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Soldado (2018): spara uomo spara

So che un sacco di persone che, come me, vivono in questo
strambo Paese a forma di scarpa sono molto felici di poter esaltare le gesta
di qualche nostro connazionale che riesce a raggiungere un buon risultato
fuori dagli scarpiformidi confini, diamine! A volte senza nemmeno dover
lasciare il Paese, questo spiega perché la stampa cinematografica italiana
descriva ogni film italiano come se fosse il secondo avvento o giù di lì.

Personalmente non sono uno di quelli che si esalta per il
buon nome del tricolore sventolato nel mondo, non credo ci sia cosa come il
patriottismo per raffreddarmi, diciamo che preferisco il cinema e che Stefano
Sollima fosse bravo già lo sapevo, ma mi fa piacere che ora non ci siano più
scuse, perché magari non avete visto “ACAB – All Cops Are Bastards” (2012) o vi
siete persi Suburra (il film, non la
serie tv che, invece, faceva schifo), però ora avete la possibilità di godervi “Soldado”.

Da noi è uscito con il titolo breve, in originale, invece, è “Sicario:
Day of the Soldado” che mette in chiaro il suo essere il seguito di quella
bombetta di “Sicario” (2015) di Denis Villeneuve che causa casini
vari non sono mai riuscito a commentare, peccato.
Ora, fatemi utilizzare un’iperbole, tanto considerando la
nazionalità del regista, ne leggerete tante, però io almeno ve lo dico quando
esagero volutamente: “Soldado” di Sollima sta a “Sicario” di Villeneuve come Alien sta ad Aliens – Scontro finale. Ve l’ho detto che avrei esagerato, ma
posso anche argomentare.

“Stai dicendo che dovremmo intitolarlo Sicarios – Scontro finale?”.

Villeneuve partiva da un soggetto perfetto per il cinema di
genere per raccontarci la lotta al narcotraffico passava attraverso lo
sviluppo dei personaggi, trovando in un’intensissima Emily Blunt il punto
chiave della sua idea di cinema, il tutto con un paio di scene da aggrapparsi
ai braccioli della poltrona (quella dei SUV, ad esempio) e la fotografia di Roger
Deakins che trasformava ogni fotogramma del film in arte. Insomma: un autore che
sfrutta il genere come trampolino per puntare più in alto. Il fatto che poi Villeneuve
abbia davvero rimesso mano all’estetica di Ridley Scott, mi fa d’istinto pensare che i due giochino nella stessa
squadra.

Stefano Sollima, invece, non è James Cameron, non nello stile
registico, però dal Canadese il figlio del grande Sergio ha preso in prestito l’idea
(ottima) di non fossilizzarsi sul tono del film precedente e di espandere l’orizzonte
della storia abbracciando in pieno l’elemento di genere alla base del soggetto.
Se “Sicario” era un film che aveva tutto per incantarti anche se ti ritrovavi a
pensare: “Sto ancora guardando un film dove si sparano, vero?” con “Soldado” non hai mai dubbi, in questo senso Sollima gioca decisamente in squadra
con Cameron.
La sceneggiatura è nuovamente di Taylor Sheridan, uno che si
è fatto le ossa con tante serie tv (tra cui “Sons of Anarchy”) e che
ultimamente è caldo come una stufa, grazie a Hell or High Water e I segreti di Wind River nessuno meglio di lui ha dimostrato che il western è
un genere che sta benissimo e funziona anche con storie ambientate in un
contesto contemporaneo, se ci mettiamo dentro anche “Sicario” e “Soldado” per me
il ragazzo ha fatto poker!

“Meglio portare un altro anti proiettile, potrebbe tornare utile”.

Stefano Sollima interpreta al meglio la sceneggiatura di Sheridan
che, per altro, è perfettamente in linea con i (brutti) tempi moderni. “Sicario:
Day of the Soldado” parte subito forte, al confine tra Stati Uniti di Trumplandia
e il Messico controllato dai cartelli dei Narcotrafficanti, il modo più
redditizio di fare soldi è il traffico di clandestini pronti a rischiare tutto pur di poter sperare in una vita migliore dall’altra parte. Tutto
questo non ci viene detto, ma mostrato, tra elicotteri e visori notturni, per
poi arrivare ad un supermercato di Kansas City dove a Sollima basta una
carrellata per portarci in prima persona nel dramma di un attentato
dinamitardo, una scena di ampio respiro che riesce, però, ad attirare l’attenzione
su una madre e la sua bambina. Io, ora, non vorrei scomodare la scena della madre
in metropolitana di “Il ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller
(cambiando completamente genere), però a livello di calci in bocca stiamo da
quelle parti.

