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Southland Tales – Così finisce il mondo (2006): … e la carriera di Richard Kelly

La maledizione del primo film, quello con cui stupisci il mondo e che diventa una nomea da portarsi dietro tutta la carriera, ci sono passati nomi illustri come Orson Welles attraverso questa via crucis e altri, ci si sono gettati di loro spontanea volontà, come ad esempio Richard Kelly.

Va detto che Donnie Darko, il suo film d’esordio, è diventato un culto poco alla volta, la sfiga dell’uscire con una trama che inizia con un disastro aereo, verso la fine del 2001 è stata pienamente ripagata da Padre Tempo che ha fatto rivalutare a molti quel film, malgrado Richard Kelly, l’uomo senza cognome, dimostrasse già un’evidente propensione al masochismo, con la ridondante versione “Director’s cut” del suo esordio, che funziona benissimo già così senza bisogno di spiegoni aggiuntivi.

Spesso dico Christopher Lambert come sorta di giocosa imprecazione, forse Richard Kelly conosce questa storia (vera)

Per il secondo album, sempre il più difficile nella carriera di un artista (cit.), Richard-segna-cognome-Kelly, ha pensato semplicemente di strafare, ricordo di aver visto “Southland Tales” alla sua uscita vent’anni fa pensando che fosse un casino, quindi vent’anni dopo, come uno dei moschettieri di Dumas, ho pensato di riprovarci, l’occasione del suo compleanno era troppo ghiotta e gli amici del ToHorror mi hanno alzato una palla che non potevo non andare a schiacciare, scegliendolo come film di chiusura per la loro edizione dello scorso ottobre e descrivendolo per quello che è, un film perfettamente in linea con la follia imperante che va a zonzo nel mondo, sì, ma non nell’anno 2006, più che altro proprio nel 2026.

Quindi mi sono rivisto “Southland Tales” con il suo sottotitolo ridondante italiano, con nella testa le parole dell’organizzazione del ToHorror e sono giunto alla conclusione che, vent’anni dopo, questo film che ai tempi mi sembrò un enorme casino, alla luce della mia maturazione e della decadenza del mondo e del cinema, beh, è un casino, forse anche più pasticciato di quello che ricordassi.

Una Buffy sexy per cercare di distrarvi.

Anche perché il giorno in cui distribuivano l’ambizione, Richard Kelly era già passato a fare incetta, “Southland Tales” nasce come progetto multimediale, che come le Guerre Stellari originali di Lucas, diventa un film in tre capitoli, in cui il primo è il quarto, anche perché i primi tre, erano usciti sotto forma di fumetti, pubblicati per lanciare il film e che ovviamente nessuno aveva mai letto, mi riferisco a “Southland Tales Book I – Two Roads Diverge”, “Book II – Fingerprints” e “Book III – The Mechanicals”, tre opere che Kelly riassume nel prologo fiume del suo film, a volte mostrando direttamente pagine dei fumetti, un muro di parole esageramene verboso che fa iniziare questa opera ambiziosa con il freno a mano tirato.

“Southland Tales” è ambientato in una realtà alternativa in cui i cittadini degli Stati Uniti sono sotto costante sorveglianza, un attacco nucleare in Texas avvenuto alcuni anni prima ha lasciato gran parte del mondo in uno stato galoppante di anarchia e incertezza e gli Stati Uniti sull’orlo della terza guerra mondiale. Per prevenire carenze energetiche, una compagnia chiamata Treer, ha creato un enorme impianto chiamato Fluid Karma al largo di Los Angeles, che sfrutta le correnti oceaniche naturali per fornire energia sicura ed ecologica, problema! Questo metodo rallenta la rotazione terrestre e lacera il tessuto dello spazio-tempo, un effetto collaterale su cui tutti stanno semplicemente cercando di soprassedere, come facciamo oggi con il surriscaldamento globale a cui abbiamo dato un nome più gentile come “Cambiamento climatico” perché suoni meno aggressivo mentre siamo ipnotizzati dal Doomscrolling, espressione giovanile a cui preferisco “Rincoglionirsi con i social”.

Non so voi, ma io ci vedo un po’ una metafora della carriera di Kelly in tutto questo.

Da cosa si capisce che “Southland Tales” è un film del 2006? I riferimenti ai reduci e a Falluja, un titolo figlio della critica all’amministrazione Bush Dabliù Junior, pensato con tutte le facce da EMMETivì generation che andavano forte allora, un po’ come una spolliciare impazzito, un frullatore di cultura pop utilizzato per fare della critica e metterci in guardia sul futuro, ma condito dalla megalomiania di un regista convinto di essere stato posseduto dallo spirito di David Lynch e Robert Altman. Anche meno Riccardino, anche meno.

The Rock, Buffy, il tipo di American Pie e pop star come Justin Timberlake e Mandy Moore sono i proiettili che Kelly decide di sparare contro il pubblico, in un atto d’accusa a tutto tondo che mescola critica sociale e trovate pop, il tutto senza mai optare per una storia lineare, che è stata ulteriormente falcidiata, già perché l’anteprima al festival di Cannes del film, ha ottenuto alcune delle critiche più feroci mai collezionate da un film sbarcato nel sud della Francia, roba da correre immediatamente ai ripari cercando di tagliare almeno una ventina di minuti al già comunque nutrito minutaggio finale di 145 minuti, e specialmente nel primo atto, il lavoro di taglio eseguito con il machete di nota tutto, anzi, in certi momenti viene voglia di invocarlo proprio, perché quei dialoghi sono roba da far sanguinare le orecchie e non c’è montaggio che possa salvarli.

