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Shining (1980): vieni a giocare con noi (e non uscire mai più)

In una rubrica come quella che stiamo portando avanti in questo periodo qui sulla Bara, che già di sua rappresenta una sfida che si rinnova ogni venerdì, il titolo di oggi è la sfida nella sfida, affronteremo l’Overlook Hotel forti della consapevolezza di… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

“Shining” è un film talmente fondamentale che un solo post non bastava, grazie a Quinto Moro ne abbiamo già uno dedicato al film di Kubrick, ma in quanto pilota di Bare Volanti, non posso proprio tirarmi indietro davanti alla sfida – per quanto monumentale – di affrontare quello che è probabilmente, o in contumacia Billy Friedkin, l’Horror più famoso del genere di riferimento di questo feretro svolazzante. Impossibile dire qualcosa di nuovo su nessuno film di Kubrick, sono stati tutti semplicemente troppo analizzati, studiati, sono stati scritti libri e saggi, figuriamoci su “Shining”, il titolo che ha inaugurato il decennio d’oro del cinema Horror americano – gli anni ’80 che tutti amiamo – e che ha nobilitato, non solo un genere considerato erroneamente robetta, ma anche uno scrittore, perché sì, non si può non affrontare l’Overlook senza passare da Stephen King.

La scrivania di Cassidy, un secondo prima di lanciarsi nell’impresa di scrivere qualcosa su questo film.

Non credo che io debba fare nessuna premessa, sfrutto ogni occasione per scrivere qui sulla Bara qualcosa su zio Stevie, proprio per questo sono convinto che anche quella che potrà sembrare una critica da parte mia, non intaccherà la mia manifesta stima per lo scrittore del Maine, perché per quanto mi riguarda, “Shining” il terzo romanzo di King non è nemmeno lontanamente uno dei suoi migliori. Vi lascio il tempo per il lancio di oggetti, da parte mia, come sempre, mi preparo ad argomentare.

Con “Shining”, zio Stevie ha voluto rifare la stessa mossa che aveva già funzionato nel suo “Le notti di Salem” (1979), ovvero reinterpretare a suo modo e su territorio americano come ambientazione, un archetipo precedente, in quel caso era il Dracula di Bram Stoker, per “Shining” è stato il romanzo gotico classico, spostando l’ambientazione da un castello infestato, in un albergo del Colorado, che è anche la struttura che poi Kubrick ha voluto modificare per la versione più famosa di questa storia, perché è inutile girarci attorno, quando le persone pensano a “Shining” e Jack Nicholson che terrorizza Shelley Duvall la prima immagine che hanno in mente e questo, ha nobilitato anche la percezione del romanzo, questo è quello che fanno i Classidy.

Lo sappiamo tutti che Stephen King non ha mai amato la versione di Kubrick, le argomentazioni che ha portato sono state semi imbarazzanti, o percepite come tali: l’assenza delle siepi con gli animali o del Croquet non sono il vero problema. Zio Stevie si è beccato dei clamorosi pernacchioni conditi da risate, ma solo perché non ha voluto esporre chiaramente il motivo per cui lui, il film di Kubrick lo odia, una motivazione palese, perché per quello che mi riguarda, leggere “Shining” da appassionato di King, conoscendo già il film, è stato l’equivalente con pagine da sfogliare della scoperta della stele di Rosetta, mi ha fornito le coordinate per interpretare il cinema di Kubrick, per comprenderlo meglio.

“Shining”, romanzo, parla di un padre, anzi, per la precisione parla di un padre di merda, il Jack Torrance del libro è ingiustificabile, perché è l’incarnazione su carta del più grande incubo di zio Stevie: uno scrittore e padre che perde il controllo a causa delle sue dipendenze e che diventa la principale minaccia per la sua famiglia. Wendy nel libro, non è ancora uno di quei bei personaggi femminili sfaccettati che King sapeva scrivere alla grande, a tratti sembra un espediente narrativo bipede, che serve a sostenere la tesi di King, quella per cui, per quanto orribile, Jack Torrance deve poter essere salvato, deve potersi redimere, questo spiega il caramelloso finale, l’ultimo capitolo del libro che è un grosso barattolone di miele, la tipica conclusione melensa, che da un ottimista cronico come King è normale, canonico, e non mi è mai piaciuto, ma mai nella vita.

