
Per un film pieno di maschietti arrabbiati, ci voleva un punto di vista femminile, quindi oggi toccherà alla nostra Rebel Rebel portarci indietro nel tempo per festeggiare i primi trent’anni di “Sleepers”, mi raccomando, non dormite!

Trent’anni fa arrivava sul grande schermo Sleepers per parlarci di vendetta, di vergogna e di uomini (intesi come maschi); pellicola tratta dall’omonimo romanzo autobiografico dell’italo-americano Lorenzo Carcaterra, sarà dal medesimo anche co-prodotta e co-sceneggiata. In fondo si trattava della sua di storia.
Carcaterra, figlio di immigrati italiani originari di Ischia, nel libro del 1995 racconta del trauma subito da lui e dai suoi amici durante la prima adolescenza quando furono internati in un riformatorio di New York. L’esperienza che narra è atroce e cambierà per sempre le loro vite. Egli ha sempre rivendicato l’autenticità della vicenda, tuttavia in seguito all’uscita del film ed al clamore suscitato, sia il dipartimento carceri minorili degli Stati Uniti, sia la procura di New York, hanno sempre smentito la veridicità dei fatti non avendo riscontro documentale a quanto narrato nel romanzo. La diatriba se si tratti di realtà o di finzione non si è ancora risolta ma si è preferito non menzionare più “tratto da una storia vera”.

Diretto dallo statunitense Barry Levinson, premio Oscar nel 1989 per Rain Man, regista di classici degli anni ‘80 e ‘90 quali Il migliore (1984), Good Morning Vietnam (1987) Rivelazioni (1994), Sleepers vanta un cast praticamente irripetibile, tutto al maschile e a tal proposito, mi è venuto da pensare, rivendendolo a distanza di molti anni, che gli uomini lasciati a loro stessi prevedibilmente si cacciano in guai grossi e forse se le donne avessero avuto un ruolo maggiore le cose sarebbero potute andare meglio, perfino nella trasposizione cinematografica. Nonostante la sovrabbondanza di testosterone (o grazie anche a questo, punti di vista!), il film costato 44 milioni di dollari, ne incasserà la bellezza di 165, attestandosi come un classico del suo decennio. Un film duro e cupo sulla perdita, la più crudele, dell’innocenza in capo a quattro ragazzini del quartiere più malfamato di New York, Hell’s Kitchen, East side di Manhattan, a metà degli anni 60. Storia di amicizia, di inaudita violenza e al contempo tipico legal thriller con la seconda parte del film scandita dal susseguirsi delle udienze in tribunale, il percorso ad ostacoli che servirà lo scopo della vendetta ordita dai dormienti. Chi sono gli Sleepers? Nello slang americano il termine indica i ragazzi dei riformatori i quali in seguito all’istituzionalizzazione hanno altissime probabilità di diventare delinquenti fatti e finiti nonostante sia più che facile che al loro ingresso fossero niente altro che ragazzini di strada che tra una bravata e l’altra servivano messa come chierichetti.

