
Un seguito per Sin City sembrava un punto fermo nella storia, se non proprio dell’umanità almeno del cinema, sembrava già assicurato nel momento in cui il trailer del film del 2005 ha scatenato reazioni scomposte, invece è arrivato la bellezza di nove anni dopo.
Nove anni in tempo-entusiasmo sono proprio il tempismo peggiore possibile, non sono abbastanza per rendere il capostipite un classico oppure un film di culto, ma sono decisamente troppi che convincere a tornare in sala i fan della prima ora, che nel frattempo sono cresciuti, si sono sposati, hanno avuto dei figl… No scherzo, parliamo essenzialmente di Nerd, questi sono rischi che loro non corrono, rappresento la categoria, quindi posso parlarle male.

Per essere il film che sembrava destinato a mettere fine a tutti gli adattamenti fumettistici al cinema oppure a dettarne lo stile, Sin City non ha raccolto o imposto nulla di tutto questo, anzi i film tratti da fumetti hanno proliferato sfoggiando uno stile ed un’estetica sempre più piatta, inoltre i film che hanno abusato di bianco e nero sporcato da tocchi di colore (di solito rosso) senza essere tratti da fumetto quello sì, si sono sparsi a macchia d’olio, risultato? La sensazione generale era che “Sin City 2” fosse già uscito da una vita, tutto lo ricordavano in una sorta di effetto Mandela, tanto che quando è uscito davvero, nessuno gli ha creduto davvero, inoltre, aggiungiamo uno strato di bizzarria.

Sette anni dopo “300” (2007), sempre tratto da un’opera di Frank Miller, proprio nel 2014 è uscito anche “300 – L’alba di un impero”, altro seguito non richiesto da nessuno, generalmente poco ricordato, che in comune con “Sin City 2” ha essenzialmente l’anno di uscita, il comune autore del fumetto originale alle spalle e, inutile girarci attorno, le poppe di Eva Green. Di entrambi i film gli unici passaggi memorabili sono le due Eva di Eva, talmente sfoggiate che i vedo-vedo (non si può parlare di vedo-non-vedo) della locandina del film di oggi, ha generato polemiche e venne censurata (storia vera).

Eppure il vero lascito di Sin City è stato equiparabile alla grandine sui vigneti, dell’estetica scopiazzata malamente abbiamo già parlato, non mi stancherà mai di ricordare la piaga – alla quale il film di Rodriguez e Miller hanno contribuito – di far utilizzare a capocchia l’espressione “Graphic Novel” quando sempre di fumetti stiamo parlando, anche se il problema più grosso è stato convincere lo stesso Frank Miller di essere un vero regista cinematografico, ed io sto già in pensiero per la lista di compleanni del 2028, quando mi toccherà affrontare nuovamente quella pisciata fatta sul lavoro di Will Eisner di cui preferirei non riportare nemmeno il titolo.
“Sin City – A Dame to Kill For” non fa fare un passo avanti alla tecnologia utilizzata, Miller ha imparato a fare film così, davanti allo schermo verde e ha continuato nell’unico modo che conosce, non ci sono prove, ma la sensazione è che Rodriguez abbia lasciato giocare Miller, presentandosi ogni tanto nei suoi Troublemaker Studios ad Austin nel Texas, così, per fare un salutino, al massimo, mettendo a disposizione la sua rubrica da cui arrivano un po’ tutti i nomi del cast (e molti altri ancora, ma ne parleremo), il fatto che nel frattempo il Chroma Key sia diventato più popolare, ottiene come risultato un cast più tranquillo del fatto che tanto, che ci frega, dopo si sistema tutto in post produzione, ecco perché tutti recitano molto meno coinvolti ma anche molto più vecchi e grassi.

