
Spero che abbiate stirato la vostra camicia e magari portato anche un impermeabile pesante, tira un vento niente male sull’isola dove è ambientato il nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese!

“Shutter Island” è stata una delle ultime volte in cui sono andato a vedere un film conoscendo già la storia, per averla prima letta nel romanzo “L’isola della paura” (2003) di Dennis Lehane, autore che al cinema con le sue trasposizioni, piace molto. Più o meno attorno al 2010, ho deciso che leggermi il libro dopo aver visto il film, era il modo migliore – per me – per godermi entrambe le storie senza uscire ingrugnato dalla sala.
Un altro che ha apprezzato la lettura è stato proprio Martin Scorsese, nei contenuti speciali di qualunque edizione decente in Home Video di questo film, troverete il Buon Vecchio Zio Martino che racconta di quanto fosse impegnato in altri soggetti, di come il giorno dopo avesse da svegliarsi presto per lavorare ma niente, non riusciva a mettere giù, prima il romanzo di Dennis Lehane e poi la sceneggiatura di Laeta Kalogridis (storia vera).
Dopo essersi portato a casa un Oscar, il regista di New York è tornato su territori quasi Horror con questo soggetto un po’ particolare per le sue abitudini o meglio, per quello che il pubblico di solito si attende da lui. Bastano le apparizioni di Jackie Earle Haley per ricordarci l’ultima volta che Scorsese si era, cinematograficamente parlando, mosso in questi territori.

Qui il Buon Vecchio Zio Martin fa una scelta un po’ insolita rispetto alle sue abitudini, decide di fare un thriller psicologico, non per giocare a fare Nolan prima di Nolan, più che altro lo fa per entrare nella testa dello spettatore, chiudere la porta dall’interno e buttare via la chiave. Quando Martin decide di fare un thriller psicologico ambientato in un manicomio circondato dall’oceano, con un uragano in arrivo e Leonardo DiCaprio in modalità trauma permanente, non stiamo semplicemente guardando un film, stiamo entrando in una seduta psichiatrica collettiva dove il paziente siamo noi, il pubblico che reclama il suo diritto ad essere stupito da un film.
“Shutter Island” infatti è il momento in cui Scorsese prende il thriller classico, lo mette su una barca in mezzo alla nebbia e gli dice: adesso vediamo quanto resisti prima di impazzire. Fin dall’arrivo sull’isola, con quel mare livido e quella fotografia che sembra aver fatto un patto col diavolo, si respira un’aria malsana, un senso di colpa che non sai ancora a chi attribuire ma sai già che farà male, perché personaggi in preda al loro senso di colpa, non sono certo una novità nel cinema del Maestro di New York.
Nel 1954, gli agenti federali Edward Daniels, detto Teddy (Leonardo DiCaprio) e il suo compare Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono mandati all’Ashecliff Hospital, su Shutter Island, specializzato nella cura di criminali malati di mente. Questa coppia di “Strambi sbirri” devono indagare sulla scomparsa di Rachel Solando, una paziente rinchiusa in una stanza blindata e svanita nel nulla.

Zio Martino è decisamente meno interessato al mistero in se, quanto più alla frattura, alla crepa, al momento esatto in cui il senso di colpa tipico dei sui personaggi si fa largo nella trama ed è proprio lì che il regista lavora, in quello spazio.
DiCaprio qui ormai aveva ampiamente confermato di essere una solida realtà, un attore che dopo essere stato mandato a scuola dal professor Scorsese, ha fatto sua la lezione, dimostrando di calarsi ogni volta sempre più nei suoi ruoli. Il suo approccio è riassunto da Dennis Lehane nei contenuti speciali del film: «Mi faceva domande sul passato di Edward Daniels a cui non sapevo rispondere, anche se era un personaggio che io avevo scritto.»
Il personaggio che DiCaprio riesce a tratteggiare è un uomo costruito sul trauma, sulla guerra, sul senso di colpa che lo mastica dall’interno. Ogni zampata horror ogni fiamma che avvolge la memoria ha il peso specifico del peccato, infatti su questo elemento, la memoria e il fuoco (o la memoria da mettere a fuoco) Scorsese torna ossessivamente, anche se qui non ci sono gangster o pezzi dei Rolling Stones che partono a bomba, perché qui il Buon Vecchio Zio Martin torna in quei territori un po’ Horror che in precedenza aveva visitato solo quando era stato a Cape Fear. Promontori, isole, deve essere l’acqua a fargli questo effetto.