In una Hell’s Kitchen degna delle ricostruzioni maniacali di Scorsese (la fotografia è firmata non a caso da Michael Ballhaus – vedi Quei bravi ragazzi) quattro amici adolescenti: Lorenzo, soprannominato Shakes (Joseph Perrinoche per il ruolo sarà candidato a più riconoscimenti come Miglior Giovane Attore) Michael, John e Tommy sono i figli del quartiere Newyorkese più malfamato dell’epoca, terra di immigrati da ogni dove che si arrabattano per sopravvivere e si assoggettano ai codici della malavita locale non completamente privi di principi etici. Tempi lontani un po’ mitizzati ma ai quali crediamo. Siamo nel 1966, le famiglie dei ragazzetti non assomigliano a quelle del Mulino Bianco, chi le ha viste mai per altro. Tra violenza domestica a scapito di mamme sottomesse ed invisibili e criminalità strutturale, i ragazzi vivono l’alba della loro adolescenza con la spensieratezza dell’età che tutto prescinde. Il quartiere, seppur ad alto tasso di illegalità, offre loro la propria rete di protezione alternativa. Non è lo Stato a garantire una crescita serena (anzi lo Stato si paleserà solo come entità colpevole e traditrice) ma altre agenzie educative, si insomma all’incirca. In cima alla lista troviamo Padre Bobby (Robert De Niro) un prete con un passato da delinquente che, come una madre amorevole, tiene d’occhio costantemente i quattro, cercando di trattenerli lontano dai guai e approfittando perfino delle partitelle al campo di basket per predicare loro la giusta via. L’altra figura di riferimento, autorevole anche per rimediare qualche lavoretto sporco ma ben pagato è l’anziano, nonché icona di signorilità, boss locale King Benny, interpretato dal nostro mai abbastanza compianto, enorme, Vittorio Gassman, qui in una delle sue ultime apparizioni. Nell’estate del 1967 una bravata come un’altra causerà il ferimento accidentale di un passeggero della metropolitana conducendo i ragazzini dritti dritti al riformatorio maschile Wilkinson, nello Stato di New York per scontare una condanna di un anno, un anno e mezzo ciascuno. I sorveglianti designati alla supervisione del loro braccio però si riveleranno da subito un manipolo di sadici dediti ad abusi di ogni sorta sui giovanissimi reclusi come se fossero i regnanti di una terra di nessuno. A capo della spregevole compagine c’è il secondino Nokes: Kevin Bacon nel ruolo più disturbante che abbia mai impersonato e a tutt’oggi nonostante nutra per l’attore molta simpatia, ogni volta che lo vedo mi balena sempre nella mente, per un breve istante, la cattiveria di quello sguardo azzurro senza umanità o pietà alcuna.

Passano gli anni, siamo nel 1981. I quattro sono divenuti adulti ma la ferita che portano dentro non è mai guarita e le loro vite sono state inevitabilmente deviate da quanto accaduto. Due di loro, John (Ron Eldard) e Tommy (Billy Crudup), oramai criminali di professione, s’imbattono fortuitamente nel loro aguzzino d’infanzia Nokes, seduto ad un tavolo di un locale di Hell Kitchen. La reazione è immediata (forse un po’ troppo a dispetto di un fatto rimosso per anni) e i due lo freddano sul posto. È da questo punto in poi che s’innesca l’ingranaggio della vendetta che coinvolge non solo gli altri due sopravvissuti all’istituto ma l’intero quartiere. Michael (Brad Pitt) è divenuto sostituto procuratore e ordisce una trama per vendicarli tutti come se avesse passato tutta la vita in attesa di questa occasione. Lo stesso vale per Shakes (Jason Patric) che da giornalista di un quotidiano locale ha seguito costantemente le vite dei sorveglianti attendendo anch’egli un’opportunità. Ma in verità è tutto il quartiere di Hell’s Kitchen che come un organismo vivente si stringe intorno ai quattro ex ragazzini abusati per aiutarli con ogni mezzo, lecito e meno, a portare a termine il loro riscatto. In aiuto chiameranno anche un avvocato alcolizzato e con “un leggero problema di droga” Danny Snyder, un Dustin Hoffman come sempre perfettamente a suo agio. Padre Bobby e King Benny, ognuno con i propri strumenti e codici etici a cui attingere, muoveranno le loro mosse senza dimenticare l’ultimo tra gli ultimi, Rizzo, il ragazzino nero morto in riformatorio e non esattamente per polmonite come comunicato ai familiari. Per convincerlo a giocare duro nella partita tra sorveglianti e detenuti e prendersi per un breve momento un’illusione di controllo e dignità, i nostri piccoli protagonisti gli avevano detto “i sorveglianti ti lasciano stare perché per loro sei solo un animale”. Da ragazzino di colore la sorte peggiore toccherà a lui.

