
Tutti in sella gente, continuano a battere il percorso polveroso seguendo le piste di un Maestro del cinema, bentornati al nuovo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

Con La morte cavalca a Rio Bravo, Sam Peckinpah è arrivato dove voleva essere, un regista cinematografico, ma di certo non come sognava di farlo, il suo film disconosciuto dall’autore e montato dai produttori gli è valso sostanzialmente come biglietto da visita ad Hollywood anche se qualche critico cinematografico (come James Powers dell’Hollywood Reporter) lo definì un film con dentro tutto il potenziale già dimostrato dal futuro “Bloody Sam”, quel talento cristallino intravisto nella sfortunata “The Westerner”, serie televisiva conclusasi prima del tempo.
Peckinpah promise a se stesso che se mai avesse avuto una occasione, questa volta non si sarebbe fatto sfilare il suo film dalle dita, ma tra il dire e il fare di solito in mezzo si trova Hollywood e la nuova occasione arrivò dal produttore Richard E. Lyons, a capo della Metro-Goldwyn-Mayer, che aveva per le mani un copione intitolato “Guns in the afternoon” che era già stato riscritto da un paio di penne, non ultima quella di N. B. Stone Jr. ora, però, ci voleva qualcuno per dirigere questo film.

La trama era più classica di un mazzo di fiori al primo appuntamento, la classica storia che John Ford non avrebbe diretto nemmeno sotto coercizione in cui, però, Peckinpah notò al volo il potenziale, tanto da proporre alla MGM di dare una sistematina ai dialoghi, giusto qualche cambiamento qua e là. Alla MGM accettarono di buon grado anche perché, ammettiamolo, non è che avessero chissà quali aspirazioni artistiche per questo “Guns in the afternoon”. Al regista vennero offerti dodicimila dollari di stipendio per dirigerlo (una miseria per lo standard hollywoodiano anche di allora), anche perché la MGM era alla disperata ricerca di un nuovo grande successo, stavano investendo soldoni in una nuova versione di “La tragedia del Bounty” e per il filmetto di Peckinpah, con due vecchi veterani del Western molto in là lungo il viale del tramonto come Randolph Scott e Joel McCrea nei ruoli principali, 800 mila dollari di budget erano più che sufficienti, “Vedi di farteli bastare ragazzo”.
Probabilmente sapete come funziona quando ad un copione vengono aggiunte oppure modificate delle parti, ai classici fogli bianchi delle pagine, ne spuntano altri di colori differenti, giallo, azzurro e rosa perché sia chiaro che si tratta di aggiunte e aggiornamenti. Peckinpah anziché sistemare solo i dialoghi, si presentò alla MGM dopo giornate di lavoro con un copione che sembrava un arcobaleno di nuove pagine, non venne cacciato a pedate solo perché il risultato finale funzionava davvero alla grande e poi Sam aveva taciuto le sue reali intenzioni, per lui “Guns in the afternoon” che nel frattempo aveva cambiato titolo diventando “Ride the High Country” (da noi “Sfida nell’Alta Sierra”) era una storia che parlava di salvezza e solitudine, ma si guardò bene dal riferirlo ai suoi capi, un po’ come la Elsa del suo film, Peckinpah sperava che davanti al film finito, la MGM si sarebbe decisa a distribuirlo in grande stile nelle sale, come sognava il regista.

Visto che per la MGM “Sfida nell’Alta Sierra” era grasso che cola, Peckinpah poteva contare su un certo spazio di manovra, ecco perché come direttore della fotografia Sam scelse una vecchia volpe come Lucien Ballard che aveva già lavorato con lui in televisione e sarebbe stato uno dei suoi pretoriani per altri cinque film. A proposito di pretoriani, attorno ai due vecchi volponi Randolph Scott e Joel McCrea che al cinema avevano già macinato parecchi chilometri, Peckinpah trovò il modo di infilare Warren Oates oppure il mitico L.Q. Jones (colui che secondo Scorsese sta al cinema western come Joe Pesci a quello gangster), tutti attori che avevano già lavorato per Peckinpah nelle tante serie televisive western che aveva scritto e diretto e che nel tempo sarebbero diventati la base della sua “factory”, passatemi il termine warholiano.

