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Soldato d’Orange (1977): come si dice partigiani in olandese?

L’Olanda è stato uno dei primi Paesi a prendere una posizione forte contro il Nazismo, secondo voi, il più celebre regista olandese poteva non dire la sua sull’argomento? Assolutamente no. Il risultato è il film di oggi protagonista della rubrica… Sollevare un Paul Verhoeven!

Se Kitty Tippel (…quelle notti passate sulla strada) è stato un ottimo successo di pubblico, ma anche il film più costoso della storia del cinema olandese, per il suo titolo successivo Paul Verhoeven pensa bene di replicare lo schema, infatti il suo nuovo lavoro “Soldato d’Orange” ritocca la classifica e si piazza dritto in prima posizione. Cose che capitano quando fai un film in costume ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, girato quasi interamente nei luoghi dove gli aventi sono realmente accaduti e per le esplosioni sul set, chiedi il sostegno invece che al classico attrezzista, alla marina militare olandese (storia vera), tanto che una delle esplosioni anche se controllate, ha quasi decapitato di netto Rutger Hauer che si è visto sfiorato da una placca di ferro volante.

“Soldaat van Oranje” (mi sto facendo una cultura di Olandese con questa rubrica) è stato un enorme successo, nella sua versione integrale di 125 minuti, è stato trasmesso anche dalla televisione olandese come mini serie in quattro parti, motivo per cui spesso lo trovate etichettato come film per la tv. In realtà, la versione più facile da reperire del film è quella della durata di 114 minuti, frutto dell’ennesima sessione di capocciate tra il regista Paul Verhoeven e il produttore Rob Houwer nell’eterno ruolo di Red e Toby nemiciamici.

Houwer ha voluto eliminare una grossa fetta di girato relativo alla parte in cui i protagonisti si trasferiscono a Londra, a causa dell’imbarazzante accento degli attori, scelta che Verhoeven ha confermato essere molto intelligente, ma solo dopo parecchi anni, prima non ne voleva proprio sapere.

Eravamo alcuni amici al bar (che volevano sconfiggere il nazismo)

Liberamente tratto dal romanzo autobiografico “Soldaat van Oranje ’40-’45” del pilota e spia Erik Hazelhoff Roelfzema, il film di Verhoeven si concentra sulla nascita della resistenza olandese contro i Nazisti, tutta dal punto di vista dei quattro amici Erik (il solito ottimo Rutger Hauer al terzo film con Verhoeven e il tassametro corre), Guus (Jeroen Krabbé), Nico ed Alex, interpretato da Derek de Lint che doveva essere il protagonista, se non fosse che Rutger fece un provino molto migliore di lui (storia vera).

Anche se l’ambientazione bellica è predominante, anche in questo film non mancano le caratteristiche principali del cinema del regista olandese, sempre molto interessato a raccontare storie di personaggi le cui vite vengono travolte da una forza travolgente che ne sconvolge le esistenze, se in Fiore di Carne la rivoluzione era rappresentata dall’arrivo di Olga, qui lo sconvolgimento è molto meno carino di Monique van de Ven, visto che si tratta del Nazismo.

Per i quattro amici la scelta di unirsi alla Resistenza sembra quasi obbligata, o per lo meno, viene fatta con estrema naturalezza, Guus così come l’attore che lo interpreta Jeroen Krabbè (destinato anche lui a diventare un volto ricorrente nei film di Verhoeven) è di origine ebraiche, mentre Alex, figlio di una madre tedesca, vive la sua posizione in modo contrastante. Su questi personaggi il regista costruisce una storia di intrighi, spionaggio e tradimenti da cui svettano proprio i due amici Erik e Guss.

