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Southbound (2016): Highway to hell

 


Quanto mi
piacciono i film horror antologici, voi non avete idea, ridendo e scherzando
non me ne perdo uno e per fortuna il genere più sanguinolento di tutti gode di
buona salute tanto che periodicamente un antologico ciccia sempre fuori.

Il bello di un
racconto diviso in capitoli sta proprio nella creatività delle singole parti,
ogni porzione può sorprenderti con un colpo di scena, o una soluzione tutta
matta e dopo pochi minuti, si ricomincia tutto da capo. Dietro a questo “Southbound”
troviamo il collettivo Radio Silence, già responsabile di diversi episodi di un
altro antologico horror, ovvero V/H/S.
La serie V/H/S
al momento è composta da tre capitoli, il cui filo rosso è la tecnica del Found
Footage, che come ripeto spesso, ha francamente un po’ smaronato, ma presa a
piccole dosi sotto forma di cortometraggi, spesso può anche funzionare,
specialmente se chi la utilizza ha un’idea chiara, per quanto mi riguarda, il
Found Footage potrebbe anche essere dichiarato defunto per sempre, perché nessuno
potrà mai fare meglio del segmento “Safe Haven” contenuto in V/H/S 2, che
guarda caso da chi era diretto? Solo da Gareth “The Raid” Evans… Non propriamente
la pizza con i fichi!
Per la nuda
cronaca, esiste anche un terzo capitolo “V/H/S: Viral” che, però, è una mezza
ciofeca, malgrado il segmento con gli skaters e la setta messicana fosse una
divertente cafonata…



Mica male la locandina alternativa, non potevo non utilizzarla.
“Southbound”
per nostra fortuna non è un Found Footage (Fiuuuuu!), il tema che unisce tutti
i corti che lo compongono è riassumibile con: persone in viaggio per le strade
d’America, tutti diretti a Sud, dove si imbatteranno in cose od eventi che
manderanno le loro vite a Sud, molto a Sud…
I Radio
Silence dirigono il primo e l’ultimo segmento, ovvero il prologo e l’epilogo
del film, ovviamente legati tra loro. La produttrice Roxanne Benjamin, alla
sua prima regia si occupa del secondo corto, mentre David Bruckner, già regista
dello stilosissimo (ma prevedibile) “The Signal” e prossimamente al lavoro sul
nuovo capitolo di “Venerdì 13” (non è chiaro se sarà un sequel o un altro reboot)
tira le fila del terzo capitolo. Fanalino di coda, Patrick Horvath, regista di
cui mi piacerebbe davvero dirvi qualcosa, ma non avendo visto nessuno dei suoi
precedenti lavori, non saprei cosa aggiungere, se non che di nome fa
Patrick e di cognome Horvath… E probabilmente almeno una volta nella vita è
stato chiamato “Pat”, ma più in là di così non mi sento di spingermi.
L’idea davvero
brillante di “Southbound” oltre alla collocazione molto “On the road” viene dal
fatto che nel corso del film si passa da un corto all’altro, senza mai uno
stacco netto, il collettivo di registi si è impegnato per dare una continuità
tra le singole storie che ricominciano da dove quella precedente terminava e,
in alcuni casi, ne sono una conseguenza, come per la porzione diretta
da David Bruckner, ad esempio.



Passato una brutta serata vero?
L’unico vero
segnale che sta per cominciare un nuovo corto, arriva da un DJ radiofonico
notturno, che tutti i protagonisti si ritrovano ad ascoltare, se siete
appassionati di Horror, non potrete non riconoscere il mitico Larry Fessenden,
regista di roba fighissima come Wendigo,
The Last Winter e Beneath (tutti e tre consigliatissimi!),
vero è proprio padrino del cinema Horror indipendente, sempre pronto a tenere a
battesimo nuovi talenti, qui lo troviamo impegnato a regalarci la sua versione
del Wolfman Jack di “American Graffiti”.
A questo
aggiungete una colonna sonora strapiena di sintetizzatori urlanti (che fanno
subito Carpenter e non stonano mai) ed il gioco è fatto! Cosa manca? Un veloce
commento (senza anticipiazioni) su tutti i segmenti… And here we… Go!
Si comincia
con i Radio Silence impegnati a mostrarci due compari sporchi di sangue sul
loro pick-up, non sappiamo cosa i due abbiano fatto, sappiamo solo che nel cielo
in lontananza, sono sospese a mezz’aria delle inquietanti figure alate, che con
il passare dei minuti diventano sempre più numerose. I due si fermano alla
classica stazione di servizio in mezzo al deserto, purtroppo la ripartenza sarà
un po’ difficile, perché ogni volta che partono sgommando, finiscono per
ritrovarsi di nuovo al punto di partenza, Stephen King direbbe che l’inferno è
ripetizione…



