
Penso che ormai sia chiaro a chiunque che questa Bara non è terreno fertile per commedie romantiche, ma devo confessarvi la mia insana – ma del tutto comprensibile – passione per un regista a cui vorrò sempre bene, per certi versi potremmo dire che Cameron Crowe è il mio secondo Cameron preferito, il primo è facile da intuire.
Dopo l’esordio nel solco di John Hughes con l’ottimo e già pieno di musica “Non per soldi… ma per amore” (1989), l’uomo con i migliori gusti musicali di Hollywood è arrivato a firmare successi come “Jerry Maguire” (1996) portandosi a casa un Oscar per la sceneggiatura di quella bomba autobiografica di “Quasi famosi” (2000), in carriera sono arrivati anche titoli poco ispirati come “Elizabethtown” (2005) e “Sotto il cielo delle Hawaii” (2015) che in ogni caso qualche momento coinvolgente lo portano a casa, ma personalmente apprezzo molto anche titoli generalmente ignorati come “La mia vita è uno zoo” (2011) e “Vanilla Sky” (2001), che preferisco all’originale spagnolo, forse sono l’unico a pensarla così.
Ma la verità è che tra tutti questi titoli più o meno graditi dal pubblico, Cameron Crowe ha firmato un vero, monumentale culto che a rivederlo oggi, a trent’anni esatti dalla sua uscita è come scoperchiare una capsula del tempo, una fotografia perfetta di un momento storico irripetibile, durato una manciata di anni e circoscritto da un luogo geografico ben identificato: la città di Seattle.

Al suo secondo lavoro Cameron Crowe, riprese in mano una bozza di sceneggiatura scritta nel 1984, una commedia romantica con alto tasso di musica Rock ambientata a Phoenix in Arizona, ma dopo una lunga carriera come giornalista per le riviste di musica, Cameron ha annusato l’aria e compreso che qualcosa lassù a nord ovest degli Stati Uniti, quasi al confine con il Canada stava succedendo, un fermento creativo, una storia di musica e morte, di amore e perdite iniziata in un garage di Orcas Island, dove i fratelli Wood, Kevin e Andrew stavano mettendo su un gruppo destinato ad essere ricordato come i Malfunkshun. Kevin alla chitarra non era male, ma Andrew alla voce, era decisamente di un altro livello, tanto da essere quasi costretto a portare il suo enorme talento di Frontman in grado di esibirsi come se fosse a Wembley anche in un minuscolo locale tra le fila dei Mother Love Bone, accanto al bassista Jeff Ament e al chitarrista Stone Gossard, entrambi futuri fondatori dei Pearl Jam.

Andrew Wood era il Re della città, quello capace di polarizzare tutti i musicisti di Seattle, uno che per citare l’avvocato Federico Buffa, avrebbe potuto avere tutte le femmine ma ne desiderava solo una in particolare, una di nome eroina, perché il connubio bravo e pulito in questa storia d’amore con Seattle come sottofondo, non ha mai avuto cittadinanza. La morte di Wood convince Cameron Crowe a spostare la trama del suo film a Seattle, mai scelta fu più azzeccata perché pochi altri registi nella storia del cinema hanno saputo cogliere un momento di tale fermento creativo nel punto in cui l’onda stava per raggiungere la sua cresta più alta, ma prima di scrivere anche solo una sillaba sulla trama, dobbiamo parlare della vera protagonista di “Singles” (appesantito dal solito inutile sottotitolo italiano che mi rifiuto di riportare) ovvero la Seattle dei primi anni ’90.

Tra i quattro fusi orari che spezzettano gli Stati Uniti, Seattle – qui ci starebbe una battuta di Homer – Seattle è collocata in alto a sinistra sulla mappa, un posto infame anche per le dirette televisive dell’amata (ormai ex) squadra di basket locale, se non amate la pioggia, cancellate proprio lo stato di Washington dalla lista delle vostre mete di viaggio dei sogni, insomma di sicuro non un luogo remoto e secluso ma abbastanza distante dal resto degli Stati Uniti da essere terreno perfetto per creare una sua cultura. Gli abitanti di Seattle sviluppano così una loro economia, un vocabolario locale fatto di termini da cui il Grunge (chiamato così fuori dalla città, in città si parla solo della musica della Sub Pop, l’etichetta che ha lanciato tutti i gruppi migliori), inoltre come tutte le popolazioni autoctone, gli abitanti di Seattle amano la pallacanestro, perché il buon gusto sta di casa.

