Dopo tutti questi anni di volo a dorso di Bara dovreste
averlo intuito quanto io gradisca scrivere dei miei registi preferiti, però
devo essere onesto, ci sono una piccola manciata di nomi di cui io, scriverei
sempre, ma proprio sempre, anche tutti i giorni, perché sono quelli per cui
provo pura ed autentica gioia nel farlo, uno di questo è lui, Maestro della
risata, artista dello spavento, mattatore, sornione, eroe, amico mio: John
David Landis. Perché il nome per esteso suona sempre molto solenne.
Cretaceo superiore (la fine degli anni ’50), il piccolo John
vede per la prima volta un film del Maestro Harryhausen,
si tratta di “Il 7º viaggio di Sinbad”, ne resta folgorato ed entusiasta,
draghi, ciclopi, in estasi totale chiede alla madre: «Chi lo fa? Chi realizza i
film?»
Per dare una risposta a quella domanda, Landis cresce sicuro
che la sua strada sarà il cinema, lascia gli studi a sedici anni, anche se in
patria il meglio che è riuscito a trovare è stato un lavoro come portalettere e
fattorino alla 20th Century Fox (storia vera).
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| Per sopravvivere ad un film con le SIMMIE, devi diventare una SIMMIA (John uno di noi!) |
Bisogna cambiare aria, andare a cercare il cinema altrove, l’Europa
in quel periodo è il posto giusto. Poco tempo dopo Landis parte, zaino in
spalla, cuore lanciato oltre l’ostacolo, tra Italia e Spagna il nostro fa di
tutto sui set degli spaghetti Western, vi serve un cascatore? Uno stuntman?
Eccomi, mai fatto prima in vita mia ma eccomi. È così che sul set di Il buono, il brutto, il cattivo conosce
tutti, da Leone a Eastwood, fino all’ultimo degli attrezzisti, basta dire che Landis era uno dei pistoleri del “Mucchio selvaggio” in Il mio nome è nessuno. Giovane, con la battuta pronta, un entusiasmo
che fa provincia e un sorriso da Stregatto, rimbalza come una pallina da
flipper ovunque ci sia un set, su uno che guarda caso prevede delle scimmie,
riceve lezioni di vita dal Maestro John Huston, ma è in Spagna, sul set di “I guerrieri” (1970) che ritrova
Eastwood e si guadagna la stima di Donald Sutherland, anche perché il nostro
John fa letteralmente di tutto, lo sceneggiatore, il “coach actor”, l’assistenza
di produzione, impara a fare il cinema facendolo, oltre ad incappare in quella
storiella che vi ho già raccontato,
che anni dopo trasformò in un film, in linea di massima piuttosto riuscito, su
un certo lupo in trasferta a Londra.
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| Come si arriva a vincere sette Oscar? Assecondando le idee folli del tuo amico scimmiologo pazzo. |
Negli Stati Uniti ci torna poco più che ventenne, ha accumulato tanta esperienza e circa sessantamila fogli verdi con sopra facce di ex
presidenti defunti, frutto del suo duro lavoro in Europa e di un contributo da
parte dei genitori, perché Landis ha capito che a questo punto, se vuol fare un
film, deve farselo da solo, meglio avere un curriculum dove risulta che sei
anche regista no? Poco importa se il film è minuscolo e autoprodotto. Ma che film puoi fare
con sessantamila dollari? Facilissimo, un omaggio proprio a Ray Harryhausen, a
Jack Arnold e a tutti gli altri fantastici creatori di mostri che lo hanno
convinto a lanciarsi in questo sogno matto di farlo per davvero il cinema. Un
B-Movie che amorevolmente sfotta e omaggia in parti uguali i “Monster movies”
con cui è cresciuto e che ha più volte decantato in carriera, come lo fa? Con estrema coerenza, visto che da Scimmiologo DOC, il suo primo film doveva per forza avere dentro una
scimmia, oltre a tutte le ossessioni e i temi che diventeranno una costante nel
cinema del regista di Chicago.
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| L’anello mancante tra l’uomo e Bluto Blutarsky. |
Dopo aver provato a contattare tutti gli attori che in
passato si fossero infilati dentro una tuta da gorilla davanti ad una macchina
da presa, Landis giunse alla conclusione più lampante: volevano tutti troppi
soldi, denaro che lui non aveva. Facile, la faccio io la parte della scimmia,
anzi conosco uno che potrebbe giusto realizzarmi un bel costume. Quel qualcuno
era un altro giovanotto di nome Rick Baker, che il costume dello Schlockantropus,
accorciato in Schlock (da noi semplificato in “Slok”, quando il film uscì, ma
solo nel 1983 quindi doppio compleanno oggi!) venne cucito e assemblato dal
futuro “Monster maker” e pluri vincitore di Oscar nella sua camerette,
utilizzando il forno di mammà per cuocere gli stampi in gommapiuma (storia
vera).