Erik e Guss condividono la passione per i motori (Ci rivediamo qui sotto)…

Facciamo la loro conoscenza quando nel 1938 ancora sono due matricole impegnate a sopportare i crudeli riti di iniziazione per entrare a far parte dell’élite scolastica, i rituali sanno di sopraffazione dei forti sui deboli e anticipano l’andazzo in cui lentamente vedremo scivolare i personaggi e il loro Paese, ma è chiaro fin da subito che questi due hanno un piglio tutto loro, specialmente Erik, che si fa spaccare il cranio da una zuppiera, ma non perde la faccia da schiaffi, io ve lo dico: se vi capiterà di vedere il film mettete in preventivo che anche voi come Rutger Hauer vi ritroverete a canticchiare “Io son matricola essere immondo da schiacciar…”, non per una vera presa di posizione politica, ma solo perché cacchio è un ritornello troppo orecchiabile!

Come dare tutta una nuova dimensione al concetto di mangiare gli spaghetti in testa a qualcuno.

I due protagonisti Erik e Guus non hanno molto dei vostri classici eroi dei film di guerra, sembra quasi che vadano in guerra più per spirito d’avventura che per vero patriottismo, anzi diciamo proprio che di patriottismo in questo film ne abbiamo ben poco, anche se Erik, finisce al “Servizio segreto di sua Maestà” come un James Bond qualunque, per la precisione la Regina Guglielmina (interpretata da Andrea Domburg) che proprio grazie a questi partigiani riesce a fare ritorno in Olanda dopo l’esilio dovuto all’occupazione tedesca. Ora, io non so moltissimo della cultura olandese, ma trovo significativo che in una manciata di film di Paul Verhoeven, tutti ravvicinati tra di loro, la regina compaia quasi sempre, all’inaugurazione della statua in suo onore in Fiore di Carne, qui, ma anche brevemente nel successivo “Spetters” (1980), i film americani ci hanno insegnato che qualunque yankee può contattare il Presidente in qualunque momento, ma abbiamo sottovalutato la disponibilità della regina olandese!

Per tornare a bomba sui due protagonisti, bisogna dire che si lanciano in questa impresa senza mai perdere la classe e lo stile della classe sociale adagiata di cui fanno parte, sono entrambi estremamente combattivi, ma il loro tempo lo passano al tennis club (teatro di un raid nazista proprio per catturarli) e nel tempo libero condividono le attenzioni della stessa donna, Esther (Belinda Meuldijk), perché comunque sempre di un film di Verhoeven si tratta, quindi il sesso non può mancare, anche se meno esplicito rispetto ad altri suoi titoli.

… Ma non è l’unica cosa che condividono!

Erik e Guus hanno un rapporto al limite del Broomance, durante il film hanno entrambi frequentazioni femminili del tipo “Mambo degli orsi” (quello più divertente), ma le loro pulsioni, quelle che guidano sempre i personaggi di Verhoeven li spingono in una costante sfida uno nei confronti dell’altro, gestita, ovviamente, dal regista olandese alla sua maniera. Il costante scontro e le tensioni tra i personaggi maschili del film, sono ben riassunte nella scena del ballo tra Rutger e il cattivone nazista, una scena che per altro mi ha fatto pizzicare il senso di cinefilo, perché vedere due protagonisti dello stesso sesso ballare tra di loro mi ricordava qualcosa, non mi ha stupito troppo scoprire che Paul Verhoeven in questa scena ha voluto dare la sua interpretazione del ballo tra Stefania Sandrelli e Dominique Sanda del film “Il conformista” (1970) di Bernardo Bertolucci.

«Baciami stupido!» , «No guarda, se fossi più donna e meno nazi magari, ma così proprio no»

Rispetto alla lunghezza del film, la trama si segue molto bene, ma vuoi forse per i vari cambi di fronte e di location, il ritmo specialmente nella parte centrale risulta un po’ ondivago, problema da poco perché la regia e la messa in scena generale è comunque molto valida, più che un film bellico in senso classico si tratta di una storia di spie che regala un ottimo spaccato dell’Olanda occupata dai Nazisti, inoltre gli attori sono sempre ottimi, Rutger Hauer è la solita calamita di carisma e Jeroen Krabbé funziona altrettanto bene come suo perfetto contro altare.

