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Shark – Il primo squalo (2018): Il giorno in cui la “Z” ha vinto (Zitto e nuota)

A metà degli anni ’90 il pianeta Terra subisce il fascino della
misteriosa Fossa delle Marianne, tra quelli incantanti da questo luogo
metteteci anche Steve Alten, uno che nella vita faceva tutt’altro di mestiere
ma che amava scrivere nel tempo libero, e proprio per questo pensò bene di
tuffarsi in una storia di squali, ma non uno qualunque bensì uno veramente
gigantesco, un megalodonte, il risultato è il romanzo “Meg: A Novel of Deep
Terror” (1997), che diventa un discreto successo letterario.


L’idea di base è ovviamente mutuata a quello che dal 1975 è
IL modello per tutti i film che sfoggiano almeno una pinna dorsale, ovvero Lo Squalo di Steven Spielberg, se ci
pensate lo spunto è lo stesso, in entrambe le storie i protagonisti non vengono
creduti quando dicono di aver visto un enorme squalo, ma poi alla fine sono gli
unici che possono stare in prima fila per sconfiggerlo, ma è inutile che io
perda tempo a scrivere anche solo una parola sul lavoro di Steve Alten, tanto
per un’analisi delle differenze tra il libro e il film, non si può fare meglio
di quanto abbia già fatto il Zinefilo,
correte a leggerlo, mi ringrazierete dopo.
Visto che Lucius ha già demolito il film dal punto di vista
letterario, io posso mettermi comodo e prenderlo a pugni dal punto di vista
puramente cinematografico, perché dal 1997 il romanzo di Alten è stato
l’oggetto del desiderio di diverse case di produzione, pare anche dellla Disney,
che lasciò lo scrittore con un palmo di naso quando etichettò il suo romanzo
come fuffa ben poco scientifica (storia vera).
Il problema del tempo è che per sua natura passa, mentre il
problema di Jaws è quello di venire dato
per scontato, è un film così famoso che diventa troppo facile dimenticarne l’importanza,
ad esempio, il concetto stesso di Blockbuster (per di più estivo) è stato
lanciato proprio dal successo del film di Spielberg. Salto in avanti, estate
2018, qual è il film più atteso dal pubblico? Proprio “The Meg”, Jena Plissken
avrebbe detto: Più le cose cambiano più restano le stesse.

“Hey, io ci ho lavorato con Carpenter, vacci piano con le citazioni a casaccio”.

Cosa è cambiato davvero dal 1975 ad oggi? Prima ho citato
Jena ora fatemi citare Lucius Etruscus, quando dice che dal 2000 in poi il
cinema è morto, e se Steve Alten nel suo libro ipotizzava miliardari giapponesi
a finanziare l’operazione, ha dimostrato che era giusto guardare ad est, perché
“The Meg” è distribuito da Warner Bros. (tenetemi l’icona aperta su di loro,
che dopo ci torno) ma prodotto con soldoni cinesi, perché tanto il mercato più
grande del mondo oggi è la Cina, quindi tocca far contenti loro, stacce!

I finanziatori cinesi e i produttori della Warner Bros nel momento di siglare l’accordo (con il saluto ufficiale della Bara Volante).

La pellicola è stata affidata al regista Jon Turteltaub, in
amicizia detto “Potere tartaruga”, uno che viene ricordato (tra gli sguardi
accigliati) per “Tre ragazzi ninja” (1992) e “Cool Runnings –
Quattro sottozero” (1993), e più recentemente per “Il mistero dei Templari”
con Nicolas Cage, insomma roba innocua firmata da uno che sa rispettare i tempi
e restare dentro al budget, per dirla meglio, zitto e nuota, e nuota e nuota.

