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Slevin – Patto criminale (2006): vent’anni di mossa Kansas City

Ah, “Slevin – Patto criminale”, vent’anni e non sentirli per un film che zitto zitto il suo dovere lo ha fatto, io ho deciso di festeggiare il suo compleanno in occasione del compleanno di uno degli eroi della Bara, Bruce Willis che oggi compie gli anni.

Bruce, con grugno da bulldog, nella posa degli eroi della Bara.

Ricordo che andai a vederlo in sala spinto dalla sola presenza di Bruno, non di certo per quella di Josh Hartnett, che al tempo, era un po’ come il prezzemolo, lo si trovava in tutti i film, ma proprio tutti!

Film americani del 2006, un riassunto per immagini.

A conquistarmi di “Lucky Number Slevin”, in uno strambo Paese a forma di scarpa traslato in un improbabile titolo fin troppo rivelatorio, essenzialmente l’inizio, con Bruce nella sala d’attesa di un aeroporto a spiegare quella che è uscita da qui per diventare un’espressione abbastanza di culto, la famigerata mossa Kansas City da allora però, non ho mai più avuto l’esigenza di rivederlo.

L’ho fatto in occasione di questo – doppio – compleanno, devo dire che me lo ricordavo molto più brioso, tutta la parte iniziale ambientata nel 1979, con lo scommettitore e il cavallo dopato la ricordavo, ma non come il muro di serietà che ti colpisce subito, pronti via. Anche perché il protagonista Slevin Kelevra, fatto a forma di Josh Hartnett in asciugamano e naso rotto per una serie di equivoci, entra nella storia piuttosto avanti, e a dirla tutta ad attirare di più la mia attenzione ai tempi, fu la vicina di casa Lindsey, malgrado Lucy Liu fosse dieci anni più vecchia di Hartnett, qui sembrava comunque sua coetanea.

Potrebbe essere zia Lucy, invece sembrano coetanei.

Tra la visione numero uno e la visione numero due di questo film, ho avuto modo di scoprire la filmografia del suo regista, Paul McGuigan, che si era fatto notare con “The Acid House” (1998) e “Gangster nº 1” (2000), prima di perdersi poi definitivamente. Con “Slevin – Patto criminale” firmava il suo titolo americano ma con tocco alla Guy Ritchie, giusto per restare in patria, anche se devo dirvelo, ho ritrovato un titolo molto meno brioso di quello che ricordassi vent’anni fa.

Lo so, difficile da credere, ma anche Morgan Freeman ha recitato un ruolo da cattivone.

Anche se il film si gioca nomi e facce giuste, come ad esempio di due Boss, un tempo soci in affari, da una parte Morgan Freeman e dall’altra Ben Kingsley, che vivono in due palazzi affacciati l’uno davanti all’altro e si odiano da una vita. Una faida in cui l’incolpevole Slevin Kelevra si ritrova invischiato, per un debito accumulato dall’uomo con cui è stato scambiato, che dovrà ritrovarsi a fare il doppio se non il triplo gioco, il tutto con il detective Stanley Tucci (in uno dei rari ruoli etero della sua carriera) a stargli con il fiato sul collo.

Windows 2006.

Ovviamente su tutto e tutti aleggia il nostro, il personaggio di Bruce Willis, ufficialmente è il killer espertissimo, il consulente chiamato di volta in volta a risolvere o anticipare le mosse altrui, che in questa grande mossa Kansas City ha un ruolo ben più importante. E qui, mie care Bariste non miei cari Baristi, bisogna fermarsi e riflettere: chi altro può indossare i panni di qualcuno che sa esattamente quando sparare o farsi un thè senza che nessuno osi fiatare? Bruce, naturalmente!

La parte che funzionava e continua a funzionare di “Slevin” incredibilmente, è proprio Josh Hartnett, qui straordinariamente vispo come poche altre volte abbiamo visto nella sua carriera, dove di solito era indistinguibile dal porta abiti sullo sfondo dietro di lui. Sarà anche che i dialoghi sono abbastanza brillanti, la porzione di storia con Lucy Liu è quella che funziona meglio, vedere come i due personaggi si innamorano, citando elementi della saga dei film di James Bond meno noti e lontani dalle solite banalità sulla spia più famosa del cinema, è comunque molto efficace, considerando che proprio la vicina di casa Lindsey, sulla lunga distanza resta l’elemento più debole della storia, specialmente in vista di beh, la mossa Kansas City.

«Per favore, non disturbate il mio amico, è stanco mo… Ah no, quella era una battuta di Arnold»

Sì perché alla fine “Lucky Number Slevin” è uno di quei film che fa sempre presa sul pubblico, uno di quelli con il colpo di scena finale, non il primo con Twist finale a cui pensi quando ripassi mentalmente la filmografia di Bruno, diciamo il secondo via. Funziona perché ad un certo punto realizzi che McGuigan ha messo tutti noi in fila come birilli da bowling e tu sei lì, con le mani in tasca, ridendo perché sei il birillo in questione. Ogni personaggio ha la sua vendetta, la sua trappola e, se sei fortunato, il loro momento di gloria dura esattamente quanto un battito di ciglia, dopodiché ti schianti contro la prossima mossa Kansas City.

Per altro, non ho mai capito perché abbiano chiamato Danny Aiello per una parte di dodici secondi, ma credo che fosse un modo per far felice Bruno, portandogli sul set anche il suo vecchio amico del cuore.

«Per leggere questo posto ci vorrà quanto? 5 minuti e 32 secondi… Swinging on a Star

Negli ultimi vent’anni, “Lucky Number Slevin” ha perso di brio, lo ricordavo ben più leggero e meno musone, ma ha guadagnato, se non proprio l’aurea del film di culto, almeno una buona nomea da titoli con la sua cerchia di appassionati, perché è uno di quei titoli che ti fa guardare la mano destra, mentre con la sinistra ti frega ma poi ti accompagna verso un finale, che è uno spiegone a tutti gli effetti, ma che comunque piace perché illustra come in precedenza, tutti i pezzi sulla scacchiera della trama si sono mossi diligentemente, insomma ci tenevo ad aggiungere un altro pezzo alla galleria di Bruce, uno dei più grandi eroe di questa Bara.

Bruce nella doppia posa degli eroi della Bara!

Qui sotto trovate il resto del Blogtour dedicato al giorno del compleanno di Bruce, passate a trovare i miei compari: Vengono fuori dalle fottute pareti affronta l’esercito della 12 scimmie, mentre Il Zinefilo ci porta in viaggio con Bruce!

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