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Sherlock – Stagione 4: Il tocco supremo dell’artista, sapere quando fermarsi

Ormai è un appuntamento, l’inizio dell’anno si
torna tutti a bussare alla porta del 221B di Baker Street. L’anno scorso
abbiamo dovuto accontentarci dell’episodio speciale in stile “vittoriano”
intitolato L’abominevole sposa,
quest’anno ci è andata un pelo meglio, visto che sono arrivato i tre episodi
che compongono la quarta stagione di questa amatissima serie.

Amore generale esploso in davvero una manciata
di episodi, ok che Steven Moffat e Mark Gatiss, sono i due compari responsabili
di un’altra serie molto amata come Doctor Who, ma i Whoviani non sono poi così
tanti, il vero motivo va ricercato nella qualità della serie e nel fatto che
chiunque conosce Sherlock Holmes, anche chi non ha mai letto un romanzo di Sir
Arthur Conan Doyle.
Com’è andata questa stagione? Parliamone! Ma
sappiate che da qui in poi volano SPOILER più veloci dei processi mentali dell’investigatore
di Baker Street, quindi consideratevi avvistati, SPOILER come ridere!
4×01 – The Six Thatchers
Pronti via! La prima sorpresa è scoprire che
l’episodio scritto da quello scemone (in senso buono) di Mark Gatiss è diretto
da Rachel Talalay (“Tank Girl”, “Nightmare 6”) un’altra che è finita a dirigere
solo serie tv, ultimamente ha firmato la regia di un episodio della seconda
stagione di Daredevil.
Diciamolo subito: questo “The Six Thatchers”
non verrà ricordato come uno degli episodi più riusciti della storia di
“Sherlock”, ma la puntata termina con un colpo di scena notevole che, di fatto,
ha un grosso peso specifico sull’andamento di tutta la stagione. Il vocione
narrante di Benedict Cumberbatch, getta subito su tutta la puntata un presagio
di morte, con il celeberrimo racconto del mercante arabo che fugge dalla morte
a Samarra, di cui se volete sapere tutti i dettagli, ma proprio tutti, vi
basterà fare un salto QUI.
Scagionato da ogni accusa, grazie
all’intervento di suo fratello Mycroft (sempre Mark Gatiss), Sherlock è di
nuovo al servizio (segreto) di sua Maestà e del suo Paese, anche se la sua
ultima passione si chiama… Twitter!



” ‘Sti giovani d’oggi! Sempre con sto cellulare a scrivere a fare robe!”.

Sherlock “twitta” nei momenti più improbabili,
sfruttando le solite capacità “multitasking” (dopo questo basta anglicismi
giuro!) del suo notevole cervello, sta sempre attaccato a ‘sto telefono, anche
durante il battesimo della figlia di John Watson, la piccola Rosamund Mary
Watson (per gli amici Rosie), ma soprattutto continua a farlo anche di fronte
agli alti vertici governativi e qui Mark Gatiss scopre un po’ troppo le carte,
nel descriverci i nomi in codice dei tre tizi, mette parecchia enfasi su quella
soprannominata “Love” ed è impossibile non notare quanto il dettaglio venga
sottolineato, per considerarlo secondario, cosa che, infatti, non è affatto.

Il caso prevede la ricerca di sei busti in
gesso di Maggie Thatcher, collezionati da altrettanti malinconici appassionati
della lady di ferro, come al solito bisogna correre (anche solo per leggere i
sottotitoli, questa serie senza non riesco proprio a seguirla) dietro ai
processi mentali del detective che risolve tutto in pochi secondi, anche il caso
del misterioso cadavere bruciato nell’automobile, un ottimo esempio di come
questa serie possa inventarsi soluzioni imprevedibili.



Posso girare le ruota e compare una vocale?

I busti conducono ad una chiavetta USB (visto?
L’ho detto in italiano!), identica a quella già vista nella terza stagione, che
al suo interno conteneva i segreti del misterioso passato militare di Mary
Morstan (Amanda Abbington) anche se dovrei chiamarla Mary Watson.

La puntata procede con un bel ritmo e alcune
gag, come il palloncino sostituto di Watson (uno spasso!) e il cameo del cane
Toby, se siete lettori, vi ricorderete di lui nel secondo racconto scritto da
Arthur Conan Doyle dal titolo “The Sign of the
Four”, nel libro mi pare fosse un incrocio tra uno Spaniel e non ricordo cosa
qui, invece, è un Bloodhound, che nella puntata avrebbe dovuto fare molto di più, ma
pare che il suo ruolo sia stato dimensionato, perché il cagnone fornito alla
produzione era molto pigro (storia vera!).



