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Sin City – Affari di famiglia (1997): quando il sangue chiama, la famiglia risponde

Continua la nostra discesa a volo radente nei vicoli di (Ba)sin City, questa rubrica a tema Sin City che ormai somiglia più a una dipendenza che a un ripasso, e arrivati a questo punto una cosa è chiara: non è più solo Frank Miller che torna su certi personaggi, sono i personaggi che non riescono a uscire dalla città.

Perché sì, qui tornano Dwight e Miho, reduci diretti da Un’abbuffata di morte, e già questa è una dichiarazione d’intenti, perché non si riparte da zero, Sin City è accumulo, stratificazione, conseguenze che si incastrano tra loro come ossa rotte che non sono mai guarite bene, come le conseguenze della sparatoria su cui “indaga” Dwight.

Qui la miccia parte ancora più veloce del solito, Dwight si ritrova invischiato in una faccenda che ha tutta l’aria di essere una questione interna, uno di quegli “affari di famiglia” che dovrebbero restare chiusi tra poche persone e invece finiscono per sporcare mezzo quartiere.

Se Un’abbuffata di morte era la cronaca di una notte andata tutta storta in cui Dwight e le signore della città vecchia dovevano giocare in difesa, qui si va all’attacco, Miller scopre le carte un po’ alla volta aggiungendo strati di idiosincrasie al suo anti-eroe noir, alle prese con alcuni loschi sgherri che però, guidano un’automobile bellissima.

Cambiano le storie, ma Dwight deve sempre guidare auto scassatissime.

Miho entra in scena come entra sempre: senza preavviso e senza lasciare spazio al dubbio, al massimo lasciandosi molti cadaveri alle spalle. Se Dwight è uno che prova a capire dove mettere i piedi, Miho è quella che decide dove non ci saranno più piedi da mettere. Non parla, non spiega, non tratta. Taglia. E nel momento in cui lo fa, la storia smette di essere un problema da risolvere e diventa una sequenza di conseguenze già inevitabili. Qui poi va in giro sui pattini, anticipando la strana fissa per i rollerblade di Miller, che avremmo visto anche in alcune sue storie del Cavaliere Oscuro, mai capita, però va anche detto che Miho entra in scena con un cappuccio “quadrato”, come i ninja senza volto di Elektra Vive Ancora, perché lo sappiamo che Miller ama citarsi addosso.

Ninja, la vera passione di Frank Miller.

Visivamente, Miller continua a fare quello che vuole con il bianco e nero, ma qui lo fa con più pazienza, infatti questo è il primo volume di “Sin City” che sembra più disegnato e meno “scolpito” facendo emergere tratti bianchi da abbondanti porzioni nere della pagina. Sicuramente il tratto di Miller ha avuto più evoluzioni nel corso del tempo, e prima di arrivare al suo attuale stato di stilizzazione assoluto (che gli ha fatto produrre alcune copertine che vabbè, discutibili, infatti fanno discutere su “Infernet”), ha avuto quest’ultima fase in cui i tratti di matita si vedevano e non poco, il che è un bene.

Ho sempre pensato che il meglio della sua arte, Miller lo abbia riservato proprio per “Sin City”, non sarà sempre così come vedremo, ma nel 1997 era ancora un disegnatore grintoso e la città che gli faceva da sfondo lo valorizzava, un po’ come succede ai suoi personaggi.

La vera protagonista del volume, lei e i suoi rollerblade.

Alla fine “Affari di famiglia” oppone Dwight e la sua nuova famiglia, ad una famiglia, in senso criminale di Sin City, è una storia lunga ma veloce, che si legge abbastanza velocemente, per altro, uno dei pochi capitoli di “Sin City” che non è mai stato portato sul grande schermo nei due film di Robert Rodriguez, come se fosse troppo asciutto, troppo diretto, troppo poco disposto a dilatarsi per diventare spettacolo.

Anche se alla fine ha anche senso così, una parte dell’arte di Miller è sempre stata una certa sfida, spesso aperta, al formato del comic book americano, che lui ha sempre ritenuto restrittivo, poi vedere Miho lasciare a terra un’altra infilata di carogne, era qualcosa di irresistibile anche per il suo creatore.

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