
Dopo aver raccontato vendette impossibili, prostitute guerriere, killer muti e montagne di uomini che risolvono qualsiasi problema a forza di nocche, Frank Miller arriva all’ultimo capitolo della saga con un fumetto che sembra quasi voler salutare Basin City guardandola da un’altra angolazione.
“All’inferno e ritorno” è diverso, lo capisci dopo poche pagine, non perché manchino la violenza, i vicoli impregnati di pioggia o le facce che sembrano scolpite nel carbone, quelle ci sono tutte. È il modo in cui vengono raccontate a cambiare, Miller abbandona progressivamente la struttura del noir classico e si lascia trascinare in una specie di incubo a occhi aperti, dove realtà, allucinazioni e paranoia iniziano a confondersi fino a diventare la stessa identica cosa.
Il protagonista è Wallace che a differenza di Marv, Dwight o Hartigan, non sembra nato per vivere a Sin City, un uomo normale, almeno per gli standard di quella città maledetta: Ex marines, aria da fricchettone e la maledizione di tutti quelli bianchi, con barba e capelli lunghi, essere paragonato a Gesù (anche in alcune pose che disegna Miller), con una faccia che sembra uscita da Hollywood. Negli anni ’90 sarebbe stato facilissimo immaginarselo con i lineamenti di Johnny Depp, ma nella versione moderna probabilmente lo interpreterebbe Keanu Reeves: quello capace di sembrare malinconico e pericoloso nello stesso momento, uno che parla poco ma quando serve sa diventare una macchina da guerra. Già John Wick, prima di John Wick, con una bella ragazza di nome Hester al posto del cane, ma tutto firmato da Miller.

Perché Wallace è così, sotto quell’aria da bravo ragazzo c’è un uomo disposto ad attraversare l’inferno pur di salvare la donna che ama. Una premessa che potrebbe sembrare quasi romantica, se non fosse che stiamo parlando di Sin City, dove l’amore è (quasi) sempre una condanna e il lieto fine è un lusso che nessuno può permettersi. Nessuno, tranne Wallace ed Hester, anche se con gran fatica.
La trama parte come un noir e finisce come un delirio febbrile, Wallace salva Esther da un tentativo di suicidio, se ne innamora quasi senza accorgersene e poco dopo lei sparisce nel nulla. Da quel momento ogni certezza crolla, entrano in scena sette misteriose figure, laboratori nascosti, inseguimenti, torture e una serie di situazioni sempre più assurde che sembrano appartenere più a un sogno malato che a una storia criminale.
Ed è proprio qui che Miller divide i lettori, chi cerca il noir asciutto e feroce dei primi capitoli potrebbe rimanere spiazzato. “All’inferno e ritorno” è probabilmente il volume meno “hard boiled” dell’intera saga e quello che si concede più libertà narrative. A volte sembra quasi che Miller improvvisi, seguendo l’istinto più che una struttura rigidissima, ma forse è proprio questo il punto: non vuole più raccontare Basin City, vuole farti precipitare dentro la sua follia.
Anche dal punto di vista grafico succede qualcosa di particolare, se nei primi capitoli della serie il bianco e nero era già rivoluzionario, qui evolve continuamente. All’inizio ritrovi il Miller che conosciamo, fatto di ombre nette e contrasti violentissimi, poi, pagina dopo pagina, il disegno cambia pelle, le forme diventano sempre più essenziali, il tratto si libera dei dettagli, le masse nere iniziano a divorare la tavola e la composizione assume un’importanza persino maggiore dei personaggi.

È come assistere all’evoluzione di uno stile mentre lo si sta leggendo, non è semplicemente minimalismo, ma un autore che punta alla stilizzazione quasi totale. Bastano un’ombra, un profilo o una chiazza di bianco per raccontare una stanza, una pistola o un’espressione, in certi momenti sembra quasi che Miller stia scolpendo la luce invece che disegnare persone.
Naturalmente non tutto funziona allo stesso livello, la storia è meno compatta rispetto a Un duro addio e meno vasta di Una donna per cui uccidere. Alcuni passaggi sembrano esistere soprattutto per portare il lettore alla tavola successiva, un fumetto che privilegia l’impatto, il ritmo e l’atmosfera più della precisione narrativa. Infatti trova spazio “Occhi azzurri” l’assassina nata nelle storie brevi che spunta, non spiegata, meno di lei, la tizia in rosso, talmente cattiva che Miller non si disturba nemmeno a descrivere come tale. Stile in involuzione o in estrema stilizzazione, decidetelo voi.

Eppure è difficile volergli male, perché anche quando esagera, qui Miller continua ad avere una forza visiva che pochi autori hanno mai raggiunto. Ogni tavola comunica movimento, peso e violenza, Wallace poi somiglia ai guerrieri agili e veloci che Miller ama tanto, ma con più presenza fisica, un peccato che non sia diventato iconico come gli altri (anti) eroi di “Sin City”, è stato l’unico che ai tempi avevo disegnato, provando ad imitare lo stile di Miller, chissà che fine ha fatto quel disegno, non una grande perdita! (storia vera)
Alla fine “All’inferno e ritorno” assomiglia un po’ al suo protagonista, apparentemente più fragile degli altri racconti di Sin City, in realtà nasconde una sorprendente capacità di resistere. Magari non è il capitolo più equilibrato della serie, ma è forse quello in cui Frank Miller si concede più libertà, smettendo definitivamente di inseguire il noir classico e trasformandolo in qualcosa di completamente suo, anche nel momento “lisergico”, in cui Miller si cita addosso, mette dentro tutto: spartani, ED-209, eroi Marvel e DC, Dirty Harry, Martha Washington, Rambo e visto che la serie era edita dalla Dark Horse, anche Hellboy.

Uno stacco quasi totale con le altre storie di “Sin City”, perché, dopo aver passato anni a raccontare la città del peccato, Miller non se ne va con un sussurro, se ne va lasciando dietro di sé una gigantesca macchia nera sulla pagina, come se Basin City stesse lentamente divorando anche l’ultima vignetta, ma non Wallace ed Esther, grazie a loro, anche noi lettori “Uscimmo infine, a riveder le stelle” o il sole, dopo tutte le ombre di Sin City.


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