Così, più che “Sherlock” sembra di stare guardando “Tequila e Bonetti”.

Dove la puntata cala di ritmo è nella fuga di
Mary, certo è divertente vedere la donna lanciare i dadi per scegliere la sua
prossima destinazione, ma non si accettano nemmeno scommesse sul fatto che al
suo arrivo troverà Sherlock sul posto, cosa che puntualmente accade. Inizia,
quindi, l’inevitabile momento espositivo (meglio noto come “Spiegone”) sul
passato di Mary, finché nell’intreccio scritto da Gatiss, torna di moda quel
“Love” di cui parlavo prima e la tavola è apparecchiata per il gran finale, in
cui i personaggi, come l’arabo in fuga, hanno fatto e disfatto, ma si trovano
proprio dove la morte li attendeva.

Almeno per uno di loro, ovvero Mary che con
gesto eroico si butta sulla traiettoria del proiettile, sacrificando la sua
vita per salvare Sherlock e Martin Freeman, che per tutta la puntata ha
fatto solo la spalla, qui ha l’occasione per mostrarci un po’ del suo talento. Capisco che sia facile in una serie come questa avere occhi solo per Benedict
Cumberbatch, che ormai è un divo a tutti gli effetti, ma fare il secondo violino, lasciando spazio agli altri, è
ancora più difficile, quindi tanto di cappello a Martino Uomolibero, che da
questo punto di vista è un vero soldato, proprio come il personaggio che
interpreta.



La coppia di fatto, di cui uno è pure (stra)fatto.

Anche perché qui Watson vede i suoi principi
morali messi in crisi, per via della ragazza conosciuta sul bus, personaggio
che fa parte della trama orizzontale di questa quarta stagione. La cosa curiosa
è che Martin Freeman e Mary Morstan, dopo sedici anni tra convivenza e
matrimonio (e due figli) hanno da poco divorziato, quindi si potrebbe pensare
che Steven Moffat e Mark Gatiss abbiano voluto sfruttare questo dettaglio per
la trama, ma lascio questa dietrologia agli amanti del gossip, perché Moffat e
Gatiss si sono attenuti fedelmente al canone dei personaggi imposto da Conan
Doyle e nei libri John Watson è vedovo, da qualche parte, lo spirito di Sir Arthur,
se la ride di gusto dell’ansia da SPOILER che sembra il principale flagello
della nostra società.

A proposito di trama orizzontale, nel finale
dell’episodio Mycroft, chiede di chiamare Sherrington, nome che da solo può far
sobbalzare gli appassionati, perché Conan Doyle aveva ipotizzato l’esistenza di
un terzo fratello Holmes e nei romanzi apocrifi il nome era proprio Sherrington,
questo anche per dirvi di che livello di conoscenza Moffat e Gatiss hanno del
materiale originale, mica pizza e fichi!
4×02 – The Lying Detective
I minuti finali dell’episodio 4×01, ci
regalano il testamento su DVD di Mary, con quel “Miss me?” che complice
la campagna mediatica della sedia, fa immediatamente pensare al malefico Moriarty.
La richiesta post mortem della donna è quella di “salvare John
Watson”, ma da chi? Se guardate bene, alla fermata del bus dove scende
John, si vede il faccione di Culverton Smith, interpretato da un magnifico Toby
Jones, più diabolico che mai!
In questo episodio ricompaiono alcuni comprimari
storici: Molly Hooper, l’ispettore Greg Lestrade (a cui Sherlock azzecca il
nome per la prima volta! Vecchia gag dei romanzi), ma soprattutto la signora Hudson,
che nemmeno fosse Hans Gruber, entra in scena sulle note dell’inno alla gioia, rombando
sulla sua Aston Martin, giusto per far rosicare ancora un po’ quelli che hanno
accusato Moffat di aver reso Sherlock troppo simile a James Bond.



Spin-Off sul passato della signora Hudson, tipo… SUBITO!

La donna vuole l’aiuto di un dottore, non uno
a caso, ma proprio John Watson, ancora alle prese con il suo lutto, nemmeno le
sedute di terapia impediscono all’uomo di continuare a parlare con sua moglie
morta, che gli compare tipo Obi Wan Kenobi.

La Signora Hudson, però, non vuole un consulto
medico per sè, ma per Sherlock Holmes, che ha passato il periodo in cui Watson
lo ha scacciato via dandogli la colpa per la morte di Mary a fare due cose:
devastare casa e drogarsi come se non ci fosse un futuro! Nulla da eccepire, “The
Lying Detective” è una bomba, è Steve Moffat al 100% e non è un caso che gli
episodi migliori di questa serie siano sempre scritti da lui.



