poliziotto iconico, nuovo Padrino per Coppola e poi di nuovo al servizio di Lumet per una prova caldissima, sotto tutti i punti di vista, insomma capite che proprio non potevo lasciar andare via questo anno che finisce con il numero tre, senza portare sulla Bara questo Classido.

Sepolto in precedenza venerdì 17 novembre 2023

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