Venendo a mancare la convinzione del cast e l’effetto sorpresa della messa in scena, cosa resta? Purtroppo la trama di Miller, in cui l’ironia è bandita, la base da Noir stride per la sua grossa seriosità ma allo stesso tempo fa a cazzotti con trovate che un regista più capace avrebbe saputo vendere al pubblico, ma non di certo Miller, che ultra convinto dei suoi mezzi adatta sul grande schermo quello che resta dei suoi fumetti originali, facendo la prima di tante scelte senza senso.
A una parte Miller mette in chiaro la natura di prequel di questo film, consapevole di quello che gli era già successo ai tempi dell’uscita del fumetto: il pubblico vuole Marv, lui è il Superman violento di Basin City quindi sotto con racconti ambientati nel passato, come la storiella iniziale “Solo un altro sabato sera”, una cosina violenta in cui Mickey Rourke è il primo a divertirsi, anche se relegato a spalla comica, “muscoli” o gregario di lusso, è davvero l’unico del cast consapevole del fatto che proprio Marv gli ha permesso di tornare ad essere invitato alle feste di lusso di Hollywood, potendosi portare dietro il suo Chihuahua quindi è anche l’unico che se la gode, come farebbe Marv, intento a spaccare crani, peccato che il pastrano serva per nascondere la panza di Rourke e il trucco sul viso, quel nasone greco posticcio, non riesca comunque a contenere una faccia che da sotto straborda, forse anche più plasticosa del trucco di scena.

L’unico segmento veramente sensato è quello che dà il titolo al film, non solo perché “Una donna per cui uccidere” è stato il mio primo fumetto di “Sin City”, quello che mi ha generato la scimmia perché al primo assaggio della città del peccato di Miller, poi inevitabilmente, ne vuoi ancora, ma anche perché era quello pensato per essere un prequel in grado di giustificare Marv ancora in piedi. In un mondo giusto, le labbrone della femme fatale di turno, sarebbero state quelle di Angelina Jolie, ma possiamo tranquillamente dirci soddisfatti grazie alle poppe di Eva Green, una che non ho mai capito se sappia anche recitare, ma credo che non ne abbia mai avuto davvero bisogno, ci sono attrici e attori a cui basta apparire sullo schermo, lei appartiene alla categoria, qui è bella da lasciare senza fiato e sfoggia le sue curve con una generosità che non vedevo dai tempi dei film scollacciati di Edwige Fenech, normale che ci abbiano anche costruito un film intorno a Meloni (inteso come Christopher) che perde la testa per i meloni di Eva Green, anche perché in questo film, non c’è davvero altro da segnalare.

Il segmento “Quella lunga, brutta notte” è quello che dovrebbe fare da cornice, ma è anche quello che mette in chiaro come Miller si sia, per l’ennesima volta in carriera, fatto prendere la mano. Se lo scopo era portare i fumetti (non Graphic Novel) di “Sin City” al cinema pescando da una produzione piuttosto nutrita, perché inventare storie apposta per il cinema, ma soprattutto, perché farlo così male, per trame e soluzioni?
La storia del giocatore di poker Joseph Gordon-Levitt con gli irrisolti paterni con il Senatore Roark (Powers Boothe, uno dei pochi insieme e Rourke e Green ad aver capito lo spirito del film) è una storiella per cui non si patteggia mai per il protagonista, a Giuseppe Gordone-Luigi rubano la scena tutti, persino la cameriera Lady Gaga che gli allunga un verdone e recita una riga di dialogo, per non parlare del dottore, molto a basso costo, matto e poco igienico impersonato da Christopher Lloyd.

