
Con tutto questo scrivere di Frank Miller qui sulla Bara, l’altro giorno, mi sono passati nuovamente sotto le dita i miei volumi di Sin City, quindi come già avevo mezzo promesso, perché no? Perché non svolazzare a bordo di Bara tra i vicoli della città del peccato? Iniziamo con il primo volume.
Alcuni fumetti invecchiano, altri ti aspettano al buio, sotto un’insegna al neon mezza fulminata, con la faccia coperta di cerotti e una bottiglia in mano. Ora si chiama “Un duro addio”, titolo appioppato dopo, per distinguerlo dagli altri volumi, in principio era solo “Sin City”, graficamente figlio illegittimo di alcune soluzioni visive messe su carta da Miller con Elektra vive ancora, ma anche figlio di un’era in cui Miller sapeva già stilizzate le sue tavole, ma curava ancora i dettagli, per dire, disegnava ancora i lacci degli anfibi di Marv e le Converse (di Kevin) successivamente ha stilizzato anche quelle. Eppure quelle tavole in cui il bianco lotta con il nero – come nei vicoli di Basin City – sono leggenda, bassorilievi scolpiti su carta in cui le sagome emergono dal buio, dalle chine, dal nero, di solito nei fumetti è il contrario, sono i tratti neri su carta bianca a delineare le forme, ma a Sin City bisogna lottare per tutto.

Pubblicata originariamente tra il 1991 e il 1992 sulle pagine di Dark Horse Comics, per dare blasone a quella serie, la prima storia di Sin City è il momento esatto in cui Frank Miller decide che il fumetto americano doveva fare un salto avanti, pensando al passato. Lo scrittore prende il noir classico, l’hard boiled più sudicio, il cinema criminale americano, i polizieschi anni ’40, i manga, i supereroi, la violenza urbana, le donne impossibili, i trench, le pistole, le ombre gigantesche e li butta tutti dentro la stessa fornace. Il risultato non sembra nemmeno un fumetto tradizionale, sembra piuttosto una confessione urlata alle tre del mattino da qualcuno con le nocche ancora sporche di sangue.
La storia, in fondo, è semplicissima: Marv, gigantesco criminale di Basin City con più cicatrici che ricordi felici, passa una notte insieme a Goldie, una prostituta bellissima che lo tratta con una dolcezza a cui non è minimamente abituato. Il mattino dopo la trova morta accanto a lui, assassinata mentre dormiva. Da quel momento Marv capisce due cose: qualcuno ha deciso di incastrarlo e lui farà letteralmente a pezzi chiunque pur di trovare il responsabile. Inizia così una caccia rabbiosa e disperata che lo trascina dentro gli angoli più luridi di Sin City, tra killer, poliziotti corrotti, cardinali marci, psicopatici cannibali e una quantità di violenza tale da far sembrare una normale serata a Gotham City una lite di condominio.

Al centro di tutto questo inferno in bianco e nero c’è Marv, una montagna di cicatrici con il muso da cane randagio, il naso greco e la grazia di un camion lanciato contro una vetrina. Tecnicamente sarebbe un criminale, uno psicopatico con evidenti problemi mentali e una tendenza preoccupante a lasciare dietro di sé cumuli di cadaveri. Però Miller lo racconta come un cavaliere medievale precipitato in un romanzo pulp, un samurai ubriaco che invece della katana usa le mani nude o al massimo la sua 45, ma predilige le mani nude. Ma soprattutto, proprio come i grandi eroi tragici, Marv è un uomo già morto che continua ostinatamente a camminare.
La genialità di Miller sta tutta lì, perché Sin City può sembrare una gigantesca fantasia testosteronica fatta di sigarette, prostitute armate e bastardi che sfondano finestre, ma sotto quella crosta da fumetto “duro” si nasconde una storia disperatamente romantica. Marv incontra Goldie, ci passa una notte insieme, e per la prima volta nella sua esistenza devastata si sente quasi umano. Poi lei viene uccisa e da quel momento il fumetto diventa una lunga discesa all’inferno guidata da un uomo che non ha più niente da perdere, fine della trama, praticamente tutto il resto è vendetta. Ma una vendetta talmente assoluta, talmente ossessiva e furiosa, da assumere i contorni della mitologia, soprattutto grazie ai testi di Miller, che siano i dialoghi o i monologhi (molto noir) del protagonista, sono delle rasoiate, delle stilettate memorabili.
Anche perché Miller, diciamolo, non è mai stato davvero interessato al realismo, “Sin City” forse è la prova definitiva di tutto questo. Tutti parlano dell’influenza noir, ma spesso si dimenticano che questo è pur sempre l’autore che aveva trasformato Daredevil in un ninja urbano e Batman in una leggenda fascistoide che ulula contro il decadimento morale di Gotham. Quella roba lì dentro “Sin City” continua a pulsare fortissimo, i personaggi saltano giù dai palazzi atterrando in piedi, sfondano porte blindate come fossero fatte di cartone, incassano scariche elettriche da milioni di volt e continuano a parlare come se avessero appena preso un caffè. Marv stesso è praticamente un supereroe hard boiled, un Hulk noir con il trench, il Superman di Basin City, se Superman passasse le notti a pestare assassini in vicoli impregnati di piscio e pioggia, quindi forse è il Batman di Sin City.