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| La locandina italiana, che punta tutto su due cose (entrambe grandi fisse di Landis) |
“Slok” è goliardico, citazionista, ha uno scimmione come
protagonista e una ragazza prosperosa al centro della trama (le due massime
fissazioni di Landis), ma soprattutto è un giocoso B-Movie che in maniera del
tutto coerente porta in scena già tutti gli elementi cari al regista, anche se
potrebbe essere uno shock culturale se lo conoscete solo per The Blues Brothers, perché lo stesso Landis lo ha sempre definito con fin troppa auto critica un film terribile
(storia vera). Una roba che può piacere solo a Scimmiologi DOC e infatti ho il
DVD nella mia collezione (storia ve… vabbè avete capito).
“Schlock” inizia subito a cannone, con una sorta di finto
trailer, dove l’esordio al cinema dell’anello mancante, viene paragonato a
capolavori immortali come “Via col vento” (1939), “Nascita di una nazione”
(1915), “Love Story” (1979) o ancora meglio “See you next Wednesday”, il finto
film che viene citato in tutti i lavori di Landis, a partire proprio da questo
suo esordio. Di fatto una gag ricorrente che nel 1973 nessuno poteva capire, ma
che Landis aveva già impostato, perché lo sapeva fin dalla tenera età di anni
otto che il suo destino, sarebbe stato quello di dare una risposta alla domanda
rivolta alla madre: «Io, io realizzo i film!»
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| “Ci vediamo mercoledì prossimo” e qualche altro film di minor valore. |
Carrellata lunghissima, su una serie di morti ammazzati
lasciati a terra, lunga oltre lo stremo, lunga tanto da risultare comica quando
il capo della polizia afferma: «Quando
scoprirò chi è il responsabile di tutto questo, saranno davvero cavoli miei».
Il responsabile è stato ribattezzato killer mangia banane, per via delle bucche
lasciate sui luoghi dei delitti, il massacro del Klabosmy Park è subito l’occasione
per quel mattacchione di Landis per sfottere l’autorità, i poliziotti sono dei
tonti e la televisione, viene sbeffeggiata visto che il giornalista accorso sul
posto dice freddure come «Dal vivo tra i morti di Klabosmy Park», esagera sul
numero di morti (sparando cifre assurde tipo 4239, numeri destinati a salire ad ogni
nuovo servizio) e lancia concorsi con in palio un premio per chi indovinerà il
numero di parti di cadaveri ritrovate e contenuti nel saccone misterioso.
Insomma Landis nemmeno ventenne, ha già cominciato a sfottere lo stile di vita
americano, se Repubblicano ancora meglio.
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| Un programma tv che ti mette la scimmia (e non è tanto per dire) |
“Slok” è il frutto del lavoro di un regista in divenire, i
momenti ”Slapstick” non mancano, anche se molti fanno un po’ cadere le
braccia da tanto risultano naif (il capo della polizia che si brucia la faccia
per accendersi la sigaretta, vabbè), però è un film che sprizza gioia da ogni
fotogramma, almeno quanto Landis spruzzava sudore da tutti i pori strizzato
dentro il costume creato da Rick Baker. I momenti genuinamente idioti non
mancano, come il professore che spiega le origini dell’anello mancante, lo Schlockantropus,
caduto in un fiume e rimasto congelato, mentre sfoggia il suo buffo copricapo e
dice a tutti che preferisce farsi chiamare Clara. Roba stupidissima che mi
fa sempre ridere come lo scemo che sono.
Per qualche oscura ragione, o semplicemente per il fatto che
Landis sa come conquistare tutti, il celebre conduttore Johnny Carson invitò il
giovane regista al suo popolare Tonight Show, per mostrare alcune sequenze del
suo folle film che a lui era piaciuto, forse perché anche Carson condivide lo
stesso mio umorismo per l’assurdo (e le SIMMIE), sta di fatto che senza ancora
una distribuzione, il film attirò l’attenzione di David Zucker (si proprio LUI!), che prima aiutò Landis a far
uscire il suo film in sala e poi lo arruolò, in via definitiva per il suo “The
Kentucky Fried Movie”, da noi più noto come “Ridere per ridere” del 1977.
Quindi possiamo dirlo senza paura di essere smentiti, il cinema di John Landis
discende dalle scimmie!