«Mamma dove sono le siepi a forma di animali?», «Noi non parliamo di quelle siepi, mai più, ok?»

Tra libro e film c’è una crepa che non si poteva sanare e infatti, non lo ha mai fatto, questa crepa è tra la differenza di approcci, all’arte e alla vita di King e Kubrick, il secondo aveva scelto il romanzo del primo perché dopo il flop di Barry Lyndon, adattare un best sellers poteva essere la scelta giusta, ma fin dall’inizio il buon Stanley voleva inserire nella storia il suo punto di vista. Da una parte il regista etichettato, anche giustamente, come visionario, esigente, meticoloso, pessimista e laico, se non proprio feroce nel portare a termine il suo film, citofonare Shelley Duvall per conferma. Dall’altra King, ottimista fatto e finito, a suo modo credente e ultrademocratico, una distanza incolmabile che diventa emblematica nei rispettivi finali, spero non mi accuserete di fare SPOILER se vi dico che King, l’Overlook lo faceva bruciare, mentre Kubrick lasciava che Jack venisse avvolto da un gelido abbraccio.

Differenze di approcci, riassunte per immagini (e gradi Celsius)

Nel romanzo, lo scrittore, Jack, è in balìa dei fantasmi che lo tormentano facendolo diventare una pedina nelle loro mani, nel film Kubrick racconta di una “malattia” già presente (infatti la scelta di affidarlo a Jack Nicholson, minaccioso fin dal primo fotogramma, è semplicemente luccican… Ehm, brillante), in questa versione della storia lo scrittore insegue la sua “scintilla”, la sua ispirazione, se necessario anche in un labirinto con un ascia in mano e resta fagocitato, fantasma tra i fantasmi dell’albergo (così vi ho dato anche la mia interpretazione del finale), ma soprattutto è la messa in scena su grande schermo della più grande paura di King: un padre che prede il controllo e diventa la minaccia per la sua famiglia. Non serve essere Freud per capire perché King ha odiato questa versione, perché ha provato a revisionarla con un film televisivo, diretto dal soldale Mick Garris nel 1997, approvato e supervisionato da lui, che è una nota a piè di pagina, scritta in piccolo, piccolissimo nella carriera di Stevie e nel mito, intoccato e intoccabile del film di Kubrick.

Kubrick ci ha provato a collaborare con King, tempestandolo di telefonate a tutte le ore, la più clamorosa? Una alle sette del mattino, con Kubrick che chiede allo zio se crede in Dio e di conseguenza «Se ci sono fantasmi, significa che sopravviveremmo alla morte e questo è fondamentalmente un punto di vista ottimista», che è anche quello che riporta Jack Nicholson intervistato in “Stanley Kubrick: a life in pictures”. Anche se la risposta di King mi piace tantissimo, me lo immagino lì, all’alba, magari intento a farsi ancora la barba che risponde: «Alcune persone credono che esista l’inferno» solo per sentirsi rispondere da Kubrick che lui non era una di quelle (storia vera).

Il lavandino del bagno di King, mentre si faceva la barba ascoltando le domande di Kubrick.