La trama di “Sfida nell’Alta Sierra” è molto semplice e si svolge sullo sfondo di una California brulla e arsa dal sole che Sam conosceva bene, perché molto simile al ranch poco fuori Fresno dove era cresciuto, delle colline appartenute alla sua famiglia da… Beh, sempre, visto che ancora oggi si chiamano proprio Peckinpah (storia vera). Nel film Steve Judd (Joel McCrea) ritrova il suo vecchio compare Gil Westrum (Randolph Scott) e gli propone di aiutarlo nel lavoro che ha appena accettato, non proprio un’avventura come ai vecchi tempi, ma dieci dollari sicuri al giorno per scortare un carico d’oro della banca dal sito minerario e ritorno. Lungo il semplice percorso si unisce anche il giovane pistolero testa calda Heck Longtree (Ron Starr) che complica l’assunto perdendo la testa per la bella Elsa (Mariette Hartley), figlia di un agricoltore estremamente religioso che non ha nessuna intenzione di separarsi dalla ragazza.
Perché questa sceneggiatura fece impazzire i capoccia della MGM? Perché bisogna tenere chiaro un dettaglio importante quando si parla di Sam Peckinpah: pochi come lui sapevano scrivere personaggi mettendo qualcosa della sua storia personale nei film che dirigeva. Il padre di Elsa che cercando di tenere i suoi cari vicini non faceva altro che allontanarli aveva qualcosa di Fern Peckinpah, la madre del regista dalla quale Sam Peckinpah ha imparato parecchie tattiche di manipolazione umana che sarebbe finito ad utilizzare sui set che ha sempre gestito con il pugno di ferro, come se fossero il suo campo di battaglia o ancora meglio, un saloon visto il suo legame con la frontiera (e l’alcool).

Un tema che serpeggia sempre presente dei film di Peckinpah è quello del tradimento, il modo in cui suo padre David trattava lui, la moglie e il resto della famiglia è stata la prima rottura con il mondo (e l’autorità) di un ribelle come Bloody Sam. Quel mondo ideale in cui era cresciuto, il ranch di famiglia, lo aveva legato indissolubilmente alla tradizione dei cowboy americani, anche più che lavorare per serie western in televisione ed esordire al cinema cinque film in fila dello stesso genere.
Il tradimento, la violenza che ne deriva e un’epoca come quella della frontiera americana che per Peckinpah era l’ideale di vita, ma che lui stesso da bambino ha fatto ancora in tempo a vedere sfumare, questo è il terriccio in cui erano ben piantate le radici del cinema di Bloody Sam, ma a ben guardare contano anche i rapporti tra i personaggi, lealtà, cameratismo “macho” che gli è valso più di un’accusa del tutto senza cittadinanza di sessismo e fascismo. Quando non lo sono proprio spudoratamente (come in “Cable Hogue”) molti personaggi peckimpaniani vivono quasi delle storie d’amore, dei rapporti molto stretti mai ambigui o facili da fraintendere, ma comunque molto intensi, perché era un po’ lo stesso modo con cui Peckinpah affrontava la vita: legatissimo alla famiglia, ma allo stesso tempo capace di mandare ai pazzi la sua prima moglie, l’attrice Marie Selland.
In “Sfida nell’Alta Sierra” troviamo un po’ di tutto questo, ma anche i semi di tematiche che sarebbero esplode in maniera dirompente nei futuri capolavori del regista. Lo Steve Judd di Joel McCrea ha la schiena dritta e non cede di mezzo millimetro sui suoi valori, non lo ha mai fatto, è il fiero rappresentante di quella frontiera che Peckinpah aveva mitizzato, il Gil Westrum di Randolph Scott comincia il film come la spalla del tostissimo protagonista, ad un certo punto si rivela per quello che è: un malandrino interessato a mettere le mani sull’oro della banca per sistemarsi, la sua buona uscita per la pensione dopo una vita in sella.