Ma, occhio che arriva il ma, MA (ve lo avevo detto) questa
volta sarà diverso, questa volta facciamo una cosa cazzuta con i morti, i
feriti e il sangue senza tirar via la mano, che poi è quello che hanno detto a Jason
Statham per convincerlo a prendere parte al film, ma se volete sapere la mia
(tanto ve la dico lo stesso), Giasone davanti ad un film dove deve fare il
maschio dominante e per di più deve tornare al suo primo grande amore, ovvero
il nuoto (è stato per anni tuffatore a livello agonistico) non credo ci abbia
pensato su poi tanto, salvo che poi i produttori cinesi hanno fregato tutti.
Si perché se hai un predatore proveniente da Albione di
circa 1,80 e un altro predatore, cicciato fuori dalla Fossa delle Marianne
lungo 27 metri, cazzarola come ti viene in mente di fare un docile filmetto in
cui il PG-13 domina incontrastato? Sul serio, “Shark – Il primo squalo” è un’operazione
talmente studiata a tavolino, nella scelta degli attori e nel loro utilizzo sul
grande schermo che quasi sembra di vedere i fili delle marionette che li muovono, e se siete alla ricerca di un film dove l’acqua si tinge di rosso, mi
spiace, resterete molto delusi.

Come avrebbe dovuto essere il film…

Da quello che so la censura cinese sulla violenza al cinema
è molto restrittiva, motivo per cui gli horror sono quasi del tutto banditi,
basta guardarlo questo “Shark – Il primo squalo” per vedere che la pellicola è
stata maltrattata, l’unica scena un minimo cruenta, è girata di notte e con il
minimo sindacale di ditine mozzate, ma oltre a quella, è chiaro che al nostro
amico Jon “Potere tartaruga” Turteltaub è stato chiesto: È adesso che inserisci
un’altra scena con la bambina saccente e tenerina, oppure qui mettiamo un’altra
gag con l’americano che fa la figura dello scemone e un cinese che lo guarda
come pensando “Quando voi avete iniziato a giocare ai cowboy noi avevamo già
4000 anni di storia alle spalle”?

…Come invece è in realtà (la Cina ci ha fregati tutti!).

Insomma “Shark – Il primo squalo” parte già con il freno a
mano tirato, e non va meglio qui da noi per via di questo titolo cretino che
gli hanno appioppato, innanzitutto tradurre un titolo in inglese, usando un’altra
parola inglese è qualcosa che mi urta dal profondo, ma poi è sbagliato, perché
il Megalodonte non è uno squalo, sarebbe come prendere un film intitolato “Lion”
e chiamarlo “Il grosso gatto”, anzi chiedo perdono, “The big cat”.

La trama è presto detta, Jonas Taylor (Jason Statham) ha salvato
alcune persone perdendone altre in una missione insieme ad altri subbaqqui (cit.) lui dà la colpa del
disastro al più grosso squalo mai visto, ma ovviamente nessuno gli crede,
perciò il nostro diventa lo zimbello della comunità, tutto come da programma,
inoltre vorrei farvi notare che il personaggio si chiama Jonas, Giona, come il profeta,
quello della balena, quindi anche per quest’anno il premio “Scelta pigra nell’assegnazione
dei nomi dei personaggi” ha già un vincitore.
Entra in scena il miliardario americano scemone Jack Morris
(Rainn Wilson), il personaggio che serva a far credere agli Yankee di essere
ancora quelli con il portafoglio quando si parla di cinema. Il suo costoso impianto
di ricerca subacquea è un gioiellino gestito dal dott. Minway Zhang (Winston
Chao) e da sua figlia, la bella oceanografa Suyin (Li Bingbing), ma
bisogna contare anche una serie di personaggi inseriti con il contagocce per
accontentare tutte le porzioni di pubblico pagante.

Giasone è il piatto principale, gli altri, considerateli pure contorno per lo squalo.
Ad esempio abbiamo il nero esperto di computer (che da Jurassic Park in poi è un classico), ma
anche Hiro Nakamura nel telefilm “Heroes”, che qui per convenzione si chiama
Toshi. Una menzione speciale, considerato il trattamento speciale che le viene
riservato, la merita Ruby Rose, al momento l’unica che è diventata un minimo
famosa tra le detenute di Orange is the new black, forse per via dei tatuaggi, forse per essere diventa icona gay,
non lo so, sicuramente non perché sia brava a recitare, basta dire che in John Wick 2 le hanno chiesto di fare la
parte della muta, quindi torna buono il zitto e nuota, e nuota e nuota di cui sopra. Eppure
Ruby Rose è un personaggio importante nel film, lo deve essere perché piace al
pubblico, quindi la sua caratterizzazione in cosa consiste? In Giasone che
quando la vede le chiede «Tu chi sei?», «Quella che ha progettato tutto questo»
(riferito all’enorme base sottomarina), «Sembri una che sa quello che fa». Fine
della caratterizzazione, giuro non sto esagerando, ma so che voglio lo stesso lo stesso agente di Ruby Rose, una Petrolini 2.0 una che si becca dei “Bravò” pure quando
tace.