Gli adorati Seattle Supersonics sono stati una franchigia storica della NBA, il loro nome deriva dalla propensione verticale della città di smeraldo, ben rappresentata dallo Space Needle, un edificio futuristico, a metà tra un Totem (l’altro grande simbolo verticale della città) e l’ottimismo tutto Yankee dei primi anni sessanta, costruito infatti in occasione delle fiera mondiale del 1962, questa specie di UFO nel cielo della città oltre ad ispirare il nome della squadra locale, rappresenta un pezzo di spazio portato nel cielo piovoso di Seattle, eretto mentre dall’altra parte dell’Atlantico, Berlino una mattina si ritrovava divisa in due da un muro, città che vai, differenza di storia e approccio che trovi.
I Sonics hanno vinto il loro unico titolo NBA nella stagione 1978/79, ma beccami gallina se la loro incarnazione più amata non è ancora oggi quella con Gary “The Glove” Payton e Shawn “The reign Man” Kemp, una squadra che stava al massimo della sua strapotenza cestistica guarda caso proprio negli anni ’90, perché nell’aria di Seattle in quel periodo doveva esserci della magia, tanta, ma non abbastanza da superare gli imbattibili nella finale NBA del 1996.

A Seattle sono nate aziende come la Boeing, Microsoft, tutta la “Coffee culture” per come la intendono negli Stati Uniti (non a Napoli) fatta di Starbucks e bicchieroni da un litro a portar via arriva proprio da questa piovosa città, prima negli Stati Uniti a legalizzare l’uso di quella foglia verde a sette punte dall’odore buono, non che questo sia per forza un segno di progresso, ma sicuramente di apertura mentale. Ma questo è solo lo scenario che ha fatto da sfondo al prodotto d’esportazione più famoso di Seattle, ovviamente mi riferisco alla musica Grunge.
Per certi versi il Grunge non ha mai avuto un’unità musicale netta, il Blues ha dei canoni, i vari tipi di Heavy Metal hanno delle caratteristiche che li identificano, la musica Grunge può andare dal suono più duro, più vicino al Metal degli Alice in Chains fino ad un suono più classico, che strizza l’occhio al Rock americano degli anni ’70 dei Pearl Jam, il vero minimo comun denominatore del Grunge è stata la gioventù dei componenti delle varie band, il fatto che si esibissero tutte nei locali della città conoscendosi per altro tutti uno con l’altro, più un’unità di luogo e camice di flanella che di suono quindi, che con l’ascesa al successo mondiale dei Pearl Jam e dei Nirvana, ha fatto di Seattle, the place to be come direbbero da quella parte dell’Atlantico (affacciata sul Pacifico), una sorta di nuova Liverpool di cui Cameron Crowe è diventato il massimo cantore al cinema.

Il suo “Singles” è ambientato tra le strade di una città, dove un tempo suonava il padrino di tutti quei ragazzi con capelli lunghi ovvero Jimi Hendrix e dove ancora oggi si trova la tomba del Maestro Bruce Lee, con una leggerezza da commedia, Cameron Crowe ci porta a The Central, il più antico saloon della città di Seattle edificato nel 1892 che cento anni dopo era il luogo dove si esibivano tutti i gruppi migliori della città e dove per altro “limona duro” Paul Giamatti, nella sua esilarante apparizione in questo film.
La storia di “Singles” non è nulla di rivoluzionario, coppie che si trovano, si mollano e si riprendono come da tradizione della “Rom-Com”, per certi versi è come se Woody Allen si fosse preso una vacanza dalla sua New York e abbia deciso di ambientare una delle sue commedie a Seattle e se non fosse chiaro, questo è uno dei più alti complimenti possibili, perché io a Cameron “Uomo con i migliori gusti musicali del mondo” Crowe voglio bene.
Per il ruolo di Steve fece un provino anche Johnny Depp, che pare si tirò indietro perché dire tutti quei «Ti amo» in varie declinazioni lo metteva a disagio povera stella, ironico visto che nel film appare anche quello che sarebbe diventato la sua metà artistica, ovvero Tim Burton, che per fare un piacere all’amico Cameron Crowe, qui compare nei panni del regista della videocassetta per single, quella con cui trovare l’anima gemella, una delle tante gag tutte da ridere del film.