Ma il Professor Scorsese non perde occasione per fare riferimenti a diversi titoli Noir e Horror, con un occhio di riguardo ad alcune opere di Alfred Hitchcock oppure a “Vertigine” (1944) di Otto Preminger per non parlare dei riferimenti più o meno diretto – partendo da quello del narratore inaffidabile – al classico “Il gabinetto del dottor Caligari” (1920) oppure ad opere in senso più ampio, sono sicuro che sarete inciampati anche voi, nel vostro navigare su “Infernet” nella versione scorsesiana di un celebre dipinto di Gustav Klimt che potete trovare proprio su questa umida isoletta piena di matti.
Passiamo ai difetti, perché “Shutter Island” ha il primato di essere forse l’unico film in cui ho dubitato della tecnica di Scorsese, io capisco molto bene la questione del narratore inaffidabile, però mi sono saltati agli occhi fin dalla prima visione i raccordi di montaggio poco riusciti, nella scena che vede Max von Sydow nel suo studio, quella poltrona continua a cambiare posizione ad ogni inquadratura. Chi ha la sfortuna di leggermi dai tempi della mia vita pre-Bara (la preistoria) sa che si tratta di una pagliuzza che ho nell’occhio da tempo, anche perché se Thelma Schoonmaker non è la più grande montatrice del mondo, siamo da quelle parti, quindi certi dettagli si notano il doppio.

Abbiamo poi tutta la questione sul finale, anche se “Shutter Island” è un film in giro dal 2010, io ve lo segnalo lo stesso… In questo paragrafo seguono SPOILER!

Quando il film arriva alla sua rivelazione – che molti avevano intuito, altri no, ma poco importa – non è il colpo di scena a essere davvero il fuoco della vicenda, è la domanda finale: vivere da mostro o morire da uomo perbene? Qui la sceneggiatura di Laeta Kalogridis varia rispetto al romanzo originale proprio perché vuol portare questo dubbio al pubblico, anche se in generale alla sua uscita, il film non ha conquistato la critica, arrivava dopo un film di Oscar per Scorsese, questo invece è stato più che altro un film apprezzato dal pubblico.
Vuoi perché al grande pubblico, i film con svolta finale, il twist che ti costringe a ripensare a tutta la trama, piacciono sempre, e nemmeno poco. Per anni “Shutter Island” è stato il film più remunerativo della carriera di zio Martino, almeno fino al 2013 dove è stato superato dall’assenza di mutande di Margot Robbie, ne parleremo perché sarà oggetto di rubrica. Il film, non la biancheria intima dell’australiana… Fine del paragrafo con gli SPOILER!

“Shutter Island” è il film di un autore maturo che decide di giocare con il genere senza mai tradire se stesso, un film gotico, anche melodrammatico se vogliamo, ma cupo fino al midollo, non sarà il titolo più iconico della sua carriera, ma è uno di quelli che dimostrano che quando Scorsese decide di esplorare l’oscurità, non lo fa per moda, lo fa perché sa esattamente dove mettere la luce. E soprattutto come e quando toglierla.
La prossima settimana vi converrà soffiare via la polvere dai vostri occhialetti 3D, perché torneranno utili per uno dei pochi film che ha davvero saputo sfruttare la terza dimensione al cinema, non mancate!


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