Questo segmento dovrebbe ricordarci che non si scherza con la famiglia Roark a Basin City, ecco, qualcuno lo spieghi anche a Miller, che non pago si è inventato apposta per il cinema anche la sua grossa sconfitta, perché possiamo davvero lasciare fuori dal Prequel/Sequel Bruce Willis o Jessica Alba dopo che ha fatto arrapare tutti con le sue lap dance da vestita? Giammai!
L’idea di Miller è quindi geniale: Nancy vuole vendicarsi del senatore Roark anche se non sa come fare, su tutto aleggia – tenetevi forte – il fantasma di John Hartigan, che non si sa perché risulta più invecchiato rispetto a quando è morto, anche se sospetto che Bruce Willis, trucco e parrucco a parte, avesse già iniziato la sua dolorosa scelta forzata (dalla sua condizione medica) di dover recitare senza nemmeno bisogno di stare sullo stesso set con il resto del cast, sistemato poi al montaggio.

No sul serio, il fantasma di Hartigan? Ne hai scritte di cazzate Miller ma questa resta un apice, anche perché una frettolosa vendetta contro la famiglia Roark per assurdo, non fa che sminuire e togliere potere proprio alla dinastia di Sin City, anche il gesto di Hartigan del primo film perde totalmente di forza e a dirla tutta anche di significato. Se poi è condito da Jessica Alba che si tinge i capelli e si fa le cicatrici in faccia, vabbè qui siamo a pagina una del manuale di brutta sceneggiatura e pessimo sviluppo dell’arco narrativo di un personaggio.
Altre idiozie diffuse? Josh Brolin prende il posto di Clive Owen nei panni di Dwight McCarthy, ha senso, visto che la trama parlava di “Un assassino con una faccia nuova”, peccato che quando la faccia nuova fa il suo esordio, invece di poter contare sul ritorno di Clive Owen (impegnato per motivi di contratto con la HBO per una serie tv) si è deciso di truccare Josh Brolin da Owen, per altro malissimo, dando così un sonoro calcio alla credibilità della storia.

Infatti nulla mi toglie dalla testa che l’apparizione di una Rosario Dawson da infarto, ma davvero qualcosa da morirci, fosse la soluzione scelta per distrarre dalla nuova faccia di Dwight.

In generale “Sin City – Una donna per cui uccidere” è un film dal tempismo sbagliato, fiacco, senza davvero nulla di nuovo da dire che per altro, peccando di arroganza, inciampa più volte in trovate che ti tirano fuori dalla storia o semplicemente, ti tirano fuori dalla bocca un insulto in direzione di Frank Miller e imputo la colpa a lui perché Rodriguez secondo me, ci ha messo solo il nome e la rubrica, uno con i suoi trascorsi, almeno un cambio di cast lo avrebbe gestito in qualche modo, invece qui Jamie Chung sostituisce Devon Aoki nel ruolo di Miho e sembra che a nessuno importo poi molto, che poi è il miglior commento possibile su questo film.
Certo, alcune sostituzioni sono state dettate da cause di forza maggiore, come Dennis Haysbert che subentra nei panni di Manute al posto del defunto Michael Clarke Duncan, ma non è chiaro come mai Jeremy Piven prenda il posto di Michael Madsen, uno che non mi risulta abbia mai rifiutato un ruolo dal 1979, e che per altro, vista la brutta notizia di qualche giorno fa, l’assenza di Madsen si fa sentire anche di più. Ciao Michael, ci vediamo nei film.
Francamente non so cosa aggiungere su questa operazione, se non che la sua utilità sia essenzialmente quella di far sembrare un po’ più bello il film del 2005, oppure di portare in scena un sacco di notevoli bellezze tutte poco vestite, da Juno Temple alle già citare Rosario Dawson ed Eva Green che francamente qui, sono fuori scala, ma ad esclusioni di rifarsi gli occhi e certi motivi ormonali, quindi del tutto extra cinematografici, forse Sin City sarebbe stato meglio figlio unico, oppure sarebbe stato meglio affidarlo a qualcuno senza la spocchia di Frank Miller, che poi voglio dire Frankuzzo, ma adattare “Sin City – All’inferno e ritorno” con Johnny Depp – che nel 2014 aveva anche bisogno di un ruolo così – nei panni di Wallace e fare soldi facili, no dico io, brutto?


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