
Ed io che pensavo di essere uno dei più grandi fanatici di Gary Oldman in circolazione eh? Ho scoperto che la nostra Rebel Rebel forse ha tutto per battermi in tale primato, ecco perché di questo compleanno punk se ne occuperà lei oggi!

Decidere di realizzare un biopic sulla vicenda tragica della più grande icona punk mai esistita (Sid Vicious al secolo Simon John Ritchie) poteva voler dire diverse cose e assumersi grossi rischi. Alex Cox, il regista britannico che ci ha regalato questo notevole film, decide di prendersi il rischio, e forse minimizzando o sviando, ha avuto modo di confessare di aver sentito l’urgenza di raccontare questa storia prima che Madonna e Rupert Everett mettessero mano al progetto (come dargli torto). Vero è che la sua vicinanza all’universo punk si era già manifestata due anni prima col film Repo Man (in Italia Il recuperatore) che aveva per protagonista un giovane punk nella Los Angeles degli anni Ottanta. Dando perciò per comprovata l’intenzione di proteggere la reputazione del movimento, tuttavia Cox realizza un film che non ne narra la nascita (avvenuta a metà degli anni Settanta in USA e UK) né si incentra sulla sua musica o le sue istanze, né ci parla dell’ascesa e della caduta dei suoi idoli a Londra, i Sex Pistols. Il regista, insieme allo sceneggiatore Abbe Wool (lo stesso di Repo Man) sceglie di raccontarci, dalla prima scena all’ultima, né più né meno che una storia d’amore, un amore punk, anzi, La Storia d’Amore Punk.
A ben vedere una versione molto romanzata che potrebbe risultare per certi versi non aderente alla realtà (ci torniamo), tuttavia se si entra dentro Sid & Nancy senza porsi troppi “si però…”, questo viaggio si rivela genuino e potente. L’anima del film di Cox è autenticamente punk, è fatta di crudezza, di sporcizia. È l’angosciante parabola di un fiore spontaneo (l’amore totalizzante tra due ragazzi poco più che adolescenti) buttato in una pozzanghera e calpestato con gli anfibi pesanti. È una storia di robaccia, di feccia (come da etimologia punk) ed al contempo di ribellione, di controcultura, rabbia, anarchia, il tutto scritto scegliendo la grammatica intimista del rapporto distruttivo tra due ragazzi persi, uno dei quali è incidentalmente (o no?) la stella maledetta del punk.

Il film apre iniziando dalla fine della storia, con la polizia che entra nella camera 100 del Chelsea Hotel di New York per portare via il cadavere di Nancy Spungen (Chloe Webb) e prelevare Sid Vicious (Gary Oldman) in uno stato di allucinazione totale. Attraverso il racconto di Sid, interrogato dalla polizia, a ritroso il film ripercorre l’incontro tra i due e la breve fiaba nera del loro amore malato.
Londra 1977, Nancy è una giovane groupie di Philadelphia che ha già ampiamente bazzicato gli ambienti punk di New York, è già tossicodipendente, mentalmente instabile, ed è determinata a stringere legami con la band degli emergenti Sex Pistols. Rifiutata in prima battuta da Johnny Rotten (Andrew Schofield) conosce il secondo bassista del gruppo, Sid, all’epoca un ragazzaccio di nemmeno vent’anni. I due entrano sin da subito in un rapporto simbiotico fatto di eccessi, violenza e tossicodipendenza, è Nancy tra l’altro che introduce Sid all’uso dell’eroina (sino ad allora si faceva di Speed). Il progressivo affondare di Sid in un vortice di autodistruzione con Nancy compromette il tour americano della band, dal quale il manager Malcom Mclaren (David Hayman) aveva escluso la ragazza avendone compreso l’influenza nefasta sul suo “artista”. Sid, anche se distante geograficamente da Nancy, che è rimasta a Londra, è costantemente strafatto, assente, non ricorda i testi delle canzoni e non riesce a portare a compimento una serata. Le risse durante i concerti sono la norma. Il declino della band è inevitabile, il gruppo si scioglie e Sid e Nancy ricongiunti, si trasferiscono a New York dove lei s’improvvisa pseudo-agente artistico del suo fidanzato nell’illusione di una carriera da solista. La coppia più famosa del punk si stabilisce nel famigerato Chelsea Hotel, all’epoca una vera topaia da 20 dollari a settimana, mal frequentata e dalla già pessima reputazione. Qui, in una stanza claustrofobica dai colori giallo e azzurro, la discesa all’inferno di due ragazzi sbagliati avrà termine nell’impazzimento e nel sangue.