No, la crepa era impossibile da ricucire, per questo Kubrick ha co-sceneggiato l’adattamento insieme a Diane Johnson, apportando le dovute modifiche, lasciando a terra personaggi che nel libro si salvavano, insomma facendo il suo film, anzi, il suo impeccabile film, perché “Shining” è rivoltantemente perfetto, uno di quei titoli che ti colpisce alla prima visione e continua ad affascinarti perché periodicamente, dalle stanze dell’Overlook esce sempre il dettaglio che prima non avevi notato. Il lavoro di Kubrick è stato così meticoloso che nella moquette o nei maglioni di Danny, spuntano dettagli che eccitano i complottisti dell’allunaggio, oppure il film torna di moda perché viene citato da Spielberg, oppure, guardate me, che ho la fortuna di poterne scrivere dalla poltrona comoda di un anno, il 2026, dove nel genere di appartenenza di questo film, è esplosa l’ossessione per gli Horror con gli spazi liminali, che poi sono gli stessi con cui Kubrick ci aveva già terrorizzati tutti nel 1980, quando ad attraversarli era Danny sul suo triciclo, con il suono del trascinamento delle ruote ovattato dall’alternanza dei tappeti e le gemelline, lì in piedi, a guardarti, a rendere spaventoso per sempre ogni vacanza in albergo delle nostre vite.

Ogni angolo svoltato, in ogni corridoio di ogni albergo in cui sono stato, per tutta la vita, ho pensato di vederle (storia vera)

King è passato come il contadinotto che non capisce la vera arte, ma è anche vero che Kubrick, scegliendo un suo romanzo, proprio all’inizio degli anni ’80, non ha solo portato lustro allo scrittore, ma a tutto un genere considerato fino ad un minuto prima roba da sub-umani, tanto che la maledizione degli Horror non premiati agli Oscar sta iniziando a vacillare solo negli ultimi anni. Se King voleva rifare il romanzo gotico in territorio americano, Kubrick è riuscito nell’intento anche meglio, prendendo la storia di un borioso aspirante Divinità della scrittura e di suo figlio, che parla e ragiona (su carta) come un adulto in miniatura, e lo ha svuotato di ogni umanità, dando così molto più spazio a Wendy, che nel libro sta lì, a sostenere un marito indifendibile: Jack è pazzo dal primo fotogramma, Wendy e Danny terrorizzati da tutto e da lui fin da subito, smontando la struttura da romanzo gotico in favore di una storia fortemente teorica, in cui il padre di famiglia non solo è cattivo, ma non trova redenzione alcuna.

«Non parlare con papà quando guida, lo sai che questa cosa lo fa impazzire» (prima inquadratura sui protagonisti, Kubrick ci dice già tutto di loro)

Per Kubrick i fantasmi erano già nell’albergo o li ha portati Jack? Io vi ho dato il mio punto di vista, voi condividete nei commenti il vostro, ma è ben diverso dal Jack del libro, che i fantasmi li aveva già nella sua testa. Stanley tiene conto di tutto lo spazio dell’albergo stesso, lo spazio che è puro materiale cinematografico e che Kubrick rende iconico, per altro, abbracciando di più e meglio dello stesso King gli echi dei vari lavori di Shirley Jackson che lo stesso zio Stevie guardava come modello, tutto questo non si riduce alle lamentele da “fanboy” di King, ha radici ben più profonde, che questo capolavoro del cinema rinnova e sfoggia ad ogni visione.

Anche perché non esiste un singolo elemento di questo film che non sia assordo a mitologia, dai titoli di testa (fagocitati da Ridley Scott per il primo, odioso finale di Blade Runner) fino alla sinistra e spaventosa colonna sonora composta da Wendy Carlos e Rachel Elkind, per arrivare alla prova di Jack Nicholson, che in comune con il suo personaggio non ha solo il nome, ma proprio la luccicanza, la scintilla di follia nei suoi occhi, un uomo letteralmente posseduto, oppure consapevole di stare recitando per la storia del cinema.

Tyrell mi ha detto che Rachel era speciale: nessuna data di termine. Non sapevo per qua… Scusate, film sbagliato.