La chiave di questo poderoso film è il tema della vendetta. Siamo al cospetto di un revenge movie e lo capiamo subito quando ad inizio film viene rappresentata ai ragazzini la storia di King Benny che deve la sua fama di boss e la sua autorevolezza proprio alla vendetta che mise in atto a distanza di tempo, il mitico piatto freddo che svolta il destino di un uomo e lo rende per certi occhi un duro, un eroe. La parola d’ordine per comunicare clandestinamente, scelta da Michael e Shakes nell’ordire il loro inganno, è Edmund e come non associarlo ad Edmond Dantès, il protagonista de Il conte di Montecristo, autore della più celebre vendetta della storia della letteratura, libro giustappunto donato in riformatorio da un professore per bene allo Shakes ragazzino.
Non è infatti l’aula di giustizia il luogo in cui riparare ai torti subiti, non è la giustizia dell’istituzione che i personaggi del film cercano, quella data dai tribunali non sarebbe sufficiente, non è la loro strada e bisogna scagionare John e Tommy dall’accusa di omicidio. Il processo è una farsa completa, manipolato fin dalla prima udienza, scegliendo palesemente la lama della vendetta piuttosto del concetto di giustizia. Cosa che trovo logica calando la vicenda nel contesto di un quartiere di malavita per il quale lo Stato non solo non si è mai visto ma nel momento in cui si manifesta riesce solo a distruggere la vita dei suoi cittadini più giovani ed indifesi. Il tema dell’istituzionalizzazione dei minori ci brucia nel vedere questo film, nonostante siano passati trent’anni e si svolga negli USA, e fa male perché anche qui da noi oggi, nella nostra Italietta bella e sfortunata, sentiamo troppo spesso storie di ragazzi reclusi senza capacità da parte dell’istituzione di attuare una qualche forma di recupero ma anzi in grado a volte di sortire esiti tragici e senza ritorno per le vite di questi che, in fin dei conti, sono sempre e solo ragazzi, di certo non i più fortunati. Quest’attualità del film ce la saremmo volentieri risparmiata.

La vendetta e la vergogna sono sentimenti che si attraggono. In Sleepers assistiamo all’incapacità reale da parte delle vittime di affrontare apertamente la crudeltà subita come se in qualche modo avessero la colpa di non averla saputa evitare; sentimento che per i piccoli maschi è ancor più radicato che per le femmine e che porta spesso ad azioni sotterranee perché nessuno vuole attirare la luce del sole su taluni fatti. “Non dovremmo parlarne neanche tra noi” si dicono i quattro amici in vista dell’uscita dal riformatorio.
Malgrado il film, per alcuni appunti che ho menzionato, non sia un capolavoro, è capace di rimanere dentro e scioccare lo spettatore con la messa in scena della violenza più terribile e con la sincerità di concludere che la vendetta e la vergogna non sono la soluzione per qualcosa che non si aggiusta. Due dei protagonisti moriranno prima di aver compiuto trent’anni come piccoli delinquenti destinati a poca vita e poca felicità. La ferita inferta va aldilà di ogni giustizia umana, di ogni vendetta realizzata. Inoltre, ultima ma non ultima considerazione, il valore stellare degli attori del cast dona un pregio assoluto con una credibilità e profondità dei personaggi che è difficile non riconoscere o dimenticare. Lo sguardo triste, pieno di rabbia e paura di un giovane ma già bravissimo Brad Pitt, la caratterizzazione perfetta che Vittorio Gassman sa dare del suo boss di quartiere, che nonostante sia un personaggio secondario, risulta così interessante da far desiderare allo spettatore di sapere di più della sua vita, e infine come non rendere sempre grazie di esistere a De Niro. La sua espressione, durante la confessione di Shakes di quanto subito dai ragazzi, con gli occhi bui che esprimono una disperazione che è come un buco nero e la bocca distorta dal disgusto e dall’impotenza, vale tutto il cachet. Un film da vedere e da ricordare.
Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, la vedrete tornare presto su questa Bara ma se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!


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