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Sotto un cielo cremisi di Joe R. Lansdale: Cielo di vaniglia Ispettore Lansdale

Siamo arrivati
al settimo romanzo della coppia più sboccata del mondo Hap e Leonard, la
prima cosa da dire su questo libro è una citazione, l’ennesima della mia vita a
Enzo G. Castellari e la sua famosa teoria sui titoli dei film, ma valida anche
per i titoli dei libri senza alcuna variazione.

Versione italiana del romanzo:

Fanucci editore
mette un tramonto rosso che cala sopra una catapecchia e come titolo, utilizza una
mezza frase presa da un dialogo anonimo (uno dei pochi) della storia: “Sotto un
Cielo Cremisi”.
Reazione del
pubblico: ‘Sti Cazzi!
Versione
originale del romanzo:
In copertina
una biondona con un revolver in ogni mano e il titolo: “Vanilla Ride”.
Reazione del
pubblico: Me Cojoni!
Ecco,
spiegatelo a Luca Conti, che traduce il libro in punta di fioretto, salvo poi
lasciarsi andare anche lui ai dialoghi di Joe R. Lansdale, perché se uno scrive
le parole “culi” e “cazzi”, tu devi tradurle “culi” e “cazzi”… E che cazzo!
Dopo il loro
viaggetto in barca di Capitani oltraggiosi, è la volta di aiutare Gadget, la figlia di Marvin Hanson che
si è impelagata in una storiaccia di droga con alcuni fenomeni (che indossano i
pantaloni di Scooby-Doo).
Hap e Leonard
finiscono con tutte le scarpe in una guerra contro la Dixie Mafia, costretti a
fare il lavoro sporco dell’FBI per aver salva la vita e la fedina penale, ma a
mettere ancora un po’ di mostarda sulla trama, il libro negli ultimi capitoli
fa una bella inversione ad “U” lasciando notevoli segno di penumatici sull’asfalto,
quando introduce il personaggio di Vanilla Ride, killer definitivo del Lansdale-verso!


Copertina e titolo originale, nel confronto con gli americani andiamo sotto con perdite.
Da dove comincio?
Beh, dai dialoghi: Lansdale esagera, ormai scrive storie con
l’automatico e se ci sono autori che tendono a ripetersi, lui è sicuramente
tra questi, ma poco importa, perché poi arriva una scena come quella della sala
degli interrogatori e Big Joe con la sua prosa sa rendere protagonista anche il
muco sulle pareti, o la sporcizia depositata sulla lampadina, tanto che da
lettore, pare quasi di essere lì , anche se per fortuna sei a casina tua
intento a leggere.
Se i dialoghi
sono ottimi, le similitudini non scherzano affatto, ne riporto solo una
che è un culto totale: 
“Tanedrue
perse i sensi più in fretta di un ottantenne asmatico che s’incula una pecora
in un fienile senza un briciolo d’aria”. Che dite basta?
Il romanzo non
raggiunge il livello dei primi libri della serie, tipo Mucho Mojo o Il mambo degli orsi, ma manda a segno una serie di belle scene, Hap e Leonard hanno
raggiunto (per miracolo) l’età della maturità, ma sono perfettamente
consapevoli di essere due teste calde irrecuperabili, sparano e picchiano
allo stesso modo, sanno di non essere i cani più grossi del vicinato, ma restano
comunque molto più duri della media, l’effetto di tale consapevolezza è la
prima scena di assalto frontale agli spacciatori, con cani che volano da
finestre e altre cose succose del genere.
Per non
parlare di quella che è LA SPARATORIA, l’agguato della Dixie Mafia che arriva a
metà libro, in pratica Jon Woo su pagina, dove volano pallottole e parole, una
tirata da togliere il fiato, che ti lascia sfiancato, ma ti ammalia per quanto è
ben scritta.



Sotto un cielo cremisi, no ma dai, ma come si fa andiamo!
E non finisce
qui! Vogliamo parlare de “Il Grosso”? Di solito nei romanzi di Lansdale c’è
sempre un tizio enorme che non vuol mai andare giù, ma qui Big Joe si è
superato, ci vogliono sia Hap che Leonard per mandarlo KO e non bastano
nemmeno loro, perché alla fine interviene anche Tonto… Quando parlano di
mettergli un paletto nel cuore, io l’avrei fatto, sapete, per sicurezza.
Già Tonto, uno
che fa (quasi) sembrare Jim Bob Luke un mollaccione, un Indiano che in realtà è
un Greco. Ovviamente, non manca il capitolo sul suo passato che è un discreto “muro
di testo” che non aggiunge nulla alla trama, ma comunque si lascia leggere.
L’escalation
di cazzimma, si conclude con Vanilla Ride, un Killer vecchia maniera, che uccide
alla vecchia maniera e ama vivere in Arkansas. Considerando che a sua volta fa
sembrare Tonto un “femminiello”, viene voglia di pregare perché Lansdale scriva
dieci romanzi dedicati a questo personaggio e poi diciamocelo: ha un nome
fighissimo! Che alla Fanucci editore piaccia, oppure no.
Insomma, “Vanilla
Ride” (mi rifiuto di utilizzare il titolo italiano) non è tra i migliori della
saga di Hap e Leonard, ma è uno di quelli più bilanciato tra trama e azione
sfrenata, la naturalezza con cui Big Joe fa parlare e muovere i suoi personaggi
è talmente palese che è davvero una gioia gigante ritrovarli, nemmeno quell’italico
titolo moscio può scalfirla.
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