
Dopo il successo di Sin City, il pubblico invocava Marv, ancora, ancora e ancora. Problema: come farlo tornare dopo la fine, definitiva, di Un duro addio? Facile, con un prequel, perché per la fortuna di Frank Miller, la città del peccato è grande e piena di peccatori, come Dwight.
Si può leggere questo prequel prima di Un duro addio? Sì, io l’ho fatto, il mio primo fumetto di “Sin City”, una vecchia ma ancora tosta edizione Comic Art che riportava il vecchio titolo “Sin City – Si può anche uccidere per lei”, come vedremo anche nel resto di questa rubrichina a tema di ripasso, uno dei motivi per cui ho un rapporto tutto mio con i titoli di questa saga.
La storia è quella di Dwight McCarthy, giovane fotografo che si guadagna da vivere scattando foto compromettenti, cercando di tenere a bada la belva in lui, le vecchie abitudini e dipendenze, principalmente quella con la “A” (Alcool e Ava). Come ogni noir che si rispetti si metterà nei guai, e ancora, come ogni noir che si rispetti lo farà per via di una femme fatale, Ava appunto, che al cinema è stata impersonata da Eva Green ma io, fin dai tempi della mia prima lettura, ci avrei visto bene l’Angelina Jolie dei tempi migliori, ma disegnata con lo stile grafico, tagliente e violento di Frank Miller.

Infatti Miller non si fa pregare, se il pubblico vuole il ritorno del marcio, lui gli apre direttamente le fogne di Basin City e ci butta dentro un altro uomo destinato a perderci l’anima. Dwight non è Marv, non è un blocco di cemento che cammina in avanti finché non si spezza qualcosa al suo passaggio come Marv. Dwight è uno che si illude di avere ancora un controllo, uno che prova a tenere insieme i pezzi della propria vita come se (Ba)sin City fosse un appartamento da sistemare e non una discarica morale a cielo aperto. Fotografo, osservatore, uno che guarda gli altri vivere nel fango, finché qualcuno non lo trascina dentro il fango fino al collo. Sperando che sia fango.
Ovviamente quel qualcuno ha un nome preciso, inciso come un taglio di rasoio sulla pelle: Ava Lord. La classica femme fatale? Sì, ma solo se per “classica” intendiamo una specie di catalizzatore di disastri emotivi con le forme di donna, e che forme! Una tentazione allo stato più puro. Ava non entra nelle vite degli uomini, le riscrive, le smonta pezzo per pezzo con la stessa calma con cui si accende una sigaretta, è bellissima, certo, ma è una bellezza che consuma ogni uomo.

Dwight cade dentro di lei come si cade in un vicolo senza luce, convinto che ci sia una via d’uscita a pochi passi, e invece ogni passo lo porta solo più a fondo. Perché questa è Sin City, e nessuno esce davvero pulito da un incontro del genere. Miller, dal canto suo, costruisce tutto come una trappola a scatto lento, non c’è solo la seduzione, non c’è solo il tradimento, c’è la progressiva perdita di identità. Dwight smette di essere Dwight molto prima di rendersene conto, e quando finalmente capisce di essere diventato qualcos’altro, è già troppo tardi per tornare indietro senza lasciare brandelli di sé per strada. Non è un caso se poi debba per forza cambiare faccia, ormai gli mancava solo quello, come personaggio era già cambiato.
Eppure, sotto tutta questa meccanica di inganni e violenza coreografata, “Una donna per cui uccidere” è ancora una storia di ossessione. Non diversa da quella di Marv, in fondo: cambia il volto della perdita, non la sua natura. Qui non si piange una donna già morta, ma una donna che forse non è mai stata quello che diceva di essere, peggio ancora, una donna che ti convince a partecipare volontariamente alla tua rovina. Miller lo sa benissimo e illumina il tutto con quel bianco e nero che non lascia vie di mezzo, come la moralità di tutti gli abitanti della città del peccato di Miller.

Dwight si incastra nel solco della tradizione, identico al professor Rath, che guardava quello che restava della sua anima, riflessa nello specchio del camerino dove si preparava il trucco da clown pronto a fare da spalla alla moglie Lola Froehlich, l’Angelo azzurro del varietà, la splendida Marlene Dietrich del film di Josef von Sternberg, per la quale ha rinunciato alla sua carriera di insegnante.
Oppure come della propria dannazione è convinto il giovane William Holden protagonista di “Viale del tramonto”, quando saluta per l’ultima volta quella che potrebbe essere la donna della sua vita, consapevole che nella ragnatela che la pazza attrice fallita Norma Desmond gli ha tessuto addosso, non ne uscirà che morto, per mano di lei oltretutto.
Dwight, come loro, non è vittima della forza, ma vittima della convinzione di poterla capire, controllare, o addirittura amare senza pagarne il prezzo. Ed è sempre lì che il noir colpisce: non quando ti distrugge, ma quando ti convince che sei tu a scegliere la distruzione. Ma se una donna ti distrugge un’altra, quella giusta, può salvarti. Ava sembra una gran signora ma è nera nell’anima, mentre Gail, vive nel malaffare, una delle più rappresentative (anche grazie alla vistosa tutina sadomaso) signora della città vecchia, prostitute che Miller descrive come amazzoni imbattibili. Gail come la Bertè, non è una signora, una con tutte stelle nella vita (oh oh!) ma è purissima nel suo rapporto con Dwight, infatti la coppia tornerà, ma di questo parleremo a stretto giro.

In mezzo a tutto questo inferno controllato, torna quella sensazione tipica della saga, la violenza non è mai il fine, è solo il linguaggio con cui i personaggi ammettono di non avere più alternative. Le parole falliscono, la fiducia è una barzelletta, e resta solo la fisicità brutale delle scelte sbagliate. Inoltre qui esordisce Manute, che non è un semplice antagonista ma una parete che ti viene addosso camminando, uno di quei personaggi milleriani che non “combattono” nel senso classico, ti distruggono e basta.
La parte che mi convince meno invece è il modo in cui Miller fa sparire Marv dalla storia, ad un certo punto ritorna, con la faccia piena di cerotti nel locale dove balla la bellissima Nancy (l’angelo di Sin City), poi lo vediamo sfrecciare su una decappottabile con una bionda, di cui, avendo già letto Un duro addio, sappiamo tutto, anche se a livello di tempistiche, trovo un po’ frettoloso che Goldie e Wendy, che qui vengono presentate come le due nuove regine della città vecchia, siano al comando da due settimane. Ma allo stesso tempo, siano già invischiate nella trama del volume precedente, anche se l’intreccio è molto serrato e i tempi un po’ stretti tra i due volumi, è chiaro che nemmeno le signore della città vecchia potevano difendere la loro “regina”, per quello serviva qualcuno come Marv.
Alla fine di “Una donna per cui uccidere” abbiamo tutta una serie di nuovi personaggi iconici e scopriamo che i vicoli di Sin City sono tanti e spesso senza uscita, una storia di ossessione che è un puro noir, dove Frank Miller ci conduce tutti alla corte delle mantidi, e nel prossimo volume, farà ancora di più, ma ne parleremo presto su questa Bara.


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