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Sopravvissuto – The Martian (2015): Porta le chiappe (via da) Marte

Passiamo il
tempo a dire che i film alla fine sono sempre tutti uguali, poi quando ne esce
uno che è davvero diverso succede che il pubblico si
divide, tra chi urla al miracolo (pochi) e chi si unisce all’eco tipico della
sala cinematografica, quello che fa: “…’Azzata… ‘zzata…”.

Eppure la
diversità di “The Martian” (il titolo italico non mi piace, ma Evit ha spiegato tutto meglio di me) è manifesta e va
ricercata nel bel libro di Andy Weir da cui è tratto. La trama ormai la sapete tutti
e, come dico spesso, quando un soggetto anche io (che sono privo del dono della
sintesi) posso riassumerlo in poche parole, il più delle volte è sempre un
bene: l’astronauta Mark Watney viene creduto morto dai suoi compagni e
abbandonato su Marte, dovrà sopravvivere tre anni, in attesa della prossima
missione della Nasa sul pianeta rosso.
Il romanzo di
Weir è molto tecnico, al limite del problem solving, l’autore non ci ha
risparmiato tutti i passaggi con cui il protagonista ripara l’Hub, rimette in moto
il rover, o ripristina una linea quasi diretta di comunicazione con la Terra.
Eppure, è un romanzo dalla coerenza interna eccezionale, che si è guadagnato
l’approvazione della NASA per l’aderenza con il realismo. La suspence è tutta
legata alla riuscita del procedimento chimico corretto, l’elemento action è il frutto della
ripetitività delle azioni, dalla meticolosità con cui vengono eseguite,
qualcosa che in mano ad uno scrittore meno ispirato risulterebbe appassionante
come un manuale d’istruzioni, ma che per fortuna ti tiene incollato alle
pagine.
Leggendolo, ho
pensato che malgrado l’immobilità della storia, fosse tutto materiale da
cinema, ma che per rendere al meglio una storia del genere, ci volesse un
regista survivalista, con la sensibilità del documentarista, esagero? E’ roba
che potrebbe andare bene per Herzog se decidesse di buttarsi sulla hard Sci-fi.
Quando ho letto che il film sarebbe stato diretto da Ridley Scott, nella mia
testa ha iniziato a roteare una costellazione di pensieri…


“Guardate! Finalmente nella testa di Cassidy si muove qualcosa!”.

Ridley, non
devo spiegarvi io perché quest’uomo sta nell’empireo cinematografico e non
devo nemmeno spiegarvi perché quest’uomo, prima o poi è stato associato ad uno
(o più) film che vi hanno deluso, ne prenderò ad esempio solo uno, il titolo a
cui state pensando tutti… Prometheus.

Metto nero su
bianco la mia posizione rispetto a quel film, che poi riassume quasi tutti gli
ultimi lavori dello Scott: una regia della stramadonna, applicata ad una
sceneggiatura che fa ridere. La cosa si è ripetuta svariate volte da diventare una brutta abitudine, e tutti a dire che R
idley
Scott è vecchio e rincoglionito, si fa raggirare da personaggi loschi (tipo Damon
“cioccolatino” Lindelof) che gli dà quelle sigarette ripiene di droga che ti
fanno diventare pazzo. Grossomodo da “Hannibal” in poi riguardo a Ridley
Scott ho sempre cantato la stessa canzone: è un tecnico eccezionale, che il più
delle volte lavora su script così così, “Prometheus” è stato il punto più alto
della sua tecnica registica (recente) prestata alla più bassa forma di MACCOSA
messi in fila su una “Scemeggiatura”.
Ho temuto che
per “The Martian” sarebbe stata la stessa cosa, ma per fortuna, questa volta a
domare le spigolosità del romanzo ci ha pensato Drew Goddard, uno che si è
fatto le ossa alla scuola di Joss Whedon e che qui ha firmato la migliore
sceneggiatura possibile per questa storia.