Qui che il fumetto ti aggancia definitivamente, perché Miller riesce a rendere credibile l’assurdo attraverso la pura forza dello stile. Ogni vignetta di “Sin City” sembra scolpita nell’ombra, il bianco e nero non è semplicemente una scelta estetica: è un linguaggio. Le facce emergono dal buio come apparizioni, gli occhi galleggiano nel nero, il sangue sembra benzina, la città intera appare come un organismo marcio che continua a respirare smog, sesso e violenza. In mezzo a tutto questo, Miller costruisce tavole che ancora oggi fanno sembrare moscia buona parte del fumetto contemporaneo, perché c’è una ferocia quasi animale dentro queste pagine, una sensazione costante di impatto fisico, quando Marv colpisce qualcuno quasi senti le ossa rompersi. E qui colpisce chiunque. Fortissimo.
Ma il punto è che “Sin City” non è diventato di culto solo perché “spaccava”, quella è la superficie, sotto c’è molto di più. C’è la malinconia terminale del noir classico, quella roba da uomini distrutti che cercano disperatamente un brandello di purezza in un mondo ormai completamente corrotto. Marv è violento, brutale, terrificante, ma dentro di sé conserva una specie di codice morale contorto e quasi infantile: Protegge le donne, mantiene la parola data, si innamora con una sincerità devastante, rispetta la mamma e soprattutto soffre. Sempre. Come tutti i grandi personaggi hard boiled, è un relitto umano che continua a muoversi perché fermarsi significherebbe guardare davvero dentro il vuoto.

Proprio per questo “Un duro addio” continua a funzionare così bene anche oggi, nonostante i tentativi di imitazione e i cloni pieni di pioggia e monologhi pseudo-cattivi che hanno invaso fumetti, cinema e videogiochi per decenni, “Sin City” mantiene ancora una personalità ferocissima. Perché Miller non stava cercando di fare qualcosa di figo e basta, stava riversando sulla pagina tutte le sue ossessioni: il noir, il pulp, il dinamismo dei Manga, il cinema americano, la violenza e gli eroi tragici, se non proprio monolitici.
Il bello è che alla fine, dopo tutti i corpi sfondati, le pistole fumanti, le sedie spezzate sulle schiene e le montagne di cadaveri lasciati nei vicoli di Basin City, quello che resta davvero impresso è ancora Marv. Questo bestione romantico e devastato che continua a trascinarsi avanti in una città che sembra volerlo divorare a ogni angolo, uno che probabilmente apparteneva già al passato nel momento stesso in cui Miller lo ha creato, un dinosauro ultraviolento emotivo dentro un mondo di squali. Questo rende “Sin City” così difficile da dimenticare, sotto tutta la sporcizia, sotto tutta la violenza, sotto tutto quel nero, batte ancora il cuore disperato di un uomo che per una volta aveva trovato qualcosa di bello e ha deciso di fare a pezzi l’inferno intero pur di vendicarlo.


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