Seppure i personaggi di contorno non siano molto approfonditi, la coppia di interpreti principali non lascia scampo. Gary Oldman, nato a Londra, viene preferito a Daniel Day Lewis proprio in virtù della sua origine Doc e, grazie al cielo vorrei dire, con ogni rispetto per DDL. La grandezza sconfinata di Oldman, al suo primo ruolo davvero importante, fa si che si trasformi in Sid Vicious con ogni muscolo del corpo, con la postura da giovane borderline del sottoproletariato londinese, annichilito e arrabbiato che diviene icona suo malgrado. E fa sembrare il calarsi in questi panni che scottano talmente facile, come se fosse stato proprio lì con lui e dentro di lui. La Webb è una partner assolutamente degna. Il fisico emaciato che sembra sempre dolorante e lo sguardo disperato ne fanno un personaggio che ci trasmette la paranoia tangibile della tossica, un disagio presente per tutta la durata del film. La scena della telefonata alla mamma dalla cabina telefonica è un concentrato di bravura nel saperci far passare il dolore per un rapporto di totale incomunicabilità e senza affetto. Una curiosità: una giovane Courtney Love interpreta una fugace particina (una componente dell’entourage di amici della coppia) ma aveva tentato il provino per la parte della protagonista. Le fu preferita la Webb per una questione di esperienza. Alla vita a volte piace proprio prendere per i fondelli la gente.
Appena conosciuti, Nancy dice a Sid e a John (Lydon, detto Johnny Rotten voce dei Sex Pistols), sono venuta a vedere se siete da vomito come dicono. Ed effettivamente l’odore del vomito, dei fiumi di birra, del sudore, di piedi sporchi e di pelle rancida proveniente da una profusione di chiodi borchiati, è come se arrivasse dritto alle narici. Una percezione di realtà aumentata dovuta alla verosomiglianza delle scene girate senza sconti estetici in locali fatiscenti, in camere d’alberghi malfamati, negli appartamenti dei tossici e nelle cliniche per la somministrazione del metadone. Anche l’ambientazione visiva delle città inglesi e statunitensi (perfino la romantica Parigi) nelle cui strade i protagonisti si aggirano sempre e comunque persi nella loro dimensione di isolamento tossico, descrive il degrado, la frammentazione. Città morte senza futuro, attraversate da personaggi che sembrano zombie, derelitti alla deriva tra colori saturi e surreali. Sono il dipinto che adopera Cox per catapultarci nei contesti urbani alienanti, frutto delle politiche di austerity dei governi Thatcher e Reagan. L’alienazione degli spazi è solo l’opportuno contorno alla fuga da una realtà che i due protagonisti non sanno e non provano neanche a gestire. Ma la frattura tra Sid Vicious e la realtà, alimentata dalla follia tossica di Nancy e dallo sballo perenne, rappresenta sul palco e sui rotocalchi l’anima incarnata del punk a cui la realtà stessa (la band, l’agente, il pubblico), di cui lui non fa più (o non ha mai) fatto parte, non vuole rinunciare. Forse la fuga e il disprezzo per ogni cosa che non sia la droga o Nancy, ben raccontati dal film, includono anche il rifiuto consapevole o meno (più “meno” credo) di Sid Vicious verso il personaggio che qualcuno (che si professa anti-sistema) ha costruito per lui per re-immetterlo come l’ennesimo prodotto nel giro consumista in modo truffaldino e naturalmente lucrandoci. Tra questi certo figura Malcom Maclaren ma non solo lui. In tal senso ho letto anche la bellissima scena della replica dello pseudo video-clip girato da Julien Temple per The Great Rock’n’Roll Swindle in cui Sid Vicious interpreta la sua versione di My Way di Frank Sinatra. Il regista infatti inserisce tra la platea di sepolcri imbiancati (il potere, l’istituzione oppressiva, il perbenismo, tutto ciò che il punk rigettava rabbiosamente) Nancy in abito da sposa, carnefice tra i carnefici, a cui Sid deve prima sparare per poter infine ricongiungersi con lei in una dimensione che diviene idillio solo dopo la morte, unica via d’uscita in una vita in fuga da tutto e da tutti. Non è l’unico intento di smascheramento che si incontra nella pellicola. In un’altra scena in una clinica americana, il medico che prepara il metadone per i due protagonisti, racconta loro come la CIA trasportasse dal Vietnam l’eroina per diffonderla in patria. Il modo migliore per mantenere l’ordine, dice loro, per svuotare la testa dei ragazzi rincretinendoli e anestetizzando ogni possibilità di sviluppare un pensiero critico e realmente anarchico. Anche qui Cox accenna una denuncia a quel punk idealizzato e creato a tavolino che nella vera storia, come nel film, probabilmente si è mangiato molte giovani vite.

