Tutti i registi hanno in testa un soggetto particolarmente sentito, tanti se lo giocano troppo presto, altri al momento giusto, ma portando a casa ben poco successo commerciale e di critica, insomma il film del cuore per il regista è una brutta bestia che può lasciarti pieno di lividi. Ah! Poi, naturalmente, c’è Martin Scorsese, che ormai gioca in una categoria a parte.
trent’anni, ci era arrivato vicino nel 2009 e il protagonista avrebbe dovuto
essere Daniele-Giorno Luigi, ma è saltato tutto con il tritolo, il film è
arrivato soltanto ora, in cui Zio Martino è ad un punto della sua carriera
dove, mi pare sia ovvio, non deve più dimostrare nulla a nessuno, nemmeno all’Accademy
che lo ha ignorato per decenni, il regista più gesticolante della storia del
cinema, ha quel livello di maturità e credibilità fondamentali per rendere “Silence”
un film riuscito.
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| Zio Martino, da indicazioni registiche, gesticolando come suo solito. |
Non sto dicendo che sia il più bel film di
Scorsese che ho visto in vita mia, ma nemmeno il mattonazzo pallosissimo di cui
ho sentito parlare, certo, il tema non è sexy, sicuramente non è il massimo della
leggerezza, ma un soggetto tanto ambito raramente lo è, resta il fatto che “Silence”
è un film tesissimo, diretto in maniera rigorosa, che mi ha lasciato incollato
allo schermo per i suoi 161 minuti, minutaggio canonico per Scorsese, date lo
stesso soggetto in mano ad un altro meno talentuoso, poi ne riparliamo su
quella questione “Film noioso”.
Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Padre Francisco Garupe (Adam Driver),
partono per il Giappone con l’intento di ritrovare il loro mentore Padre
Cristóvão Ferreira (Liam Neeson che privo di telefono abbandona i ruoli d’azione). Time Out Cassidy! Lo dico io, tanto
lo state pensando: sì, Qui Gon Jinn è
il mentore di Kylo Ren, appena la
notizia trapela, sappiate che l’Internet è pronto a saltare per aria in vista
del prossimo Star Wars. I Cristiani in Giappone sono perseguitati dallo Shogun,
la notizia che è arrivata fino in Portogallo, è che Ferreira abbia abiurato, da
qui l’inizio della ricerca.
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| “Grazie Signore! Finalmente sono io quello che è stato rapito!”. |
Il silenzio del titolo è anche quello in cui
sono costretti a vivere i Giapponesi convertiti al Cristianesimo, per tentare di
nascondersi dagli uomini dell’inquisitore, ma in senso più ampio, Scorsese s’interroga sul più grande mistero della religione stessa, ovvero il silenzio di
Dio davanti alle sofferenze dell’uomo e dei suoi fedeli.
l’idea di farsi prete, per nostra fortuna ha dedicato la vita al cinema e per
questo ci sarebbe già da ringraziare entità superiori, qualunque esse siano, ma
quella formazione da ragazzo cattolico non lo ha mai abbandonato, è facile
paragonare “Silence” all’altro titolo della filmografia Scorsesiana dall’argomento
più simile, ovvero “L’ultima tentazione di Cristo”.
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| Gioite, viviamo nell’universo parallelo in cui questo signore non è diventato Papa. |
“Silence” è l’opera di Scorsese più religiosa,
quasi una parola definitiva sull’argomento, affrontata nel momento giusto della
sua lunga carriera, il risultato è un film rigoroso affrontato con il giusto
livello di distacco, con occhio quasi laico, lui che laico non è per niente, lo
si capisce dalla mancanza di personaggi assoluti, lo stesso protagonista, Rodrigues,
il più motivato di tutti a ritrovare il suo mentore e difendere i convertiti
locali, più di una volta pecca di superbia come gli fanno notare, paragonando
se stesso a Gesù.
