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Sin City – Un’abbuffata di morte (1995): quando la città decide di non lasciarti uscire pulito

A Sin City non esiste davvero il concetto di “episodio nuovo”, perché ogni storia sembra più una variazione sullo stesso tema: gente che si convince di poter fare la cosa giusta in un posto che non ha mai previsto questa opzione. “Un’abbuffata di morte” (che continuo a chiamare “Big fat kill” perché la mia copia Lexi in italiano, aveva comunque questo titolo, storia vera), non fa eccezione, anzi rilancia, come se Miller avesse deciso che la città del peccato non fosse ancora abbastanza affamata.

Tutto, come spesso accade a Sin City, parte da una situazione apparentemente piccola che in realtà è già una mischia innescata. Shellie sta cercando di sopravvivere alla visita tutt’altro che amichevole di Jackie-Boy, ex amichetto violento della ragazza che ha la delicatezza di una porta sfondata in faccia. Nel momento in cui le cose iniziano a degenerare, entra in gioco Dwight, che non è mai il tipo da restare a guardare quando qualcuno ha deciso di trasformare una stanza in un incubo, specialmente se c’è di mezzo una donna, si è dovuto rifare i connotati per via di questa sua debolezza (della carne).

Jackie-Boy e i suoi amici fanno quello che fanno sempre i predatori di questa città: escono dal problema convinti di esserselo lasciato alle spalle, senza rendersi conto di aver appena attirato addosso qualcosa di molto peggiore, perché il loro errore non è solo quello di essere violenti, ma di non capire dove si trovano. A Sin City, l’ignoranza geografica è una condanna a morte, specialmente se finisci nella città vecchia, gestita dalle Signore, il loro piccolo regno.

Fanno il lavoro più vecchio del mondo. Uccidere.

Dwight è di nuovo al centro del gioco, ma come sempre in questa saga non è mai lo stesso uomo due volte. In Sin City i personaggi non crescono, si consumano, Dwight è quello che prova a tenere insieme i pezzi come se bastasse cambiare prospettiva per non essere risucchiati dal solito buco nero morale che si apre sotto i piedi di chiunque passi troppo tempo in questi vicoli.

Poi la situazione si sposta verso Old Town, e il tono cambia completamente, non è più il territorio dei bulli da bar o delle risse da vicolo, ma una zona che ha le sue regole, le sue gerarchie e soprattutto le sue proprietarie. Ed è qui che entra in scena Gail, insieme alle donne della Città Vecchia, già viste e sopravvissute agli eventi di Una donna per cui uccidere, e ormai diventate qualcosa di molto più pericoloso di una semplice organizzazione di prostitute: sono un sistema di difesa autonomo, una città dentro la città, dove chi entra senza invito non ha mai davvero la possibilità di uscirne, quasi una piccola Sparta, visto che Miller cita apertamente gli eventi delle Termopili del 480 AC, perché aveva già un’idea che gli frullava in testa e che sarebbe esplosa successivamente.

Gail non è un capo nel senso classico ma accanto a lei ci sono Miho e le altre donne di Old Town, ognuna con un ruolo preciso in un equilibrio che sembra fragile solo a chi non ha mai visto cosa succede quando quell’equilibrio si rompe.

Piccola e letale Miho, la regina di tutti i killer muti creati da Miller (e ne ha creati tanti!)

Il problema esplode quando Jackie-Boy, insieme al suo gruppo, arriva proprio lì, non capiscono dove sono finiti, non capiscono cosa rappresenta quel territorio, e soprattutto non capiscono che alcune regole non sono negoziabili. Il momento di rottura arriva con Becky, una delle ragazze di Old Town, e quello che doveva essere un altro episodio di violenza casuale diventa immediatamente un errore irreversibile, peccato che il gioco di parole rivelatore, non abbiano mai davvero provato ad adattarlo in italiano, nemmeno nel film.

Miho interviene con la precisione di una sentenza già scritta e da quel momento la situazione non è più controllabile. In pochissimo tempo quello che era iniziato come una notte storta si trasforma in un incidente che ha conseguenze molto più grandi dei cadaveri lasciati sul posto. Perché Jackie-Boy non è un semplice delinquente, ma un poliziotto. Sono caaaaaazzi! (cit.)

Guarda se uno dei passare tanti casini per una tale testa di, anzi, per la testa di un testa di…

Dwight capisce subito che il vero problema non è quello che è successo, ma quello che potrebbe succedere dopo, insieme a Miho e con il sostegno silenzioso di Gail e delle donne di Old Town si ritrova coinvolto in qualcosa che va ben oltre la sopravvivenza immediata: la gestione delle conseguenze.

Old Town, infatti, non è un rifugio, ma una linea del fronte che esiste solo finché tutti accettano di fingere che sia separata dal resto della città. Gail lo sa perfettamente, non si tratta di essere buoni o cattivi, ma di essere abbastanza organizzati da non farsi cancellare. Nel frattempo Dwight continua a essere trascinato dentro dinamiche più grandi di lui, infatti gli tocca un viaggio in auto con il cadavere di Jackie-Boy (in odore di Peckinpah), delle pozze di catrame e dei mercenari Irlandesi, che giornata di cacca!

Potrei scrivere didascalie brillanti, ma con Miller che disegna Gail “vestita” così, inutile perdere tempo.

Quando Manute entra in scena, la partita cambia di nuovo, non è più una questione di risse o regolamenti di conti: è una dimostrazione di forza, una pressione esterna che costringe tutti a rivelare chi sono davvero quando smettono di fingere, peccato solo che Shellie esca completamente dalla storia per non farci mai più ritorno, ma Dwight, Manute e le signore della città vecchia, erano troppo interessanti per non farli tornare tutti.

In tutto questo, Miller non racconta mai semplicemente una storia di violenza, racconta un sistema in cui la violenza è solo il linguaggio più onesto possibile. Perché le parole qui servono a poco, la fiducia è una moneta fuori corso e l’unica cosa che funziona davvero è, appunto, un’abbuffata di morte.

Questa non è Sparta, questa è Sin City!

Mentre le fazioni si muovono e si scontrano, resta sempre la stessa impressione: nessuno sta davvero cercando di vincere. Tutti stanno cercando di non essere quelli che restano a terra morti ammazzati e Miller scolpisce le sagome bianche, facendole emergere dal nero (perché utilizzare il verbo disegnare sarebbe riduttivo) con la stessa foga, “Big fat kill” non è la miglior storia di “Sin City”, ma è la più tesa e tirava, visto che succede tutto nel giro di poche ore.

Alla fine “Un’abbuffata di morte” non cambia le regole del gioco, perché Sin City non è mai stata una storia di giustizia o redenzione, ma di persone che continuano a entrare nello stesso identico errore sperando che questa volta abbia un finale diverso, ma con molti più proiettili sparati.

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