“Ma che schifo! Ma cos’è quella roba?! No, no, non voglio saperlo!” (Cit.)
Il primo corto
si conclude un po’ frettolosamente e con effetti speciali digitali non
propriamente esaltanti, perde un minimo di quella angoscia palpabile nei primi
minuti, ma questa prima porzione ha il pregio di dettare il tono e forse anche
tutto il senso di “Southbound”, una rappresentazione dell’inferno molto
stilosa dov’è meglio non porsi troppe domande sul perché succedono le cose,
anche perché il film in sè, di spiegazioni ne offre davvero poche…
Il secondo
corto di Roxanne Benjamin, parla di un gruppo di Jazziste anche loro in
viaggio, tre belle ragazze che bucano una gomma del loro Volkswagen nel mezzo
del deserto e dopo vari ripensamenti, accettano un passaggio da una morigerata
coppia di bacchettoni, che potrebbero essere parenti di Ned Flanders, sia per
le buone maniere che per l’ossessione religiosa. Avrete già intuito che le cose
finiranno malissimo…



“Siamo giovani, carine e protagoniste di un horror, cosa può andare storto?”.
Purtroppo, in
questo corto è l’ennesima variazione sul tema di cittadini VS Redneck locale
probabilmente figli di consanguinei, che non aggiunge davvero molto di nuovo al
discorso iniziato con “Un tranquillo Week End di paura” e portato a vanti da un
milione di titoli da “2000 maniacs!” a “Wrong Turn”. Ecco, l’unica novità forse
è il culto della famiglia di samaritani, ma ho promesso nessuna anticipazione
e poi, a ben pensarci, anche quello non è propriamente originalissimo. Ma senza
questa porzione, non avremmo potuto avere la prossima, ovvero il piatto forte
di “Southbound”.
David Bruckner
dirige il segmento migliore, forse anche l’unico davvero in grado di incollarti
allo schermo e farti tifare per i protagonisti, sempre senza rivelare troppo:
un povero Cristo in viaggio in auto, investe una ragazza e con l’aiuto di
alcuni paramedici al telefono, fa tutto quello che può per tentare di salvarla,
mentre lei agonizza con le ossa rotte e grondando sangue. Una corsa contro il
tempo che definire coinvolgente mi sembra piuttosto riduttivo. Malgrado sia il
corto più legato al suo predecessore, mi è sembrato l’unico in grado di portare
in scena una storia (quasi) completa, capace di calamitare l’attenzione dello
spettatore, avete presente quelle storia per cui si fa il tifo parlando ad alta
voce per incoraggiare il protagonista? Ecco, una di quelle, centro perfetto Mr.
Bruckner.



“Non c’è mai George Clooney quando hai bisogno di lui!”.
L’episodio
finale prima dell’epilogo, invece, quello diretto da Patrick “Pat” Horvath sembra
quasi un corpo estraneo, succedono delle cose, un fratello e alla ricerca di
sua sorella finita nella mani di uno strambo culto, la scena del tatuaggio non
è affatto male, peccato che succedano cose a caso, il finale non è comprensibile
nemmeno nell’economia di un film come questo, che spiega davvero poco e, più in
generale, sembra uno sterile esercizio di stile, fatto da uno che da grande
vorrebbe fare il David Lynch, ma che per ora non gli allaccia nemmeno le
scarpe. Inoltre, livello di coinvolgimento è pari a zero, ho passato il tempo a guardare
lo strambo tizio barbuto dicendo: “Ma quello non è uno dei secondini di Orange is the new Black?”. Il che spiega
più di mille parole.
I Radio Silence
concludono ciò che hanno iniziato con un prologo, una famiglia bene americana,
padre figo con moglie e figlia bionde, si ritrova assediata da una banda di
assalitori con maschere da Divi di Hollywood (Il capo è Clark “Francamente me
ne infischio” Gable). Finchè si limitano a dirigere un Home Invasion, le cose
vanno bene, poi il tentativo di far quadrare tutto, produce un’illusione di
spiegazione, che purtroppo toglie molta efficacia al primo corto d’apertura.



“Siamo la banda degli ex Divi di Hollywood, fuori i soldi!”.
Tirando le
somme, “Southbound” è una cosina divertente se amate gli antologici Horror senza
troppe spiegazioni sulla trama, o eccessivamente legati ad una logica a tutti i
costi, non mi aspettavo niente, ho trovato pochino, ma almeno per il segmento
di David Bruckner, quel pochino valeva la pena, se non avete grosse aspettative,
è un divertente viaggetto lungo la strada che porta all’inferno, per le musica
tranquilli, ci pensa Larry Fessenden.
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