“Oh buono a sapersi! Allora mi siedo comodo e mi guardo il film…”.
Ma la
responsabilità della buona riuscita va divisa tra GODdard e Ridley, perché a
mio avviso scegliere di adattare un romanzo piuttosto che un altro fa parte del
fiuto di un regista. Tranne una piccola concessione alla spettacolarità nel
finale, Scott riporta fedelmente il romanzo di Andy Weir, uno dei registi più
riconoscibili del mondo (basta un fotogramma di qualunque suo film per puntare
il dito e gridare RIDLEY!) fa un passo indietro e lascia che sia la storia a
seguire il suo flusso. Trovo assurdo il coro di “Interstellar era più
figo”, il film di Nolan era una buffonata diretta alla grande, che trasuda
momenti Hollywoodiani (e momenti MACCOSA), ma per assurdo, ho sentito pochi
riconoscere la diversità di “The Martian” etichettato come “Americanata”.


Marte al cinema non è mai stato così bello.
La diversità
di questo film inizia proprio con il suo protagonista: un Soldato Ryan (già astronauta proprio in “Interstellar”) che sarà pure da salvare, ma nel
frattempo si salva da solo in attesa della cavalleria. In questo senso la
scelta di Matt Damon è la più coerente possibile, il resto lo fa la sua faccia
da “All American boy” 50% scemone, 50% bravo ragazzo che fa di lui il perfetto
Mark Watney.
Mark è dotato
di un senso dell’umorismo che è americano al 100%, in certi passaggi ricorda
Brian dei Griffin per il modo sardonico in cui affronta le situazioni, se non
avesse il primo piano e il nome in locandina, potrebbe essere uno di quei
tecnici che nei film di fantascienza di solito restano sullo sfondo (e spesso sfoggiano
occhiali che fanno subito Nerd), uno che se non fosse stato dimenticato su
Marte e quindi elevato a protagonista suo malgrado, probabilmente avrebbe
ricoperto il ruolo di tappezzeria della storia. Un pacioccone che non porta
rancore ai suoi colleghi e semplicemente gli risponde “Vabbè dai, sembravo
piuttosto morto alla fine avete fatto bene a ripartire” e non si perde d’animo.


“Ciao, mi chiamo Matt, ho 45 anni e da grande vorrei fare l’astronauta”.

Il primo tempo
di “The Martian” procede alla grande proprio perché il fuoco è tutto sul
protagonista, un botanico coglionato dai colleghi come “scienziato minore”, che
di fatto nella brutta situazione in cui si ritrova, tira fuori la calma
sicurezza di un MacGyver, che è del tutto differente dalla sicurezza del vostro
classico eroe di Hollywood. Mark ha dei momenti di megalomania, come quando si
vanta di aver colonizzato Marte (“alla faccia tua Neil Armstrong”) o quando gli
suona bene l’idea di essere ricordato come “L’uomo più veloce dello spazio”, ma
non lo fa mai con vera voglia di passare alla storia, sembra più una conseguenza
del suo umorismo, un autocelebrarsi per non pensare alle tante cose negative
che potrebbero ucciderlo sul pianeta Rosso. Mark non ha il coraggio dell’eroe
che affronta qualcosa di impossibile, ha la sicurezza di chi sa di stare
affrontando qualcosa che è alla sua portata, che richiederà la sua completa
concentrazione e metodicità, ma sa anche di avere tutte le conoscenze giuste
per poter sopravvivere.

Non è
l’eroismo spettacolare dei montage di Rocky che si prepara ad affrontare un
avversario più forte di lui, è la sicurezza che potreste avere voi o io sul
posto di lavoro, quando ci viene chiesto di affrontare una mole di lavoro
superiore: ci si affida al metodo, ai propri mezzi, consapevoli che con la
giusta costanza usciremo da questo gran casino… “The Martian” è la celebrazione
del metodo e non c’è nulla di più noioso e rassicurante della routine, ma è nello stesso tempo uno spostamento dell’azione (anche cinematografica) dai muscoli al
cervello. Qui troviamo tutta la diversità di questo film rispetto a tutti gli
altri che potrete trovare in circolazione.


