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Six Feet Under (2001-2005): una serie da vedere (possibilmente prima di morire)

Mi è capitato di scrivere commenti dei singoli episodi di una serie tv, oppure di un’intera stagione, raramente ho provato a parlare di un’intera serie, ma era un’idea che mi balzellava in testa da tempo, quindi eccoci qua.

Sì, lo so che viviamo nell’età dell’oro delle serie Tv e che ci sono più serie da seguire che tempo effettivo di vita, però vorrei provare a scrivere anche di serie complete che a loro modo hanno fatto la storia, o che molto più semplicemente mi sono piaciute, quindi perché non iniziare con quella che parla di una famiglia di becchini? Molto in linea con questo blog che ne dite?

Tirare i calzini, rendere l’anima al creatore, schioppare, lasciarci le penne, essere portato via con i piedi avanti, finire due metri sotto terra, o sei piedi, che poi sono 1,83cm secondo il sistema metrico decimale (grazie “Pulp Fiction”), insomma morire! La grande mietitrice che è l’unica costante di tutte le vite, insieme alle tasse da pagare, ovvio.

Oggi come oggi HBO vuol dire principalmente Giocotrono e derivati come Westworld che sfruttano la politica “Mettici due culi!”, ma il canale americano si è fatto le ossa con serie veramente per adulti, di cui sono sempre stato un grande appassionato. Una delle più famose e amate di cui ho sempre sentito parlare, senza mai decidermi a vederla è proprio “Six feet under”, fino al giorno in cui mi sono detto, sah! Vediamola sta “1,83 sotto”! Risultato: non è la migliore delle serie HBO, ma sono davvero contento di aver finalmente colmato questa lacuna.

Ormai vedi scacchi e scacchiere ovunque.

Creata da Alan Ball, attuale Showrunner di “True Blood” e “Banshee”, questa serie è stato il primo lavoro di Ball dopo l’Oscar del 1999 vinto per la sceneggiatura di “American Beauty” ed, in effetti, la famiglia Fisher, becchini di professione da un paio di generazioni, ha molto in comune con il Kevin Spacey del film di Sam Mendes.

Gli Americani (e più in generale tutti i popoli anglofoni) hanno un rapporto con la morte molto diverso dal nostro, sono molto più abituati a riflettere sulla Nera Signora, anche a scherzarci sopra, non fate gli scongiuri mentre leggete e pensate ai loro cimiteri invece, sono spesso parchi, in mezzo alla città o al paese, da cui si accede da qualunque lato, che possono essere attraversati come scorciatoia da un punto “A” ad un punto “B”, l’opposto dei nostri che sono nascosti alla vista e circondati da alte mura, certo più pratiche in caso di resurrezione Zombie, ma costruite proprio per nascondere la morte alla visti di noi vivi.

Gli Americani, poi, portano come al solito tutto ad un altro livello, è normale che i becchini impresari funebri facciano casa e bottega, primo piano cucina e sala per le cerimonie, piani superiori, bagno e camere, nel seminterrato laboratorio per l’imbalsamazione e la cura dei corpi, detta in maniera spiccia: finito di lavorare vai a dormire a davvero pochi metri di distanza da qualche cadavere. Se il loro modo d’intendere la morte e approcciarsi ad essa non fosse diverso dal nostro, una cosa così non sarebbe affatto possibile.

Ok sono becchini, ma non sono tanto più strani della mia o della vostra famiglia.

Proprio così vivono i Fisher, nella loro casa portano avanti l’azienda di famiglia, la “Fisher e figli” che, appunto, si occupa di organizzare funerali. Il padre, Nathaniel Fisher Senior è un pilastro della comunità ben visto da tutti (e ci credo visto che lo interpreta Mr.Coolness Richard Jenkins). Non faccio in tempo ad esaltarmi per la presenza di questo grande attore nel cast che il Sig. Fisher senior… Muore! Non è spoiler, è il primo minuto del pilot!

Ma anche se hai dei cadaveri nel seminterrato e un catalogo di bare su ogni tavolino, devi fare i conti con la perdita di una persona cara e i Fisher non sono da meno, la morte del padre è un terremoto emotivo che scuote tutti. La precisissima moglie Ruth (Frances Conroy, quella di AHS sugli scudi!) si riscopre signora di mezza età ben oltre l’orlo di una crisi di nervi.

«Scusami caro, c’è un tipo losco su un sito macabro che parla di me»

Il secondo genito David (Michael C. Hall, passato da questa serie a “Dexter” senza passare dal via) che dal lato materno della famiglia ha ereditato la precisione e l’incapacità di somatizzare, è un maniaco del controllo, fervente cattolico e aspirante Diacono della sua comunità, terrorizzato dall’idea che si scopra che in realtà è omosessuale, quindi deve tenere segreto il suo rapporto con il poliziotto Keith (Mathew St. Patrick).