Lo stesso Bill Pullman ci mise un po’ a decidersi prima di accettare il ruolo del Dr. Jeffrey Jamison, mentre per la parte della protagonista Janet Livermore, vennero prese in considerazione Jodie Foster e Mary Stuart Masterson, prima di ripiegare brillantemente su Bridget Fonda in uno dei suoi ruoli migliori.
Come commedia romantica “Singles” funziona grazie a trovate come quella del telecomando del garage che diventa prima una prova di fiducia e poi una sorta di tormentone, ma è proprio il modo in cui Cameron Crowe ha saputo cogliere lo spirito della città e del tempo, a cementare entrambe i piedi di “Singles” nel fermento del Grunge dei primi anni ’90: quando i personaggi sono felici nelle radio sempre accese in sottofondo si sentono pezzi come State of love and trust o Breath dei Pearl Jam, quando la fiducia dei protagonista inizia a scricchiolare arriva Spoonman dei Soundgarden e Rain when I die degli Alice in Chains quando invece cala proprio la depressione.

Ma “Singles” è talmente radicato nella città di Seattle in quel suo incredibile momento storico che tutto urla a pieni polmoni «SEATTLE!» ad ogni fotogramma, vogliamo parlare della scena in cui il protagonista, diciamo per ehm, distrarsi e non raggiungere come dire, il culmine, inizia a pensare ad altro rispetto all’azione in corso (leggete tra le righe) e quindi a cosa può pensare un maschietto di Seattle in un momento così? Ad un’immaginaria intervista post partita dei Seattle Supersonics rilasciata da Xavier McDaniel dove il mitico “X-Man”, campione del mondo dei “Trash talker” sul campo, infrange la quarta parete rivolgendosi direttamente a Steve per un consiglio molto importante.

Ma in quanto regista con i migliori gusti musicali del mondo, Cameron Crowe mescola i suoi due grandi amori il cinema e la musica, facendo recitare i musicisti, infatti con una certa dose di velato umorismo, Crowe sposta il cantante dei Pearl Jam Eddie Vedder nel ruolo di batterista (da sempre il punto debole del gruppo visto che ne hanno cambiati svariati), per sostituirlo alla voce con un esilarante Matt Dillon, nei panni di Cliff Poncier, con lui e tre quinti dei Pearl Jam (gli altri due sono Ament e Gossard), ci racconta dell’ascesa di un gruppo immaginario, i Citizen Dick, una strizzata d’occhio a “Quarto potere” (1941, titolo originale “Citizen Kane”) che diventerà una sorta di gag ricorrente nel cinema di Cameron Crowe: come era soprannominato il capo editore non proprio amato dai suoi sottoposti interpretato da Tom Cruise in “Vanilla Sky”? Esatto, proprio Citizen Dick, tradotto con uno spassoso “Quarto cazzone” dal nostrano doppiaggio particolarmente ispirato.

In “Singles” compaio tutti, in un locale dove i protagonisti urlano righe di dialogo, Layne Staley sta appeso ad un’asta di microfono mentre suona con i suoi Alice in Chains, nella colonna sonora del film, compaiono davvero tutti, dai Mudhoney (il vero culto in città, gruppo che però non è mai esploso davvero presso il grande pubblico nel mondo) fino a Chris Cornell qui alle prese con la versione cabriolet dell’auto. Posso essere brutalmente onesto? Grazie alla colonna sonora di questo film ho sentito per la prima volta Nearly Lost You degli Screaming Trees perdendo la testa per la voce di Mark Lanegan (storia vera).