Il cappello tipo marinaio della pubblicità del tonno Nostromo, conferisce subito credibilità.

Per uno come me cresciuto con il comandante Marko Ramius e “The
Abyss” di James Cameron, basta un sottomarino a farmi felice, l’inizio di Shark
– Il primo squalo
“The Meg” è un orgia di sottomarini quindi ci posso pure
stare, la svolta arriva quando Toshi, un altro tizio e la bella e sprecatissima
Jessica McNamee, vanno “Sotto sotto il mare” (cit.) e attaccati allo squalone
restano incastrati. Qui scatta la “Modalità Michael Bay”, bisogna trovare il
più grande esperto del mondo in immersioni, che ovviamente sarà un maschio
bianco e americano, avete già capito che si tratta di Jason Statham, che
malgrado da quattro anni passi le sue giornate a sfondarsi di birra in Thailandia,
è prontissimo a tornare in azione al grido di «Ve lo avevo detto che c’era lo
squalone!» anche se secondo me avrebbe dovuto concentrarsi sul salvataggio
della McNamee, sarebbe stato tempo speso meglio.

Per altro, estrema coerenza da parte di Giasone nostro,
essendo uno che sta studiando da “Sly Stallone 2.0” solo molto in ritardo sulla
tabella di marcia, il suo personaggio sta in Thailandia come l’inizio di “Rambo
III” (1988).

Ci tengo solo a dire che prima ho scritto la frase sopra e DOPO ho scovato questa foto.

Per fortuna il resto del film è impostato per essere il “Jason
Statham show”, ogni volta che Giasone apre la bocca, sembra che a tutti gli
altri attori sia stato chiesto di restare strabiliati, ci sono persino righe di
dialogo buttate nella mischia per ricordare a tutti, hey! Noi abbiamo Jason
Statham! Quindi non stupitevi davanti a dialoghi quasi meta-cinematografici come: «Lui fa parte di questo film?», «Ci puoi scommettere che fa parte del
film!» (storia vera). Insomma esattamente come succede a The Rock, Jason Statham nella sua interpretazione migliore, quella
in cui interpreta la parte di Jason Statham.

“So pilotare anche un sottomarino, questo dovrebbe fare colpo su James Cameron”.

Poi non so voi, ma in un film che promette il più grosso
pescecane mai visto al cinema, uno si aspetterebbe di vedere trattato con un
certo rispetto il “The Meg” del titolo (anche se è una “The Meg”), invece il bestione viene tratteggiato
come un grosso bovino con le branchie, anche se ci raccontano che non aveva
predatori in natura, viene comunque da domandarsi come abbia fatto ad estinguersi, poi vedi cosa fa
nel film è capisci che è stata colpa della sua stupidità.

Il Megalodonte sembra pensarle tutte per facilitare la vita
agli umani che gli danno la caccia, quando Giasone Statham gli deve sparare il
segnalatore nella pinna, il bestione si mette in posa per farsi colpire più
facilmente, alla faccia di Roy Scheider che sudava per centrare i bidoni
gialli. Ma quello che trovo profondamente sbagliato in questo film, è la regia
di Jon “Potere tartaruga” Turteltaub.
Si vede che il nostro morde il freno, è chiarissimo che il
suo modello di riferimento sia il film di Spielberg, cacchio non metti un
cagnetto che nuota in acqua, per di più di nome “Pippin”, se non sei qui per fare un omaggio al regista con gli occhiali tondi.

Citazioni cinefile, ma anche cinofile.