Peckinpah utilizza il Western per raccontare una tragedia molto umana, non è obbligatorio essere appassionati di film con cavalli, revolver e cappelli a tesa larga per appassionarsi ad una storia che stravolge i canoni, l’eroe tutto d’un pezzo, il simbolo dei vecchi valori, viene sacrificato perché la spalla possa completare il suo arco narrativo ed imparare ad abbracciare nuovamente quei valori. I personaggi di Peckinpah sono sempre stati controversi e fallaci quanto il loro creatore, sono antieroi che fanno la cosa giusta, nel momento più sbagliato possibile e per questo ne pagano le spese. Con “Sfida nell’Alta Sierra” Bloody Sam inizia a porci un quesito che diventerà chiave nei suoi successivi capolavori: “Quale guadagno può avere un uomo se perde la sua anima?”.
Il codice da vecchio cavaliere del passato di Judd contro l’improvviso tradimento di Westrum, non è un caso che i due vecchi compari si ritrovino all’inizio del film, durante una fiera che non è altro una parodia delle vecchie leggende del West, questa storia parla di valori di un tempo, di sacrificio e di riscoperta di quei valori, ma oltre all’arco narrativo alternativo dei personaggi per capire chi è davvero il protagonista di “Sfida nell’Alta Sierra” bisogna andare oltre l’apparenza dei personaggi, Peckinpah con questo film cerca di mandare in soffitta certe trovate barocche e classiche tipiche del Western, portando in scena una frontiera decadente, rozza sporca e polverosa, dove se non ti dimostri forte (o anche solo troppo illuso) verrai schiacciato.
Diventa chiarissimo nella scena in cui Elsa scopre che l’uomo con cui voleva sposarsi, in realtà è un bruto e i suoi fratelli, i famigerati Hammond, sono anche peggio di lui. La scena è grottesca, il matrimonio viene celebrato in un saloon con prostitute troppo truccate al posto delle damigelle d’onore, Peckinpah è bravissimo a mostrarci attraverso lo sguardo spaesato di Mariette Hartley, il momento esatto in cui i sogni di gloria si scontrano con la dura realtà.

Elsa più che l’oro diventa motivo di scontro con i fratelli Hammond e il giovane Heck, il personaggio a metà tra Judd e Westrum, perché imparerà a sua volta i vecchi valori, gli stessi che Westrum finirà per riscoprire riscattando se stesso. Insomma, “Sfida nell’Alta Sierra” è un classico per gli appassionati di Western, ma un film che utilizza il genere per parlare della vera natura dell’uomo, il più delle volte violenta, altro tema che terrà banco su questa Bara a lungo perché è una delle armi migliori del repertorio di Peckinpah.
Randolph Scott e Joel McCrea sono perfetti per la parte, perché si portano dietro in questo film, tutto il bagaglio dei pistoleri che al cinema avevano già interpretato tante volte, impeccabile avere due attori che avevano già imboccato il viale del tramonto, per parlare del crepuscolo della frontiera, inoltre sul set di “Sfida nell’Alta Sierra”, Peckinpah ha potuto affilare le armi che avrebbero alimentato la sua fama di inflessibile generale, capace di sbraitare ordini a tutti dall’alto della sua gru, intento a girare quintali di pellicola. Delle tecniche di manipolazione ereditate dal lato materno della famiglia e migliorate sotto le armi, quando Peckinpah era marines di stanza in Cina: il primo giorno Sam stravolgeva i compiti di tutti, in modo da togliere certezze alla troupe, un buon modo (secondo lui) di assicurarsi la totale dipendenza di chi lavorava per lui, una volta messa in chiaro la gerarchia, Peckinpah era sempre disponibile a rispondere (spesso urlando) a tutte le domande, un modo di dare tutto ai suoi uomini e alle sue donne che, però, pretendeva lo stesso tipo di risposta ed impegno.
Ma secondo voi, con un personaggio controverso come il vecchio Bloody Sam di mezzo, questo post poteva terminare così? Tra tarallucci e vino? Vino probabilmente, considerando la dedizione per la bottiglia del regista. Ma no, Peckinpah si era fatto una promessa: il suo prossimo film avrebbe rispettato la sua visione e quindi puntò i piedi per poter curare di suo pugno il montaggio dell’enorme quantità di pellicola girata, la MGM voleva seguire la procedura classica e affidarsi ad un montatore con la piena responsabilità di dare forma al girato, ma il vecchio mentore di Sam, Don Siegel ci mise una buona parola e per tredici settimane (!) Peckinpah lavorò spalla a spalla con Frank Santillo per dare a “Sfida nell’Alta Sierra” l’impronta desiderata.