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| Soul Man Monkey |
Il “prezzo” per arrivare nelle sale americane, imposto dal
produttore Jack H. Harris, anche lui davanti alla televisione quella sera a
guardare il Tonight Show era tutto sommato un buon accordo per Landis: nel suo
film avrebbe potuto utilizzare immagini di repertorio prese da “Fluido mortale”
(1958) e “Dinosaurus” (1960, su cui Landis sovrappone l’azzeccato monologo di
uno dei personaggi) a patto di aggiungere qualche minuto al film. Nessun
problema! Landis si è infilato al volo dentro la sua tuta da SIMMIA e ha girato
la scena dello Schlockantropus che entra in un cinema per la prima volta (e come tutti, si spaventa), ma anche la sequenza
in cui lo scimmione distrugge l’auto di un guidatore scortese, tutta roba che
Landis ha girato in un solo giorno, giusto per ribadire la sua esigenza di
farlo per davvero il cinema, diventando un vero regista.
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| La magia del cinema unisce tutti, donne, uomini e scimmie. |
In “Slok” ci sono momenti idioti riuscitissimi come la
popputa ragazza non vedente, che scambia il gorilla per un cagnolino
(ribattezzandolo Willy, anche qui, i doppi sensi si sprecano) giocando a
lanciargli ripetutamente il bastone, mentre lo Slok fa facce sempre più
scazzate, tutte le volte che non prova a toccarle le tette. Vi ho già parlato
delle due principali ossessioni di Landis vero? Ok, allora parliamo delle altre.
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| «Siamo sicuri che la vostra specie sia davvero così evoluta?» |
Può mancare il blues nel cinema del regista di Chicago? Mai nella
vita, qui lo Slok si lancia in una suonata a due mani (e quattro zampe) al
piano, che è un’ode al potere salvifico del genere preferito da Landis, ma non
mancano nemmeno citazioni cinematografiche esplicite, da “La bella e la bestia”
fino a King Kong, il cui finale viene replicato identico da Landis, malgrado la
povertà dei mezzi, in quella che è una dichiarazione d’intenti, si vede tutto
il suo amore per la settima arte, per le scimmie e per il cinema in grado di sorprenderti
e di lasciarti con la mascella svitata sul pavimento, quello dei mostri grossi.
Non è un caso se la scena madre di “Schlock” sia un
adorabile presa per i fondelli ad uno di quei titoli che hanno reso il cinema
davvero grande: quando lo scimmione vede il logo di una nota marca produttrice
di banane, raccoglie un osso da terra e sulle note con cui anche il Re, Elvis
Presley, apriva i suoi concerti, ovvero quella di Così parlò Zarathustra, direttamente
dalla colonna sonora di “2001 odissea nello spazio” (1968), lo Slok si lancia
nella sua parodia della celebre sequenza iniziale del film, sono sicuro che
anche Kubrick avrà sorriso davanti a tanto manifesto amore per il cinema del
miglior tipo.
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| Così parlò Zarathustra Landisustra (Paa-Paaaa-PAM PAM!!) |
In maniera del tutto coerente per un film che inizia con un
finto trailer, “Slok” termina allo stesso modo, con un prossimamente che aiuta
a stemperare il finale (o come li chiamano i nostri cugini
yankee, un coming soon) che annuncia l’imminente “Il figlio di Slok”, alla moda dei seguiti di King Kong.
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| Ora che ci penso, suona anche un po’ come un insulto (il che con Landis di mezzo potrebbe anche esserlo) |
Anche se bisogna essere onesti, Landis non ha mai diretto “Son
of Schlock” ma in qualche modo lo Schlockantropus ha figliato lo stesso, perché
è stato proprio sul set di “Slok” che, quello che io immagino essere stato un
sudatissimo John Landis, ha rivelato al suo amico capellone Rick, di avere due
grandi sogni per il suo futuro: un film tratto da “Un americano alla corte di
re Artù” di Mark Twain (ancora oggi penso che sarebbe il Magnum opus
Landissiano) e un altro, un film sui lupi mannari. Stai pronto Rick perché un
giorno avrò bisogno di te, chissà che magari, non vincerai anche il tuo primo Oscar. Quindi se il figliolo Max vi sembra un po’ pazzerello (ma non altrettanto geniale), ricordatevi che papà alla sua età andava in giro conciato da gorillone preistorico.
Cosa ci insegna tutto questo? L’importanza delle tette e
delle scimmie nella storia del cinema? Sicuramente, ma anche l’unicità di quel
pazzoide, con la commedia sulla punta delle dita e il cinema horror nel cuore
che è il Maestro John Landis, entusiasta, sognatore, grande studente della
settima arte, mattatore ma soprattutto amico mio. Fate gli auguri di (doppio)
compleanno al primo dei tanti scimmioni della sua filmografia.
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| «Cass non puoi proprio stare senza di me, ed ora fammi uscire da questo costume, si crepa di caldo qui dentro!» |
P.S. Finché non lo faranno sparire, lo trovate per intero QUI. Spero di non far incazzare nessuno,
al massimo mi ritroverete a pezzi tra le bucce di banana. Sarebbe una grande
morte!