Doverosa menzione per Shelley Duvall, perché esattamente come Nicholson, questo è il film per cui il grande pubblico la ricorda. Inutile che io ci provi, troppo è stato scritto sui “metodi motivazionali” (virgolette obbligatorie) di Kubrick, la sua idea di mantenere costantemente terrorizzata Duvall sul set oggi sarebbe considerata immorale se non proprio illegale, la stessa Duvall, intervistata nel documentario “Stanley Kubrick: a life in pictures” sosteneva che è stata un’esperienza di crescita che non avrebbe voluto ripetere mai più, incredibile, secondo l’attrice, come una persona tanto cara nei modi nella vita di tutti i giorni, potesse diventare un tale despota, con gli occhi costantemente sul premio sul set. Non credo che nessuno abbia mai definito Shelley Duvall una “Final girl” ma lei, a colpi di ciocche di capelli perse per il fortissimo e costante stress, è davvero sopravvissuta, la sua prova è incredibile, in quello che potrebbe essere il film più sinistro e terrorizzante di sempre, lei è l’avatar di noi spettatori: eyes wide open.

Ci vediamo tra sette giorni… Colpo di scena! Il post non è finito!

Ma visto che si tratta di un film speciale, l’occasione per la Bara Volante di affrontare uno degli Horror più favosi di tutti i tempi, due post non bastano, abbiamo anche un contributo dell’esperto di case maledette della Bara, secondo voi Enry Orso poteva non provare a “venderci” anche questo affarone chiamato Overlook Hotel? Lascio la parola a lui.

Stephen, ti presento Stanley

Lo Zio Steve (come a noi Fedeli Lettori piace chiamarlo) non ha mai amato lo Shining di Kubrick. Non ne ha mai fatto mistero, e probabilmente se gliene parlate vi gelerà con lo sguardo come faceva la regina Elisabetta II quando qualcosa non le andava giù e vi risponderà: “Not this one.” Infatti, appena ha potuto, ha fatto fare un remake del suo romanzo. Niente, non c’è proprio partita, due autori geniali dalle stesse iniziali – S.K. – ma che vivono su due universi diversi. Uno ci ha fatto un’Odissea sopra, armato di rigori da anatomopatologo, l’altro li ha navigati su un battello a vapore come nei romanzi di Mark Twain. È proprio l’occhio dell’anima che cambia.

Da una parte il romanzo dello Zio è un libro dalla doppia anima: la prima è un omaggio a Shirley Jackson e alla letteratura sulle case stregate, la seconda (più profonda) è una proiezione di Stephen King in un futuro alternativo: Jack Torrance è lo Zio che non è diventato scrittore, non ha fama ma la frustrazione dell’insegnante frustrato (ma quanti di noi avrebbero voluto averlo come prof? Dai, ammettiamolo!), e una bella pancetta da birra per i motivi di cui sopra, più un ménage familiare opaco. Infatti, a mio modesto parere il romanzo è mediocre dal punto di vista dell’orrore, ma azzeccato proprio nei passaggi sugli abbruttimenti familiari.

Ciao, sono la seconda inquadratura più citata della storia del cinema.

Quando ha scritto il romanzo (ispirato da un soggiorno in Colorado, in albergo in bassa stagione: ironia della sorte, lo Stanley Hotel) i King cominciavano ad essere una famiglia che si lasciava alle spalle la miseria delle roulottes, i romanzi cestinati e il problema delle bollette da pagare o cosa dare da mangiare ai figli.

Ve lo ricordate che quando uscì Carrie di De Palma, King pur avendo già un paio di romanzi in tasca, dovette prendere l’autobus per andare nella città più vicina e pagarsi il biglietto perché non era ancora sufficientemente famoso e quindi la produzione non gli regalò manco quello? Ma come direbbe Bob Dylan, the times are a-changing.

Kubrick da par suo, aveva bisogno di qualcosa di più commerciale, ma non per questo meno artistico: Barry Lyndon era costato tanto in tutti termini possibili ed era stato massacrato dal pubblico, motivo per cui mi sento astioso come Lord Bullingdon o il Salieri di Amadeus, quando qualcuno mi dice che Barry Lyndon è noioso. Per cui, dove poteva prendere spunto se non nell’horror (o in quello che Stanley considerava tale)?