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| Prendere molto sul serio il concetto di “Cosa farebbe Gesù?”. |
Il personaggio, che nel corso del film si
trasfigura quasi a voler assumere l’immagine classica del vecchio JC, ha
proprio il figlio di Dio come modello di riferimento e funziona anche in
contrapposizione al suo compagno di viaggio, Garupe che, invece, è (inizialmente)
insofferente nei confronti dei locali. In questo senso, Adam Driver viene
utilizzato poco in termini di minutaggio, ma risulta un comprimario di lusso, lo
so che si scherza sempre sul fatto che Driver e le sue orecchie non lo rendano
proprio ‘sto gran figo, però anche per quei paraventi che si porta appresso,
funziona, d’altra parte quando penso ad un film a tema religioso, penso ai nasi
deformi dei monaci de Il nome della rosa,
quindi sembra quasi una scelta, del più cinefilo dei filmaker, ad esempio, l’inquadratura
che conclude il film, sembra un omaggio a “Quarto Potere”.
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| “Cassidy sta dicendo che sono brutto?” , “No sei bellissimo Adam, basta con ‘sta storia”. |
Il film tende a ripetersi nel martirio a cui i
protagonisti sono sottoposti, il processo del “Korobu”, l’abiura in cui i
cattolici vengono costretti a calpestare l’immagine del Signore, viene ripetuto
parecchie volte, forse anche troppe, ma il concetto arriva bello forte: l’abiura
è un tradimento della propria fede in termini assoluti e senza ritorno, oppure
è un’onta di cui farsi carico per evitare mali peggiori, come la morte di
persone innocenti?
una tecnica registica che levati, ma levati proprio, ad esempio, l’uso della
voce narrante, un espediente che amo molto, ma che utilizzato male risulta
fastidioso, nella parte iniziale del film la voce narrante è proprio quella di Rodrigues,
ma nell’ultima parte della storia, scompare. Non voglio dirvi quando
per non rovinare la visione a nessuno, ma provate a fare attenzione a quando
succede, capirete che l’assenza della voce narrante è parte del processo di
crescita del personaggio.
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| Ora io e te naso a patata, ci vediamo nel prossimo di Mel Gibson. |
Per fare un altro esempio, Scorsese ci
mostra Liam Neeson che si allontana da Garfield e con uno stacco di montaggio
scompare letteralmente come… Beh, Batman (di cui, per altro, era mentore, ora che
ci penso), sembra una stranezza, in realtà serve a sottolineare un salto in
avanti della storia di anni che poco dopo diventa palese grazie al make up sul
volto di Garfield, oh! Gente che dirige come Scorsese, su questo gnocco
minerale che ruota intorno al Sole, non ne è rimasta tanta.
culturale con cui gli Europei del 1600 cercavano d’imporre la propria
religione, su questo potremmo trovare dei parallelismi con la nostra attualità,
ma ho apprezzato molto il monologo di Ferreira, in cui Liam Neeson sottolinea
le differenze culturali tra i due popoli, anche nella lingua (e a breve
distanza da Arrival, è il secondo
film che ci ricorda l’importanza dell’argomento).
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| “Tieni duro fratello, Cassidy ha quasi finito di sproloquiare”. |
Menzione speciale per Andrea Isidoro,
vedendolo recitare qui, mi sono ricordato perché tempo fa Terry Gilliam di lui
disse: “Lo vedrete in tutti i film perché è bravissimo”, ma più che bravissimo,
è proprio adatto al ruolo. Magari Daniel-Day Lewis si sarebbe “rovinato”
fisicamente di più, ma Andrew Garfield qui è perfettamente a metà
tra l’invasato religioso e il martire, l’intensità che ci mette nella prima parte,
risulta ancora più netta, rispetto ai modi mansueti che il personaggio assume
nella parte finale, davvero bravo, non vedo l’ora di vederlo al
lavoro nel nuovo film diretto da Mel Gibson.
un film di quasi tre ore come pochi sanno fare, non è certo un film che viene
voglia di vedere dieci volte di fila, perché comunque il tema non è leggero, ma
Zio Martino è riuscito anche nell’impresa di domare la chimera che inseguiva da
anni, avercene di filmaker in grado di affrontare sfide di questo tipo con
tanto stile.









