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Sin City – Quel bastardo giallo (1996): non si salva nessuno, nemmeno chi ha ragione

A Sin City la giustizia non è un obiettivo, è un effetto collaterale, anche molto raro, “Quel bastardo giallo” è la singola storia in cui Frank Miller smette di lasciare anche solo l’illusione che il sistema possa essere aggirato, o che possa funzionare, ci sarà anche molto giallo nei colori, ma è la storia dove il nero prende il sopravvento.

Hartigan è l’errore dentro quel meccanismo, l’unico pezzo che non dovrebbe stare lì: Un poliziotto vecchia scuola, uno che in un altro genere sarebbe il protagonista assoluto, il tipo che entra nella stanza, guarda tutti storto e risolve il caso. Il “Dirty Harry” di Sin City, quello che ancora crede che esista una linea tra giusto e sbagliato e che, soprattutto, quella linea abbia ancora un qualche valore, solo che qui la linea non esiste, o meglio, esiste solo per essere usata come trappola da chi è senza scrupoli.

Piccola, fragile Nancy, damigella in pericolo.

Quando Hartigan salva Nancy Callahan da Roark Jr., come fa nel primo (e nell’ultimo) numero del volume, non sta compiendo un gesto eroico, sta interrompendo un equilibrio di marciume, e a Sin City interrompere un equilibrio non significa migliorare le cose, significa solo attirare l’attenzione del sistema su di te, il sistema si attiva e ti strangola.

Roark Jr. è il prodotto perfetto di questa città, non un incidente, non un’anomalia, ma una conseguenza naturale del potere. Figlio del senatore Roark, quindi intoccabile per definizione, può permettersi qualsiasi cosa perché qualcuno, più in alto, ha deciso che deve essere così, il fatto che sia un predatore è quasi secondario, a Sin City di sicuro.

La mia reazione quando mi dicono: «Bello il post che hai scritto sul film Sin City» (Ma è un post sul fumetto)

Hartigan viene rimosso con metodo, accuse false, isolamento, carcere, nessun eroismo, nessuna resistenza epica, solo la forma più semplice di cancellazione: farti sparire abbastanza a lungo da rendere inutile quello che hai fatto. Nancy cresce. Hartigan sopravvive. E già questo è sufficiente a trasformare tutto in una tragedia in corso.

Dopo aver costruito Nancy, negli altri volumi di “Sin City”, come una figura quasi astratta, una divinità intoccabile (perché sorvegliata da Marv), una presenza luminosa dentro la sporcizia della città, Miller qui fa la cosa più crudele: la riporta nel mondo reale. Le dà corpo, tempo e conseguenze. Non è più un simbolo da proteggere, o forse ancora di più, sicuramente per Hartigan. Quando lo sbirro esce di prigione, Sin City è identica a prima, Nancy no, e il punto non è la crescita, ma lo scarto. Il mondo resta fermo nel suo degrado e questo ci porta al giallo bastardo del titolo.

Yellow Kid se fosse stato un sadico bastardo.

Roark Jr. torna perché a Sin City nulla scompare davvero se appartiene alla famiglia giusta, da quel momento la storia smette di essere una parabola morale o una vendetta. Diventa una progressione inevitabile verso una fine già scritta, Hartigan capisce la cosa più importante: non esiste una versione di questa storia in cui tutti si salvano, esiste solo la scelta di chi deve restare schiacciato per primo. A Sin City non esiste giustizia, ma nemmeno eccezione, ogni tentativo di “vittoria etica” è in realtà una deviazione temporanea che il sistema prima o poi finirà per schiacciare, vi ho detto che questa è la storia più nera mai scritta da Miller? Ok andiamo avanti.

Per questo Hartigan è il “Dirty Harry” di Sin City: non perché sia duro (anche se lo è), ma perché è convinto che esista ancora un modo per piegare le regole senza essere piegati a propria volta. L’ultima forma ingenua di eroismo in un contesto che non prevede più eroismi, infatti il finale non è una vittoria, non è nemmeno una sconfitta nel senso classico, una chiusura forzata del sistema attraverso un gesto estremo, perché qualsiasi altra opzione è già stata eliminata in anticipo, non è nemmeno contemplata, non a Sin City.

Ok, andiamo sul retro Giallone!

Roark Jr., il “bastardo giallo” del titolo, è la sintesi di tutto questo, una figura che sembra quasi una parodia deformata e malata dello Yellow Kid dei fumetti delle origini, dove quello era il simbolo ingenuo e infantile della nascita del medium, questo ne è il riflesso corrotto, adulto, violento. Come se Miller prendesse la storia del fumetto e la riportasse al suo punto più lurido, cancellando ogni traccia di innocenza possibile. Hartigan lo elimina, ma non risolve nulla, perché non c’è nulla da risolvere, non nella storia più nera e cinica mai firmata da Miller, che io continuo a chiamare “That yellow bastard” perché la mia vecchia edizione della Lexi era tutta in italiano, tranne il titolo del volume (storia vera).

C’è solo un sistema che continua a funzionare e un uomo che decide di opporsi lo stesso, sapendo perfettamente che la partita è persa prima ancora di iniziare. Ed è proprio per questo che “Quel bastardo giallo” è la storia più nera e cinica mai scritta da Miller, non perché racconta il male, ma perché racconta l’inutilità strutturale del bene dentro un mondo che non ha più spazio per riconoscerlo, Sin City non concede redenzione, nemmeno a chi la meriterebbe.

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