L’aneddoto è noto, ma lo si racconta volentieri: Alla ricerca di un soggetto, Kubrick si fece portare un bel po’ di libri a tema dai suoi collaboratori; poi cominciava a leggerli e dopo poche pagine, li lanciava contro il muro sbraitando: “Porcheria!”, tanto da far sobbalzare la sua segretaria nella stanza accanto. La poveretta era sconsolata, finché un giorno, stranita dal silenzio nello studio del regista, andò a controllare: il boss stava leggendo Shining.

Ciao, sono la prima inquadratura più citata della storia del cinema.

E qui cominciano i subito le differenze: una volta acquistati i diritti, lo Zio viene escluso da qualsiasi coinvolgimento, come era successo a Burgess per Arancia Meccanica, salvo telefonate oltreoceano con cui ogni tanto Kubrick cercava di discutere con King dei massimi sistemi del libro (o del film?), senza però trovare soddisfazioni. Immaginate King che si fa la barba alla mattina e sua moglie lo chiama dabbasso agitata. Che succede? C’è Kubrick in linea. Lui, tra il mesto e lo scassato risponde, trovando dall’altro capo del filo il regista garrulo che vuole discutere sulla vita dopo la morte, insomma il concetto di fantasma ha un che di ottimistico, no? King obietta qualcosa sull’inferno e Kubrick si raggela: lui è scettico, quindi riaggancia. Niente, due Aldilà diversi.

A Stanley non interessano l’inconscio dello Zio Steve, la favola del padre orco e dell’albergo stregato; no, lui vuole asfaltare tutto per costruire una riflessione sul Male, come dichiara in un’intervista: «C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella personalità umana. C’è una parte malvagia. Una delle cose che le storie horror possono fare è mostrare gli archetipi dell’inconscio; possiamo vedere la parte malvagia senza doverci confrontare con essa in modo diretto.»

Quindi l’albergo è una sorta di labirinto mentale e fisico (nel libro è assente, al suo posto ci sono delle siepi a forma di animali), le stanze sono sinapsi nei meandri del male, inteso anche in senso soprannaturale, ma pur sempre tale: malvagio e geometrico. Un’analisi fredda, senza il calore della “luccicanza” del libro, con l’abbruttimento della famiglia caduta in disgrazia, le forze sovrannaturali e i fattacci storici dell’Overlook Hotel che servivano da cuore nero dell’albergo. Niente, proprio due hotel opposte.

«Ora io e il mio amico Tony sgommiamo via, luccicanti su questo bolide»

Un altro nodo gordiano fra Steve e Stanley è stata la scelta di Jack Nicholson come protagonista. Allo Zio non piacevano né Harrison Ford, né Robin Williams, avrebbe preferito un tipo più in bilico con la sanità mentale, come Jon Voight, il papà di Angelina. In effetti si avvicina molto all’idea dell’insegnante vittima delle forze malvage, mentre come fa a fidarti del ghigno di Nicholson? forse non è nemmeno (solo) quello, quanto la mimica facciale, quelle sopracciglia sornione di cui non ti puoi fidare, perché sai che esploderà, passando da uno a cento in 24 fotogrammi al secondo. Ma anche sull’interpretazione di Shelley Duvall non c’è andato leggero.

King ha sempre definito il film come una “Cadillac dal motore d’oro, che non va da nessuna parte.” tanto da volere una versione più fedele nel ‘97, da affidare al fido Mick Garris uno che ha sì la capacità di trasporre i lavori di King, ma senza grossi guizzi. Comunque, King chiede e Garris esegue. Unico problema: per farlo serve il benestare di Kubrick, che da idolo inamovibile, come HAL 9000, fa mettere per iscritto da King che si asterrà da qualsiasi commento negativo sul suo Shining. Probabilmente è stata la cosa più amara che lo zio ha dovuto scrivere, però così ha avuto il “suo” Shining. Niente da fare, proprio due cervelli diversi. Eppure, complementari.

«Una festa da paura!»

Con il contributo di Enry Orso in versione mister Grady, vi saluto dandovi appuntamento a venerdì prossimo, dove affronteremo un’altra sfida notevole, una durissima sessione di allenamento e marce militari, non mancate!

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