Il problema è che Turteltaub sbaglia tutto, non solo non è
capace di rendere il “Meg” davvero minaccioso, ma fa l’errore gravissimo di
pensare e dirigere tutte le scene dimenticandosi l’unico dettaglio che rende il
suo squalone diverso da tutti gli altri visti al cinema. Se hai un predatore
marino lungo 27 metri, non puoi permetterti di riportare in scena le stesse
identiche sequenza già viste in TUTTI i film con gli squali, senza cambiare mai
la prospettiva. Il madornale errore (Cit.) diventa chiaro nella scena della
spiaggia popolata, un Megalodonte di 27 metri non potrebbe nuotare placido
sotto le gambette dei bimbi di poco all’largo del bagnasciuga, se una creatura
del genere puntasse dritta verso una spiaggia (una specie di grosso buffet “All
you can eat” condito di braccioli e costumi da bagno) solleverebbe un’onda in
grado si sbalzare tutti quanti a terra.

Solo a me ricorda qualcosa sul fondo di una tazza piena di latte e cereali?

Quanto pigro devi essere per rifare la scenetta in cui Ruby
Rose rischia il piedino, sospeso fuori dalla barca, con lo squalo che la manca
per un pelo perché riescono a trarla in salvo per il rotto della cuffia? Ti rendi
conto caro amico “Potere tartaruga” che una bestia di 27 metri non punterebbe
al piedino, gli basterebbe aprire la bocca per divorarsi la chiglia della nave,
le scialuppe di salvataggio, i piedi di Ruby Rose, e pure i piedi dei figli, e
dei figli dei suoi figli, sto esagerando? Si, si! Perché se hai un Megalodonte
di 27 metri non puoi permetterti di pensare in piccolo, devi pensare in ENORME e
non limitarti a rifare le stesse scene con gli squali che vediamo da quarant’anni
porco mondo!

Ci hanno martellato con queste locandine per tutta l’estate, ma il regista forse non le ha viste.

La verità è che “The Meg”, non può andare bene nemmeno per
quella fetta di pubblico che alla domanda: “Qual è il più grande film di squali
della storia del cinema?” risponde di getto Sharknado.
Perché come scrivevo lassù, il problema di Jaws è quello di venire dato per
scontato, ma anche che ormai di film sugli squali ne vengono via un soldo alla
dozzina, e “The Meg” semplicemente non tiene il passo, perché persino in Megashark i tipi della Asylum tenevano
conto delle dimensioni del loro pescione (che messa giù così, suona pure un po’
ambigua come frase), mentre l’unica forza di questo film qual è? Facile, avere
i soldi, ed è qui che finalmente chiudo quell’icona sulla Warner Bros. lasciata
aperta sempre lassù.

Vi ricordate cosa dicevo di Rampage? Un B movie fatto con i soldi della serie A, con un attore
di film d’azione (The Rock) nella parte di sé stesso, guarda caso prodotto dalla
Warner Bros. “The Meg” invece è il passo successivo, un film di serie Z costato
150 milioni di ex presidenti spirati stampati su carta verde, con un attore di
film d’azione (Jason Statham) nella parte di sé stesso. Capite cosa vuol dire?
Nel 1975 si andava a vedere Lo Squalo
di Spielberg, nel 2018 il titolo di punta dell’estate è una roba costosissima che
però vale meno di quasi qualsiasi film della Asylum, in cui l’unica scena degna
di nota (e che mi ha pure fatto ridere) è vedere Jason Statham che nuota e canticchia
facendo l’imitazione di Dory di “Alla ricerca di Nemo” (2003).

“Jason salvaci tu!”.

Vi è chiaro lo scenario? Il cinema di serie Z ha vinto!
Inchinatevi al cinema di serie Z! All hail to the Z! Ed ora che il cinema è
morto, perché i registi non sono più in grado di pensare in grande (figuriamoci
in ENORME), facciamo tutti come Giasone “Dory” Statham, cantiamo!: Zitto e nuota, e nuota
e nuota, e noi, che si fa? Nuotiam, nuotiam!

Oggi senza volerlo, abbiamo messo su una caccia al
Megalodonte, quindi prima di togliervi la tuta da immersione, passate a trovare
Alfonso sulle pagine di Non c’è paragone e Ford su quelle di White Russian!
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