David, inoltre, da una vita ha il complesso del secondo genito, portare avanti la “Fisher & son” era il suo modo per farsi accettare da un padre che ha sempre preferito il primogenito, quello che porta il suo nome, quel Nate Fisher (Peter Krause) che di fare il becchino impresario funebre non ne ha mai voluto sentir parlare ed è volato a fare la sua vita a Seattle.

«Si dice impresario funebre, vedi di ricordartelo Cassidy o la tua prossima bara non sarà volante»

Completa il quadro la terza genita, Claire Fisher (la rossa Lauren Ambrose) in piena turbolenza adolescenziale e con il tormento di non avere più il tempo per approfondire il rapporto con il padre. Nate (Junior) torna a Los Angeles e in aeroporto fa la piccante conoscenza di Brenda (Rachel Griffiths, quella con il naso buffo de “Le nozze di Muriel”), geniale e molto scoppiata scrittrice, insegnante di Yoga, fate voi.

“Six feet under” ha una struttura molto originale che sottolinea lo spirito con cui va affrontata questa serie, ovvero ogni episodio inizia con una piccola scenetta che si conclude sempre nello stesso modo, ovvero la morte di un personaggio e il suo nome e date (di nascita e morte) che compaiono sullo schermo. Il soggetto in questione diventerà un nuovo lavoro per i Fisher, ma anche l’occasione per trattare qualche tema, perché la “Fisher & son”, non tratta i funerali come mero commercio, ma come qualcosa di più intimo e personale.

In tutto questo, s’intrecciano cinque stagioni, di tira e molla amorosi, drammi, momenti comici, comparsate di facce note (James Cromwell, Ben Foster, Ed O’Ross e Kathy Bates, solo per dirne qualcuno). Cinque stagioni di qualità tutto sommato invariata, il che non è poco per una serie tv, giusto forse un po’ forzato il rapporto tra Nate Fisher e il personaggio interpretato da Lili Taylor, ma sulla lunga distanza anche questo dettaglio trova una sua soluzione (più o meno) logica.

«Appena finisco con voi, giuro che vado a fare il serial killer a Miami»

Il cast è davvero azzeccato, non solo sono tutti attori talentuosi, ma per una volta sono anche stati selezionati in modo da risultare davvero credibili come componenti della stessa famiglia, Michael C. Hall e Lauren Ambrose che sono sul rossiccio andante, sono credibili come figli di Frances Conroy e, allo stesso modo, Richard Jenkins potrebbe davvero essere il padre di Peter Krause.

Presi singolarmente sono tutti davvero molto bravi, in una serie di questa durata, è fisiologico che qualche attore o qualche personaggio spicchi, mentre “Six feet under” può contare su un gruppo davvero talentuoso e su una staffetta tra le trame e sotto trame di tutti i personaggi.

Una delle spettacolari pubblicità farlocche che costellano la serie.

Il David di Michael C. Hall forse risulta il più colorito, perché mi pare chiaro che sia il personaggio in cui Alan Ball (omosessuale dichiarato e sostenitore del movimento LGBT+) ci ha messo qualcosa di autobiografico, ma allo steso modo si sta in pena per Nate, o ci si gode il riso amaro delle crisi d’isteria di Ruth, un personaggio che con i suoi quarti di luna, nelle mani di un’attrice di minor talento, sarebbe risultato una macchietta, invece Frances Conroy ha saputo davvero renderlo reale e sfaccettato, tanto di cappello.

Episodi preferiti? Probabilmente il 4×05, puntata anomala nell’andazzo in cui David passa il peggior giorno della sua vita, così non vi rovino nemmeno la visione, ma vi assicuro che v’incollerà allo schermo. Se devo esprimere qualche dubbio, il finale, non che sia un brutto finale, anzi mi è sembrato proprio il tipo di fine che una storia come questa meritava, non ho apprezzato molto la messa in scena, l’idea d’invecchiare tutto il cast crea un effetto a tratti involontariamente comico e che secondo me distrae dal vero finale, quello sì azzeccato della serie. Anche se non cambierei niente, ancora me la rido di gusto pensando ad alcuni di quegli invecchiamenti, quello di Keith in particolare è diventato un culto!

Siete più belli della famiglia Addams.

La verità è che una serie che parla di una famiglia di becc… Impresari funebri, deve parlare inevitabilmente della morte, in un modo che per la nostra cultura può sembrare irriverente (…disse quello che aveva un blog dal nome cimiteriale), ma non si può parlare di morte senza parlare della vita, che poi è il vero tema di “Six feet under”. Quindi tranquilli, i cimiteri sono solo cimiteri, le bare solo bare e rilassatevi, tanto nessuno di noi uscirà mai vivo dalla propria vita, tanto vale godersi la corsa.

I know I was born and I know that I’ll die. The in between is mine, I am mine.

Sepolto in precedenza giovedì 27 aprile 2017

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