“Devo ammetterlo, sai il fatto tuo Moffat”.

Il girovagare (apparentemente) senza meta di
Sherlock a Piccadilly e il mistero legato a Faith sono tutti colpi che “il
Moffa” ha in faretra, ma staremmo qui a parlare della fuffa se non fosse per l’ottima
prova di Toby Jones, gran talento visto in tutti i film (ha una filmografia sconfinata)
che qui indossa una posticcia dentatura tutta storta e s’inventa un cattivo
viscido che abbraccia tutti, fa beneficenza, parla con l’accento dello
Yorkshire ed è convinto che la celebrità vada di pari passo con la possibilità
di fare ciò che vuole, anche uccidere a piacimento.



Il 45esimo Presidente degli Stati Un… Ah no è Toby  Jones!

Un cattivo mediatico che rischia di passare
per la prima (di immagino tante) parodie di Donald Trump, il fatto che nasconda
i suoi misfatti in piena vista poi, è un dettaglio che Steve Moffat sottolinea
con un gioco di parole che è tipico del suo stile, quel brillante “I’m a cereal
killer”, la confessione travestita da pubblicità per la prima colazione.

Ora potrei sbagliarmi perché non leggo un
romanzo di Sherlock Holmes da decenni, ma Culverton Smith mi pare comparisse in
uno dei libri, mi pare di ricordare di un tentativo di avvelenamento, dopo una
breve ricerca ho scoperto che il personaggio compare nel racconto “The Dying
Detective”, quindi il detective morente, diventa il detective bugiardo del
titolo di questa puntata, giusto per sottolineare la propensione alla bugia di
Sherlock, che in questo episodio raggiunge nuove vette.
Quindi, il nostro Sherlock, “Tudofado” e
ripieno di droga, per la prima volta è messo davvero in crisi da un cattivo che
sembra molto più furbo di lui, la parola chiave di tutto è “davvero” perché
nulla è come sembra con il detective di Baker Street, che tiene fede alla
richiesta di Mary, anche a rischio della sua vita, che poi, nel suo modo
diretto e anaffettivo, è il tentativo di Sherlock di chiedere scusa all’amico e
di riallacciare il loro rapporto.



Non è trasandato, si sta facendo crescere il pizzetto da Doctor Strange.

Non è un caso che la puntata si concluda con
Watson, che a sua volta confessa il (non) tradimento della moglie e qui
ribadisco il concetto: poco spazio di manovra per Freeman, ma quando gli viene
concesso campo libero, si conferma un attore davvero notevole. Non fai in tempo
a realizzare che per la prima volta, quel computer con il cappotto e i riccioli
in testa di nome Sherlock, ha fatto un gesto da umano (l’abbraccio all’amico)
che il Moffat diabolico rimescola le carte.

L’analista di John, la ragazza del bus e l’aura
di Moriarty che aleggia su tutto, si concludono in quel finale, i fratelli
Sherlock sono davvero tre, ma l’ultimo… E’ una sorella! Purtroppo, è anche dove
i problemi di questa quarta stagione cominciano.
4×03 – The Final Problem
I problemi di questo finale di stagione si
vedono tutti fin dai primi minuti della puntata, l’episodio 4×02 terminava con Eurus,
la sorellina Holmes che spara a Watson, un cliffhanger che viene enormemente
ridimensionato nel giro di mezzo dialogo, per dare spazio a… Dei Clown
assassini.
Ora, a me piacciono i clown assassini, però Mycroft impegnato a non riempire le
mutande, in un inizio di puntata che sembra un blando omaggio agli Horror più
che una puntata di Sherlock, fa già intuire l’andazzo della puntata, una serie
di colpi di teatro tutti grossi, tutti ad effetto che, però, mascherano dai
passaggi a vuoti della trama, dei buchi logici spesso anche troppo grossi per
poter chiudere un occhio.



Un titolo che ai lettori, dovrebbe ricordare qualcosina…

Possibile che Eurus sia stata dimenticata da
Sherlock? Lui che ha sempre fatto vanto del suo castello mentale mnemonico può
davvero essersi dimenticato un dettaglio così? Nel corso dell’episodio
scopriremo perché e Sherlock dovrà fare i conti con la sua famiglia, quella
del passato, quella biologica, in contrapposizione con quella attuale, infatti
nel corso dell’episodio, dovrà spesso scegliere tra sua fratello Mycroft e l’altro
suo fratello, ovvero l’amico John Watson.

Questa scena nell’episodio non si vede, ma facciamo che vale come citazione.