I tempi sono davvero quello che sono, un attentato su suolo
americano giustifica il pugno di ferro, perché “andiamo, i clandestini devono
essere tutti terroristi per forza, no?” (dettaglio che rischia di rendere questo
film il preferito di Matteo Salvini, se la sua capacità di attenzione non
andasse oltre il limite dei caratteri di Twitter) e che Taylor Sheridan
sfrutta in maniera molto astuta, perché appena pensi che lui stia usando la
destra per cacciarti giù per la gola una trama reazionaria, poi, invece, con una
mossa (è il caso di dirlo “Kansas City”) ti prende a sberle con la mano
sinistra.
«È ora di finiamola!» non sono le esatte parole del
segretario alla difesa James Ridley (Matthew Modine che ormai si è specializzato in brevi
parti da incravattato cattivone), ma
il succo del suo discorso sì, ci vuole qualcuno che utilizzi il pugno di ferro
contro questi bastardi, qualcuno che faccia il lavoro sporco e applichi ai narcotrafficanti un po’ delle tecniche imparare dall’esercito americano in una
delle ventordici guerre che hanno iniziato (e mai finito) in giro per il mondo,
chi può portare un po’ di Afghanistan laggiù in Messico meglio di Matt Graver (Josh
Brolin roccioso come al solito)?

“Molto panekeku! Molto panekeku!!” (Cit.)

Per avere qualcuno dalla sua che sa davvero come si gioca
sporco, Graver va alla ricerca di Alejandro Gillick (Benicio del Toro, se
volete fargli un applauso se lo merita) ed è così che questo seguito si
riunisce idealmente al film precedente, attraverso questi due personaggi.

Il piano è semplice: rapire la figlia di uno dei capi di un
cartello, la giovane Isabela Reyes (vi ricordate di Isabela Moner, la ragazzina
aggiusta rottami di Transformers – L’ultimo cavaliere? Ecco, sempre lei che evidentemente interpreta solo
personaggi con il suo nome, visto che nel film di Bay si chiamava allo stesso
modo), per seminare zizzania, il caro vecchio “Dividi et impera” con cui gli
antichi Romani hanno conquistato mezzo globo, ma a parità di intenti, gli Americani non sanno applicarla, infatti il piano andrà in merda molto presto.
La squadra di Matt Graver con il supporto di Gillick parte
subito forte, il primo omicidio fatto passare per la rivendicazione di un
cartello rivale, mette in chiaro la natura Western del film, con Benicio
che spara a raffica con il dito sul grilletto come se fosse il bandito di uno Spaghetti
Western.

È tornato Benicio… hai chiuso un’altra volta! 

Ma il bello del film è il modo in cui Sollima riesce a portare
i muscoli (e ammettiamolo, anche gli “Huevos” come direbbero in Messico) a
questo seguito, in maniera perfettamente armonica con una trama che vede gli
Yankee fare la voce grossa, mettendo in pratica un approccio che arriva dal finto
segretario alla difesa Matthew Modine, ma che potrebbe arrivare dal (purtroppo vero) attuale
inquilino della Casa Bianca, quindi vedete che se James Cameron aleggiava su
questo post un motivo c’era? Sì, perché gli Yankee cattivi che partono e pensano
di poter far fuori il narcotraffico in ciabatte (e non è un modo di dire, visto
che Josh Brolin in Africa tortura un tizio con le Crocs ai piedi) al grido di
«Siete potenti? Siete fetenti?» finiscono pochi minuti dopo a citare idealmente
il soldato Hudson dicendo: «Lei forse non è al corrente dei recenti
avvenimenti, ma siamo stati presi a calci nelle palle!».

“…Pero nos patearon las bolas!” (spero di non aver insultato nessuno in spagnolo).