“Ora farò qualcosa di incredibilmente spettacolare…. Starò seduto a pensare come risolvere questo problema”.
Nella mia
testa leggendo il romanzo, avrei voluto vedere un film con un solo protagonista
per tutta la durata della pellicola, sarebbe stato grandioso, ma mi rendo conto
che non tutti amano come me le storie survivaliste con mono protagonista. Il
secondo tempo è quello che amplia il numero di personaggi in scena, il
fuoco si sposta sui componenti della NASA sulla Terra e sull’equipaggio della
Ares durante il loro volo di ritorno a casa, questo è il motivo principale per
cui secondo me, il secondo tempo del film è un po’ meno appassionante del
primo.
Perché insieme
a tutti questi nuovi personaggi, arriva una boccata di buonismo generalizzata,
lo ammetto, per un complottista come me, uno che crede che gli Americani lo
sbarco sulla Luna del 1969 lo abbiano girato in uno studio di Hollywood, mi è
un po’ mancato il cinismo, è colpa mia, ma sono cresciuto con “Capricorn one”,
per me davanti ad un casino come “La NASA abbandona un uomo su Marte”
seguirebbe l’insabbiamento, ma di nuovo la diversità di questo film torna di
moda. Perché “The Martian” è avvolto in un’aurea di positivismo (che è diverso
da buonismo badate bene), è tutto un “Yes, we can” in cui We/Noi è la parte
fondamentale, nessuno si tira indietro quando è il momento di rischiare la
pelle, la faccia e la carriera per riportare Mark a casa (non era lo stesso in
“Salvate il Soldato Ryan”?), nessuno pone il problema che sia troppo rischioso
o troppo costoso ed è qui che il film rischia di inciampare nei cori di
“…’Azzata”, oppure ancora “Americanata”.


Americanata! …. Fuck Yeah! (Kate Mara per fare questa foto è l’unica della prima fila che è rimasta in piedi).
Non potrò mai
criticare qualcuno che decide di mostrarmi un’astronave in viaggio nello
spazio, utilizzando come sottofondo “Starman” di David Bowie, ogni volta che
ascolto il Duca bianco mi sciolgo, quindi va benissimo così, anche l’idea di
usare pezzi di disco music a mio avviso funziona ed è perfettamente in linea
con l’umorismo del protagonista. Gli Abba per movimentare una scena di
smantellamento che di suo sarebbe stata lunga e noiosa, oppure ancora meglio
“Hot Stuff” mentre Mark trasporta sul Rover della roba veramente caliente (un
nucleo carico di isotopi radioattivi).
Devo dire che
nel secondo tempo, dei passaggi che cedono alla spettacolarità Hollywoodiana ci
sono, ma non sono né l’esplosione controllata organizzata dal Comandante Lewis
e nemmeno la manovra “Iron Man” nel finale (frutto di un piano tutto matto, ma
scientificamente impeccabile). A basket, quando qualcuno si butta per terra
enfatizzando un contatto per farsi fischiare un fallo a favore (quello che in
altri sport più vicini all’italica sensibilità è una cosa normale), viene spesso
ammonito dagli altri giocatori in campo con il grido di “Hollywood!”.
Ecco, in “The
Martian” ci sono dei momenti in cui mi è venuto istintivo gridare “Hollywood!”:
il personaggio dell’esperto di dinamica (ovviamente un Nerd) che spiega al capo
della NASA il suo piano utilizzando le persone nella stanza e una pinzatrice.
Oppure Kapoor che prende una foto di Marte incorniciata staccandola dalla
parete, per disegnarci sopra una traiettoria con righello e pennarello… Non
avete la topografia del pianeta rosso sul vostro computer? (“Hollywood!”).
Concessioni che il film fa a quella maledetta ossessione di perdersi il
pubblico, di dover spiegare (in questo caso mostrando in maniera esagerata)
passaggi chiave del film, che per un film con tale livello di coerenza interna
e scientifica e una tale celebrazione del metodo nel primo tempo, è una
sbavatura, da poco lo so, ma stai sicuro che il pubblico che dà
dell’Americanata a “The Martian” userà proprio queste scene come esempio.