Abbiamo a bordo anche Tangina Barrons, cosa può andare storto?

L’idea di narrazione di Riccardo senza cognome è aprire pagine su pagine, come navigando in rete ubriaco alle tre del mattino, con i personaggi che si intrecciano cercando di dare indizi su una visione d’insieme che sembra un po’ il delirio di un paranoico, tutto chiarissimo fino al mattino dopo, quando la sbornia poi passa. Da questo groviglio emergono personaggi come dei rivoluzionari sinistroidi da barzelletta, Miranda Richardson che dirige porno interpretati, purtroppo senza mostrare mai nulla da Sarah Michelle Gellar, con un narratore che balla e zompetta dentro e fuori dalla storia come il veterano sfregiato della guerra in Iraq, ovvero Justin Timberlake, e poi ancora, Seann William Scott che interpreta dalle due alle quattro versioni di un gemello poliziotto, in odore di fascio con svariate controparti. In tutto questo casino, il personaggio più normale è il veterano paraplegico impersonato da Kevin Smith con la barba, il che è tutto detto.

Kevin Smith sfida i fan di Kevin Smith a riconoscere Kevin Smith in questo film.

Il gioco dovrebbe essere dadaista, prendo la fidanzatina d’America Buffy e le faccio fare l’attrice porno, l’attore specializzato in parti cretine, porta avanti e anticipa, il filone mai davvero raffreddato della polizia violenza e razzista negli Stati Uniti, una parte che avrebbe funzionato per uno come, che ne so, Matt Dillon, la facciamo fare a Stifler di “American Pie”, che però impersona uno di nome Taverner che ad un certo punto usa le parole «Scorrete lacrime» perché citare Philip K. Dick fa sempre figo.

Non vi sfugga il più colorito di tutti, Dwayne Johnson nel 2006 era più famoso come Wrestler che come attore, i tatuaggi sfoggiati qui sono meno (e finti) rispetto a quelli del 2026 a differenza dei capelli, però già interpreta un eroe dei film d’azione di nome Boxer Santaros che ha perso la memoria e si riscopre Jericho Cane, che è anche il nome con cui Kelly cala la maschera, mettendo in chiaro chi fosse la sua prima scelta per la parte, visto che il personaggio è una sorta di parodia di Arnold, e si chiama come il personaggio di Schwarzenegger in “Giorni contati” (1999).

Anche se io non ho mai visto Arnold fare così con le ditine.

Le vecchie glorie, i poteri forti che controllano il mondo e il Karma fluido sono facce note come Wallace Shawn, la pretoriana dei film di Kelly, Beth Grant, una citazione pop semovente come Zelda Rubinstein e Bai Ling, la prova vivente che questo è un film del 2006. Capito il gioco? No? Bene, perché tanto è incomprensibile.

Un po’ come la scelta di far recitare a The Rock quel tick con le dita del suo personaggio, quel tamburellare nervoso da cartone animato, che non è chiaro se sia una decisione scappata di mano, una precisa soluzione stilistica, cattiva recitazione o perfetta interpretazione del tono genarle, insomma, riassume alla perfezione “Southland Tales”, che ha come ultimo atto dadaista, l’unica scena che ricordavo ancora dal 2006.

Prendi Justin Timberlake, trattalo male, lascia che aspetti per ore, di botto così, senza senso, fagli fare un numero musicale sì, ma non cantando un suo pezzo, ma fagli fare del “Lip Sync” su un brano nemmeno suo, ma “All these things that I’ve done” dei The Killers, mentre circondato da aspiranti Marylin Monroe in una sala giochi, il suo personaggio, un soldato, canta «I got soul, but I’m not a soldier», riguardiamola insieme perché tutto questo è la meraviglia!

Anche se nel film le parole “Whimper” e “bang” vengono invertite, la citazione più amata dagli americani, quella alla poesia “The Hollow Men” di T. S. Eliot viene ripetuta spesso: This is the way the world ends. Not with a whimper, but with a bang / È questo il modo in cui finisce il mondo. Non già con un lamento, ma con un botto. Richard Kelly ha provato ad andarsene così, con un bang che forse risuonava fortissimo solo nella sua testa o negli echi del futuro.

«Lo volete capire che è tutta una metafora sulle scelte di carriera di Kelly o no!?»

Più gli anni passano, più gli eventi nella realtà si accavallano, più ogni tanto qualcuno timidamente sostiene che questo film fosse stato profetico, proprio come un ubriaco paranoico benzinato a teorie del complotto quando capisce il segreto della vita, l’universo e tutto quanto, ma il mattino dopo si ritrova solo con l’alito pesante e il dolore alla testa. Forse “Southland Tales” ha davvero intravisto il futuro, forse è solo un enorme casino, diciamo che per ora, farò passare un’altra ventina d’anni prima della mia visione numero tre, vediamo cosa succede nel mezzo, un pronostico lo faccio io: non vedremo più film diretti da Richard Kelly, la palla passa al Cassidy del futuro per ora, intanto, auguri Southland Tales, qualunque cosa tua sia.

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