Posso anche sopportare il colpo di voler
inserire nella trama una “Sorella malvagia”, anche se sa tanto di soap opera,
passi anche che Eurus e l’isola prigione di Sherrinford (ecco spiegata la
telefonata di Mycroft) siano stati rappresentati senza troppo sforzo creativo,
come Hannibal Lecter e la sua
prigione in plexiglass, tanto che l’omaggio è palese, i carcerieri spiegano le
regole della prigione citando proprio “Il silenzio degli innocenti” come
esempio.

Quello che non funziona molto è tutta l’enfasi
intorno ai “poteri” di Eurus, descritta come capace di “riprogrammare” le
persone semplicemente parlando loro, ma anche un genio tale da definire un’era,
a cui bastano cinque minuti sola con Moriarty per mettere su un piano capace di
mettere in crisi i suoi fratelli.


“… Me lo farai sapere quando quegli agnelli smetteranno di gridare, vero?” (cit.)

Tutto molto bello, tutto molto figo, ma anche
roba che necessita di una sceneggiatura ad orologeria che questo “The Final
Problem” non ha, posso anche trovare divertente vedere la signora Hudson che fa
pulizie ascoltando “The number of the beast” degli Iron Maiden, ma ancora mi
chiedo come abbiano fatto Holmes e Watson a uscire illesi dall’esplosione
dell’appartamento e dal salto dalla finestra.

Steve Moffat tira troppo la corda, una cosa è
scrivere un episodio del Doctor Who,
in cui l’elemento fantastico di base della serie, ti concede di far uscire il
protagonista da tutte le situazioni, anche quelle impossibili, utilizzando un
altro elemento fantastico a sorpresa, ma lo stesso trucco non può funzionare
per un personaggio come Sherlock che può essere diverse mosse avanti a tutti i
suoi avversari per via del suo intelletto, ma lanciandosi nel vuoto da un
finestra al secondo piano non può uscire illeso. Troppo facile uscirsene con un
rallenty figo e Sherlock che nella scena successiva gioca a fare il pirata.



Così te ne esci dai guai Moffat? Con un rallenty?

Allo stesso modo tutta la trovata della
bambina sola sull’aereo che sta per precipitare, viene risolta per magia,
distraendo tutto il pubblico con la rivelazione su “Barbarossa”, cacchio! La
bambina sull’aereo è la motivazione che spinge Sherlock, Mycroft e Watson ad
andare avanti come soldati (il paragone fornito da John è molto azzeccato) attraverso
le prova in stile “Saw – L’enigmista” messe su da Eurus, ma non puoi risolvere
la vicenda così, Puff! Magia!! Dai Moff, fai il bravo.

L’episodio è costellato di scene che sembrano
fatte apposta per distrarre lo spettatore, tipo l’entrata in scena del
gigioneggiante Andrew Scott, che se la balla sulle note di “I want to break
free” dei Queen, facendo tornare in scena Moriarty, anche se solo in un
flashback, perché mettetevi l’anima in pace, l’arci nemico di Holmes è morto,
forse fin troppo presto nell’economia di questa serie che ora sente la sua
mancanza.



Ci è andata di lusso che non era anche vestito da donna.

Per la prima volta in forse tutta la serie, Steven
Moffat e Mark Gatiss rinunciano al sacro canone imposto da Sir Arthur Conan
Doyle applicando della modifiche al personaggio, non tanto per l’introduzione
della sorella, quanto cercando di fare quello che nemmeno Conan Doyle ha mai
fatto, ovvero: mostrarci le origini del personaggio.

Posso apprezzare il tentativo di dare un
origine emotiva al personaggio, “Sherlock” in fondo non è una copia pagina per
pagina dei romanzi, ma il più riuscito tentativo di adattare il personaggio di
Sherlock Holmes ai tempi moderni, di sicuro preferisco di più vedere Sherlock sfogare
la sua rabbia distruggendo una bara vuota, dopo che Eurus lo ha punto sul vivo,
costringendolo a confessare il suo amore a Molly Hooper. Sicuramente meglio
questo che vedere Holmes trasformato in una specie di Sheldon Cooper senza
magliette di Flash, com’è accaduto in almeno un paio di episodi della terza
stagione.


“Abbiamo un buco nel soggiorno e questo si spara le pose plastiche”.

“Sherlock” resta una bella serie, un paio di
spanne sopra tante altre in circolazione a livello di qualità, ma Steve Moffat
deve mettersi in testa che Sherlock Holmes e il Dottore, non sono personaggi
intercambiabili e non possono essere scritti con lo stesso gusto per il
colpone di scena che si risolve per magia. Steve concentrati sulla tua ultima
stagione da showrunner di Doctor Who,
regalaci un’uscita di scena grandiosa, ma poi concentrati solo su
Sherlock, a questo punto è la soluzione migliore per tutti.

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