Ho accennato all’inizio alla poca rispondenza con i fatti reali. Partiamo dalla costruzione dei due personaggi. Se riguardo a Sid Vicious si può dire che si sia mantenuta una certa aderenza al personaggio reale, per Nancy Spungen non si può dire lo stesso. Nel film ciò che accomuna le due anime in corsa verso l’autodistruzione sembra essere una disperazione sovrapponibile. Sappiamo invece che nulla nella storia vera dei due ragazzi potrebbe essere più distante dal somigliarsi. Sid è figlio di una madre single eroinomane, abbandonato appena nato dal padre, cresce tra stenti e privazioni. Nancy è la figlia reietta di una famiglia abbiente di avvocati ebrei di Philadelphia. Il fratello lavora a Wall Street e la sorella è un’affermata scrittrice di libri di cucina. Inoltre viene descritta dalle persone che la conobbero nella realtà come orribile, manipolatrice, sgradevole sotto ogni punto di vista. Nauseating Nancy è soprannominata nell’ambiente, la nauseante Nancy. In questo senso parlavo di storia romanzata. È ancor più evidente l’allontanamento dai fatti reali nella scelta del film di sposare la tesi per cui è stato Sid, annebbiamo e annientato dal consumo smodato di droghe ad uccidere Nancy, senza neanche rendersene conto. Questa tesi è quasi certo che sia falsa. Molti indizi pesanti hanno indirizzato la responsabilità altrove, vero similmente verso un pusher che approfittando dello stordimento dei due sia entrato nella stanza per derubarli della cospicua somma di contanti che avevano nel cassetto ma, sorpreso da Nancy, l’abbia accoltellata mentre Sid dormiva strafatto. Dopo la morte di Sid avvenuta circa 4 mesi dopo per overdose, nessuno si dette la pena di indagare oltre. A tutti quanti andò bene far ricadere la colpa su di lui ed alimentare il mito maledetto.
Al netto di queste precisazioni fatte per amor di verità, credo che Cox volesse raccontare un’altra storia. Ciò che voleva che arrivasse allo spettatore non serviva fosse così rispettoso della realtà. Attraverso la storia d’amore di due ragazzi posti al limite di ogni confine sociale, ingoiati e digeriti da una controcultura che a sua volta diviene prigione e nuovo prodotto da lanciare, attraverso il racconto del loro rifiuto e disprezzo per tutto, per il reale nella sua interezza, solo così il regista crede che si possa riuscire a dimostrare che questo e solo questo è ciò che voleva essere il punk come movimento nato dal basso della rabbia dei giovani sottoproletari. È una sorta di restituzione. Solo tramite l’esposizione del corpo martoriato dalla droga di due ragazzi che desideravano solo sottrarsi, più ancora dello stare insieme, si può cogliere cosa avrebbe voluto essere lo spirito di pura anarchia del punk. Neanche l’amore avrebbe potuto dettare le proprie regole a due ragazzi nati per andarsene prima possibile. Struggente la scena di un bacio tenero e barcollante mentre dal cielo piove spazzatura.
Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, la vedrete tornare presto su questa Bara ma se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!


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