Gli unici a disertare la colonna sonora sono i grandi assenti, per assurdo il gruppo più famoso del Grunge, infatti Cameron Crowe era pronto ad intitolare il film “Come as you are”, ma dovette ripiegare su “Singles” quando i Nirvana gli allungarono un sonoro due di picche, per loro il film era solo una commedia romantica ambientata a Seattle (ma va?) e non un film sul Rock, posso dirlo? Forse anche per la loro assenza dalla colonna sonora di questo viaggio nel tempo, proprio i Nirvana sono sempre stati gli ultimi nella mia lista di preferenze tra i gruppi di quel periodo e posto magico, non che non ne riconosca la grandezza, ma è proprio solo una questione di gusti personali.
La Seattle degli anni ’90 è stata quello che Stephen King in un suo libro diceva degli anni ’60, il continente scomparso di Atlantide, con la differenza che qui nessuno giocava a “Cuori” ma al massimo indossava camice di flanella. “Singles” è ancora una modello per le commedie romantiche che però ha una o due marce in più dovute proprio al tempismo, Cameron Crowe ci ha regalato un Classido perché ha saputo fotografare un momento incredibile che non tornerà mai più.

Gli anni ’90 di quella Seattle sono una capsula del tempo, un momento iniziato il giorno in cui Andrew Wood ha lasciato questa vale di lacrime nel 1990, terminato negli ultimi sgoccioli del 1999, quando a una ventina di giorni dal grande cambio di calendario che avrebbe portato il numero due in testa alla cifra dell’anno, proprio in città si consumava “La battaglia di Seattle”, combattuta tra polizia locale e movimenti no global si concludeva un decennio di tale fermento creativo proveniente tutto da un minuscolo posticino umido, un’ondata di creatività talmente grande che l’intero pianeta Terra ha dovuto prendere atto ed inchinarsi davanti a quello che stava succedendo lassù a Seattle.

Cameron Crowe era lì armato dei suoi due più grandi amori, il cinema e la musica a raccontarlo, ad imprimerlo su pellicola come la Polaroid di un vecchio amore da tenere in tasca, nel portafoglio o magari vicino al cuore, memoria di un tempo passato, andato ma non dimenticato, uno stato di amore e fiducia che ha lasciato i suoi strascichi tangibili, un esempio?
Il successo del film spinse i finanziatori della Warner Bros, alla ricerca di un sostituto nei palinsesti americani per l’amata serie “Seinfeld”, a portare avanti l’idea di una serie per il piccolo schermo con protagonisti i personaggi del film di Crowe, che però pose il veto, forse perché proprio lui, che sarebbe tornato a parlare di quel periodo nel documentario “Pearl Jam Twenty” (2011), aveva capito che la Seattle degli anni ’90 doveva stare dove si trovava, nei ricordi e nelle orecchie degli ascoltatori. Alla Warner ingoiarono il rospo ma non mollarono il colpo, passarono il lavoro a David Crane e Marta Kauffman che spostarono l’azione, i dialoghi, il tira e molla e il locale dove si beve solo caffè nella più canonica New York, quella serie esordì nel settembre del 1994, quando Kurt Cobain aveva già lasciato questa valle di lacrime, andò avanti per dieci stagioni e potreste averne sentito parlare, visto che si intitolava “Friends”, una serie che curiosamente nell’ultima scena del suo ultimo episodio come si concluse? Sulle note di Yellow Ledbetter dei Pearl Jam (storia vera), chiedo scusa ai fan di “Friends” per il trauma rievocato.
Perché la Seattle degli anni ’90 sarà affondata come Atlantide, avrà fatto la fine dei Supersonics, spostati in Oklahoma con un altro nome (Thunder), ma sempre pronti a tornare in città dove il loro pubblico ancora li attende, perché i giocatori NBA che arrivano da quella zona, sono quelli che si fanno tatuare 206 (prefisso telefonico di Seattle) sullo sterno per ribadire l’appartenenza. Potete toglierci Seattle ma non quello che ha rappresentato: Two-oh-six baby, two-oh-six (cit.)
Per concludere, non lo faccio mai ma questa volta è doveroso, vorrei dedicare questo post ad Andrew, Layne, Kurt, Chris, Mark e tutti gli altri (tra cui metterei anche Taylor), grazie per la musica ragazzi, Say Hello 2 Heaven, ma grazie anche a Crowe per essere stato testimone. Fratello Cameron il mio cuore sarà sempre con te.
Sepolto in precedenza giovedì 31 marzo 2022


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