Diciamolo tutto insieme….. HOLLYWOOD!
Piccola
parentesi sul cast, come dico sempre, non amo molto i film che accumulano tanti
nomi in cartellone, qui gli attori scelti sono tutti azzeccati, da Sean Bean
(che stranamente resta vivo per tutto il tempo della pellicola) a Jeff Daniels,
passando per il sempre molto intenso Chiwetel Ejiofor. Quello che mi chiedo è: hai davvero bisogno di Mackenzie Davis nella parte del tecnico generico, o di
Kate Mara (con le stesse cuffie per la musica che usava in Fantastic Four)? Ma
ad Hollywood hanno terminato i caratteristi? E concludo con un appello: per
quanto Jessica Chastain, sia l’ennesima riuscita donna tosta dei film di Ridley
Scott, se hai lei nel cast… Le costruisci tutto il film intorno, ma tranquilli,
tra un po’ torna Guillermo Del Toro a rendere giustizia piena alla rossa
(olè!).


“Vendica il mio minutaggio Guillermo… Vendicami!”.
La cosa che “The
Martian” ha rispetto a tutti gli altri film, è il fatto di essere fatto
con i soldi e gli attori di Hollywood, ma che riesce quasi totalmente a
schivare i classici momenti “lacrimoni” che non mancano mai in questo genere di
film, è pieno di scene girate alla grande (le parti a gravità zero sono
magnifiche, Ridley Scott porta a scuola ancora tutti, c’è poco da fare) e
non abbiamo mai visto Marte così bene come in questo film. Sono contento che
Scott abbia finalmente trovato lo script giusto, magari dopodomani applicherà
il suo enorme talento ad un’altra sceneggiatura da poco (e allora
ricominceranno i cori “è vecchio, bollito e non becca più una pista”), ma per
ora questo me lo sono goduto, non credo che lo rivedrò a breve, ma comunque ho apprezzato la sua unicità, è il cugino strambo della famiglia,
quello che scherza quando dovrebbe disperarsi…
Sarà che sono
un tipo che tende all’ossessività compulsiva, ma personalmente la scena che
riassume tutto il film è quella che mi ha emozionato di più, nessuna
anticipazione per chi non l’avesse visto, tranquilli:
Mark ha appena
subito una perdita grossa e senza perdersi d’animo fa l’inventario delle
patate che ha ancora a disposizione, in sottofondo il rumore ossessionante di
un telo tirato, fissato con il nastro americano (perché con il nastro americano
si può riparare TUTTO!) che sventola. La protezione dall’essere risucchiato
fuori a morire su Marte, è uno sfarfallante telo trasparente di pochi
millimetri, Mark si ferma ad ascoltare il rumore per qualche secondo, se fosse
un film differente avrebbe una crisi isterica da attore che punta all’Oscar,
qui invece no, sotto a fare la conta delle patate, rivaluta la nuova condizione, ricalcola,
ridefinisci le nuove priorità… La celebrazione del metodo come unica arma
contro il caos.


“Sono Capitan Barbabionda e sono un temibile pirata spaziale”.
Se pensate che
questa sia roba nelle vostre corde, sedetevi e godetevi lo spettacolo, offrono
Drew e Ridley.
There’s a starman
waiting in the sky
Hed like to come
and meet us

But he thinks he’d
blow our minds…

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