
Frank Miller con “Alcol, pupe & pallottole” non costruisce più una storia nel senso tradizionale del termine, e nemmeno si limita a espandere l’universo di Sin City: lo frantuma in undici racconti brevi che non cercano per forza una continuità, ma ci parlano di una città che funziona sempre allo stesso modo, per prevaricazione dell’altro.
Basin City, a questo punto della serie, è diventata qualcosa di diverso da uno scenario narrativo, ogni episodio è un frammento autonomo, perché tutti condividono la stessa legge non scritta: in questa città ogni scelta è già una conseguenza. Anche dal punto di vista grafico, è chiaro che Miller abbia messo insieme questi undici racconti in fasi diverse, perché lo stile grafico passa da tavole più dettagliate e altre più stilizzate, più vicine all’ultima fase del suo tratto.
Il volume si apre con “Un sabato notte come tanti”, che già nel titolo finge una normalità impossibile perché Sin City non conosce sabati notte “come tanti”, perché ogni incontro è potenzialmente una trappola e ogni trappola è già una conclusione, solo che Marv non ricorda quale, nel dubbio ammazza tutto e tutti. Un inizio per scaldare i muscoli.

Con “Palla di lardo e Bamboccetto” si entra invece in quel territorio in cui i nomi dei due personaggi sono già una sentenza, sullo sfondo di molte storie erano apparsi questi due loschi sgherri iper-loquaci, che evidentemente a Miller fanno molto ridere, la storia con la sua mezza deriva slapstick passa veloce e non lascia molto.
“Il cliente ha sempre ragione” è l’esatto contrario, una storia d’amore che si consuma in due secondi su un terrazzo, una bellissima donna, un uomo elegante, ricordate quando Miller sapeva costruire e distruggere un mondo in una pagina (si, sto pensando alla scena della madre in metropolitana in Il ritorno del cavaliere oscuro)? Qui lo fa ancora, non è un caso se Robert Rodriguez abbia scelto proprio questa storia come storyboard per convincere il vecchio Frank che Sin City avrebbe potuto diventare un film (storia vera).
Poi il volume cambia registro con “Notte silente”, probabilmente uno dei momenti più radicali dell’intera serie: Marv è impegnato nella ricerca di Kimberly, una bambina rapita, ma ciò che rende il racconto unico è l’assenza totale di parole e onomatopee. Il silenzio non è un espediente estetico, è una scelta narrativa assoluta, tutto viene affidato alle immagini, ai corpi, al movimento. Marv diventa ancora più primitivo di quanto già non fosse: una forza che attraversa il buio senza bisogno di spiegazioni, ridotto alla sua funzione essenziale di macchina della vendetta e della protezione. Anzi, quell’unica riga di dialogo, se non si fosse stata, avrebbe reso la storia ancora più efficace, in ogni caso, miglior racconto del volume, e racconto che Miller ha dedicato a Hugo Pratt (storia vera).

Con “E dietro la porta numero tre…” si torna invece a una forma più classica di giustizia: Wendy e Gail danno la caccia a un sospetto legato agli omicidi di prostitute, poi arriva Miho e tutto si risolve. Mettiamola così, Miller aveva tanta voglia di disegnare ancora le sue signore della città vecchia, come dargli torto?
Ci sono poi tre racconti legati tra di loro, anche per il tocco di colore che li caratterizza, “Occhi azzurri”, ci parla ancora di come una donna a Sin City possa far perdere la testa ad un uomo, l’assassina del titolo torna poi in “Deviazione sbagliata” e completa la sua opera in “Binario sbagliato”, la mini-trilogia dell’azzurra femme fatale.

“La cocca di papi” è l’ennesima variazione sul tema donne che ti fanno perdere la testa a Sin City, ma con una doppia mano di torbido a rendere tutto ancora più in linea con il fumetto, anche se il racconto più efficace resta “Ratti”. Ha molto più dialoghi di “Notte silente”, ma insieme a quel racconto rappresenta il meglio del volume, perché il vecchio tedesco che uccide topi in una lurida stanza d’albergo non va spiegato, è già chiaro di suo, non sappiamo chi sia il tizio che lo raggiunge in camera, non serve, perché di conseguenza diventa tutto giustificato, se non proprio giusto, se di giustizia si può parlare, sempre alla moda di “Sin City”, il fatto che Miller abbia scelto dei ratti poi, voglio pensare che sia una citazione ad un suo collega.
La formula è sempre la stessa, alcune storie non sono imprescindibili, ma “Alcol, pupe & pallottole” funziona alla perfezione anche così, perché Miller nel suo sfidare il formato americano del comic-book, poteva ridurre tutti a undici lampi (di pistola) a allungare fino ad un’unica tirata, ma di quello parleremo la prossima settimana, con l’ultima tappa di questo viaggio nella città del peccato di Frank Miller.


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