Ma è proprio nel mostrarci l’occupazione nazista in Olanda che “Soldato d’Orange” e Paul Verhoeven danno il loro meglio, ancora una volta il regista olandese spoglia le contraddizioni della società mettendole in bella mostra, un modo di mettere alla berlina l’ipocrisia che è caratteristico di tutta la filmografia di Paolo.

«Vendo Croce di ferro, la vuoi capo?» , «Oh basta! Ho detto mollami!»

Siccome quando distribuivano il carattere, Verhoeven era il primo della fila, per farlo sceglie di parlarci proprio della pagina più delicata della storia del suo Paese, sì, perché l’Olanda è giustamente ricordata come uno dei primi Paesi che si è ribellato con più forza all’occupazione nazista, ma la sua storia è costellata anche di tragiche pagine di collaborazionismo, basti pensare alla famigerata Colonna Henneicke, i “Cacciatori di Ebrei” che prendevano il nome dal loro capo Wim Henneicke (precedente occupazione? Beccare tutti i taxi senza licenza) che ha contribuito a consegnare novemila Ebrei ai campi di concentramento, si vede tanto che mi piacciono i documentari sulla Seconda Guerra Mondiale?

Ma l’Olanda è anche il paese che per primo si è ribellato all’occupazione nazista, proprio di queste due anime della sua nazione Verhoeven lavora, senza offrire mai una distinzione manichea tra “Olandesi buoni” e “Nazisti cattivi”, esattamente come ci mostrava il sesso tra innamorati in maniera credibile e realistica in Fiore di carne, qui Verhoeven non è interessato ad una rappresentazione didascalica della realtà, ma preferisce scavare nell’animo umano portando a galla il torbido.

I liberatori della patria (Gulp!)

Quindi, non mancano scene in cui gli Olandesi in festa lanciano fiori ai Nazisti in parata, festeggiati come i liberatori dal Comunismo, idealmente qui Verhoeven ci mostra il prima, perché il dopo, con gli stessi Olandesi con la bava alla bocca nel mettere alla berlina i collaborazionisti, lo vedremo in un altro suo film “Black Book” (2006) che, ovviamente, farà parte di questa rubrica dedicata al buon Paolo. Inoltre, spero che non vi sfugga l’ironia, davvero degna di un film dello stesso Verhoeven, vi rendete conto che il nostro si è beccato della accuse di incitazione al Nazismo per il suo “Starship troopers” (1997)? Questo qui? Che incita il Nazismo? Ma non scherziamo dai!

Proprio questa rappresentazione dei suoi connazionali dettata non dai netti bianchi e neri cinematografici, ma a dei ben più realistici (e volutamente critici) toni di grigio spiega forse come mai il film abbia avuto maggiore successo fuori dai Paesi Bassi, agli Americani, ad esempio, è piaciuto un sacco, tanto che venne nominato come miglior film straniero ai Golden Globes del 1980.

«Nazisti… Io la odio questa gente» (Cit.)

Dal canto mio, posso dire di essermelo davvero goduto, in questa mia riscoperta dei film della prima parte della carriera di Paul Verhoeven, “Soldato d’Orange” è un titolo che non mi ha affatto deluso, anche se non mi ha esaltato come accaduto a Steven Spielberg quando lo vide la prima volta. Al regista de Lo Squalo piacque così tanto che volle incontrare a tutti i costi Verhoeven, di fatto “Soldato d’Orange” è il film che ha dato il via alla fase americana della carriera del regista, pensate che Spielberg cercò di convincere il suo amico George Lucas ad affidare all’olandese la regia di Il ritorno dello Jedi (storia vera).

Come mai ora viviamo in un mondo in cui Paul Verhoeven NON ha diretto gli Ewoks? Beh, è successa una cosetta chiamata “Spetters”, ma questa è un’altra storia, di cui parleremo tra sette giorni.

Sepolto in precedenza venerdì 6 ottobre 2017

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