Peckinpah lavorava sul numero di frame, anzichè mostrare un pistolero che spara e un altro che cade a terra colpito, attraverso dei “flash cut” riduceva il tempo tra causa ed effetto, alla ricerca di soluzioni nuove, Peckinpah aveva qualcosa di rivoluzionario in testa, ma non abbastanza tempo, perché la prima proiezione per i produttori decise il destino del film.
Per arrivare in sala il film doveva essere approvato dal capo di Richard E. Lyons, del tutto sodale a Peckinpah, senza l’OK del presidente della MGM Joseph Vogel, non si andava da nessuna parte. Problema: un presidente è sempre molto impegnato (a fare cosa non si sa) e per quella giornata, “Ride the High Country” era il terzo film in fila che il megadirettore galattico era stato costretto a spararsi, risultato finale? Per la disperazione di Peckinpah, la capoccia di Vogel dondola, ciondola e poi PUFF! Crolla mentre il sonoro russare del Presidentissimo sovrasta anche l’audio del film (storia vera).

Vogel biasima il regista accusandolo di avergli proposto uno dei peggiori titoli mai visti, Peckinpah punta di piedi, un po’ s’incazza e chiede altro tempo per migliorare il film al montaggio, Richard E. Lyons intercede e la soluzione scelta è quella di far completare il film al solo Frank Santillo con il regista fuori dalla sala di montaggio, ad approvare il girato finale. Per Santillo è la scelta migliore, perché malgrado la stima per il regista, aveva capito che senza un freno, quel cavallo pazzo forse sarebbe ancora oggi in sala di montaggio a rifinire il girato.
Ancora una volta Peckinpah si ritrova a fare a testate con i produttori, ma almeno questa volta torna a casa con un pareggio e non una clamorosa sconfitta come per La morte cavalca a Rio Bravo. Anche se per un tipo dal carattere esplosivo come Bloody Sam è un grosso rospo da dover mandare giù, ci sarebbe stato tempo, come tutte le rivoluzioni anche quella di Peckinpah richiedeva tempo, fatica e sacrifici.
La MGM fa uscire il film in una manciata di cinema, il sogno di Peckinpah di strabiliare la casa di produzione con la sua arte si è scontrato con la realtà e “Ride the High Country” si avviava mesto sulla via del fiasco quando improvvisamente accadde l’impensabile: ai critici di New York e Los Angeles il film piaceva.
Lo avevano visto nelle piccole sale delle grandi città dove la MGM lo aveva distribuito e cominciarono a fioccare le recensioni piene di entusiasmo, i critici avevano ritrovato al cinema il genietto dietro a “The Westerner”, la stessa capacità di rottura con i canoni dei Western del passato di quella serie televisiva, però sul grande schermo, infatti il film cominciò a collezionare premi anche in tutti i festival in giro per il mondo.

Peckinpah era l’uomo giusto al momento giusto, i vecchi valori mancavano oppure erano messi in discussione, nello stesso periodo uno dei libri più venduti in classifica era “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Ken Kesey (da cui venne tratto un film discreto, guardabile oserei dire) in cui un eroe sbruffone, quasi un cowboy come Randle McMurphy metteva in dubbio l’autorità. Ma per restare in ambito strettamente western, nel 1962 uscì anche una pietra miliare come “L’uomo che uccise Liberty Valance”, in cui il Maestro John Ford raccontava il crepuscolo della frontiera, utilizzando i grandi nomi come Lee Marvin, James Stewart e il Duca John Wayne su un rigoroso bianco e nero. Il film di Sam Peckinpah non aveva la stessa forza, ma poteva sedersi alla stessa tavola perché trattava lo stesso tema, perché era un western all’apparenza molto classico, ma raccontato con una forma che cominciava ad essere innovativa, grazie a “Sfida nell’Alta Sierra”, quello di Peckinpah era il nome sulla bocca di tutti e il nuovo decennio appena iniziato sarebbe appartenuto a “Bloody Sam”.
Di sicuro questa Bara sarà la casa di Peckinpah per ancora parecchie settimane, siamo appena all’inizio, tra sette giorni vi voglio tutti pronti, si va in Messico! Intanto vi ricordo che troverete la locandina d’epoca di questo film sulle pagine di IPMP.
Sepolto in precedenza venerdì 9 ottobre 2020


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