Sì, perché la critica nemmeno troppo velata di Taylor
Sheridan è gettata nel mucchio, ma non in faccia allo spettatore, finché hai il
consenso popolare e non fai vaccate che vadano in tv, puoi fare ogni genere di
porcheria in nome della sicurezza nazionale, ma se per caso sporchi il foglio,
ognuno per sè e Dio per tutti ed è proprio qui che Sollima non solo è
bravissimo a gestire la parti militari del film e a cavalcare la critica
sociale senza che questa prenda il sopravvento sulla trama (l’esperienza in Gomorra – La serie e “Romanzo criminale
– La serie” qui torna utilissima), ma quando il secondo tempo del film si concentra
sui personaggi, Sollima tiene ben salde le briglie del suo film, anche quando Sheridan
sporca un pochino il foglio, concentrandosi su dinamiche già viste, ma ben
realizzate come il rapporto tra rapitore e rapito, un difetto comunque
veramente da poco bisogna dirlo.

In tutto questo, Sollima tiene bello tirato il ritmo, a mio
avviso meglio di Denis Villeneuve, anche perché gli intenti dei due registi
sono diversi e anche grazie alle apocalittiche e cazzutissime musiche di Hildur
Guðnadóttir (che sostituisse molto bene il connazionale Jóhann Jóhannsson, purtroppo da poco scomparso) regalandoci un
seguito che segue la scia del suo predecessore, ma dimostrando un carisma
notevole.
In questo senso, gli attori fanno davvero il loro dovere, Josh
Brolin ultimamente è garanzia di qualità e cazzutaggine, dopo il suo Cable e Thanos, ora lo voglio vedere in tutti i film, Brolin non solo ha
presenza scenica, ma la capacità di sapersi scegliere i ruoli, talento che non
va sottovalutato.

Ancora in parte, non si è nemmeno tolto i sacchi e i sacchetti di Cable.

Una menzione speciale la merita Isabela Moner, se l’entrata
in scena di un personaggio aiuta a caratterizzarlo, quella della ragazzina spacca,
intenta ad avere la meglio in una rissa a scuola si mangia lo schermo al primo
sguardo. Questa entrata in scena non serve solo a dare spessore al personaggio,
ma anche a farci capire che anche una tosta così può essere in difficoltà (come
vediamo nel corso della trama) quando gli eventi diventano più grandi di
lei. Insomma, per rendere credibili personaggi così giovani senza che risultino
dei clichè, ci vuole una buona sceneggiatura (e quella l’abbiamo!) e un’attrice
come si deve, se continua così Isabela Moner è pronta a monopolizzare tutti i
ruoli da “Latina” tosta per il prossimo decennio, una specie di Jessica Alba
con il ringhio da Michelle Rodriguez, brutto?

Jessica Rodriguez, no volevo dire Michelle Alba, oh insomma avete capito!

Ma quello che si mangia lo schermo è Benicio del Toro, uno
che, a differenza di Brolin, pare accettare tutti i ruoli ed in alcuni di questi
riesce a spiccare dimostrando di NON avere voglia di recitare (ogni riferimento
a fatti, cose, persone e Star Wars Episodio VIII è puramente voluto), quindi figuriamoci quando ha voglia di
recitare! Il suo Alejandro è un pistolero dolente, la scena con il sordomuto ci
racconta tutto il trauma del personaggio e serve a spiegarci il suo rapporto
con la “Gioventù” nel film, trovo che l’attore con la sua aria vissuta e
stropicciata, riesca a dare anche ai suoi personaggi un vissuto tragico, oltre
a mangiarsi lo schermo, insomma bene, anzi, Benicio! Scusate, non ho saputo
resistere.

“Dopo questa battutaccia, posso fare fuori Cassidy?” , “Stavo per chiederti di farlo”.

“Soldado” riesce a riprendersi la natura da film di genere
che il primo capitolo utilizzava solo come spunto iniziale, il tutto senza
sacrificare la qualità, la regola aurea dei seguiti dice che ogni secondo
capitolo deve essere uguale al primo, ma di più, Sollima lo ha capito ed ha
firmato un film che è più tosto, muscolare e cazzuto. Bravo Stefano, lo sapevo
che eri bravo, ma è bello avere ragione, ancora meglio vedere bei seguiti come
questo.

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