Home » Recensioni » Space Jam (1996): e dopo tutto questo cosa altro vuoi fare, volare?

Space Jam (1996): e dopo tutto questo cosa altro vuoi fare, volare?

«Un giovane, con sogni di grandezza, sul diamante del Baseball, posseduto da quella voglia che ti può far arrivare. Queste sono immagini di quello che avrebbe potuto essere, ma la realtà, non è mai stata così bella» non ho bisogno nemmeno di andare a verificare la citazione, perché la ricordo ancora a memoria, così iniziava la mia vhs di “Come fly with me”, la voce narrante era quella di Flavio Tranquillo che non necessita di alcuna presentazione. Mi sembra l’altro ieri che consumavo il nastro guardando e riguardando le azioni e i voli di mister Air Jordan.
Ci sono dei giorni in cui realizzo che dagli anni ’90 sono passati venti e più anni, come l’altro giorno quando ho letto che “Space Jam” è uscito nel novembre del 1996: come fa ad essere passato già così tanto, sarà che da allora non ho mai smesso di rivederlo? D’altra parte nessuno ha mai battuto in uno contro uno Padre Tempo, quindi tanto vale sfruttare il blocco che mi ha portato per andare a canestro e festeggiare il compleanno di uno dei miei film del cuore!
Ad essere precisi, qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa “Space Jam” è arrivato solo a febbraio del 1997, me lo ricordo bene per due ragioni: la prima è che avevo 14 anni ed ero nel pieno della mia bruciante passione per MJ, una lucidissima follia che mi portava a registrare ogni sua azione su vhs ed acquistare ogni rivista con una sua foto sopra, potete immaginare cosa voleva dire per il me stesso di allora, da sempre malato di cinema, un FILM con Michael Jordan e mica uno qualunque, uno in cui c’erano anche i Looney Tunes, personaggi che ho sempre amato molto più della concorrenza di Topolino e soci, un po’ troppo perfettini per i miei gusti.
«Facciamogli vedere chi è di un
altro pianeta!»
(Mostratemi una scena di questo film, io vi reciterò il
dialogo).

L’altra ragione per cui ricordo bene che era il 1997? Perché a vedere il film mi portò mio padre, in un cinema con il nome da scimmione (storia vera), ricordo anche che arrivammo sui titoli di testa, quindi la prima scena, quella con il piccolo Michael, la vidi solo a casa, una volta acquistata la vhs del film, leggerissimamente consumata negli anni per via delle tante (troppe!) visioni, ma che conservo ancora gelosamente come una sacra reliquia. Poco importa, perché entrando in sala sulle esaltanti note dei Quad City DJ’s e ritrovarmi su uno schermo gigante le immagini di MJ in volo che già conoscevo a memoria, ha fatto sì che dovemmo comprare tre biglietti: uno per mio padre, uno per me e l’altro per la mia mascella che, nel frattempo, era precipitata a terra srotolando un metro di lingua fuori, una reazione a metà tra MJ e un Looney Tunes.

Daffy, nella parte del vostro amichevole Cassidy di quartiere, nell’anno 1997.

Parliamoci chiaro: il cuore mi dice delle cose, ma la testa altre, tipo che “Space Jam” è un film d’animazione a tecnica mista che mescola attori in carne ed ossa e cartoni animati che, sì, tecnicamente anche se i protagonisti sono una male assortita coppia composta da un umano (o presunto tale) e un coniglio, questo film non allaccia nemmeno le scarpe a Chi ha incastrato Roger Rabbit che più invecchia più diventa bello, a differenza di “Space Jam” che in certi passaggi ci ricorda che contro Padre Tempo si sono limitati a vedere la palla entrare nel canestro tutti, ma occhio che arriva il però. Però (non ditemi che non vi avevo avvisato) io me ne frego, perché “Space Jam” con tutti i suoi difetti resta mitico, la fotografia perfetta del mio 1996 e di quel paio di anni necessari a completare il decennio che ho passato con le scarpe da basket ai piedi e il numero 23 sulla schiena, che fossero T-shirt o la mia replica della maglia dei Bulls poco cambia. Per il suo altissimo (1,98) valore affettivo, il fatto che cito a memoria le frasi di questo film ad ogni piè sospinto (storia vera) e per aver spinto un’intera generazione ad amare il gioco più bello del mondo, “Space Jam” si merita un posto tra i Classidy. MJ, metti in bacheca anche questo titolo!

Conosco un sacco di persone della mia leva che hanno visto più volte questo film, che fanno rimbalzare a terra una palla arancione a spicchi e poi ci sono quelli, chiamiamoli casi gravi, senza possibilità di recupero, che tornati a casa dal campetto, guardavano “Space Jam” e a volte anche prima di andarci, non voglio fare nomi, né suggerirvi che uno di quelli lo state leggendo in questo momento, però tenete a mente questi argomenti. Perché “Space Jam” è stato il tappo che salta della bottiglia di champagne, di una passione, quella per la pallacanestro della NBA che è sbarcata anche in uno strambo Paese a forma di scarpa, proprio grazie a Michael Jordan. Di lì a poco ci sono stati altri film sul basket, anche migliori, ma nessuno ha avuto l’impatto culturale di “Space Jam”, dài su le mani: chi aveva la maglietta di Bugs, Taz, Duffy o di uno dei Monstars dedicate a questo film? Non fate i timidi, guarda quante manine in aria!

“Space Jam” ha una genesi piuttosto lunga, anche se poi è stato realizzato e ambientato nei diciotto mesi del primo ritorno di Michael Jordan dalla pallacanestro, tra il 1993 e il 1995, bisogna specificare primo, perché MJ ha una propensione a tornare da far sembrare un altro Michael (Myers) un dilettante. Ringraziate che il suo cinquantesimo compleanno è caduto un giorno in cui la NBA era ferma, altrimenti lo avremmo visto sicuramente giocare un’altra partita come aveva promesso di fare (storia vera).
Fun fact: Per poter girare il film, e mettersi in forma per il suo ritorno nella NBA, MJ si è fatto costruire un campo privato accanto al set (si, quello che difende su di lui è Magic Johnson).

L’NBA e il cinema, aveva capito il potenziale di Jordan fin dal suo esordio nella lega nei primi anni ’80, per anni “His Airness” è stato il più serio candidato per un ruolo di rilievo in “Heaven is a playground” adattamento del romanzo di culto del basket dei campetti, scritto da Rick Telander, ispirato alla vita e alle gesta leggendarie di giocatori mitici come James “Fly” Williams.

Solo al momento del suo primo ritiro della pallacanestro, però, Jordan aveva davvero il tempo materiale per girare un film, anche perché parliamoci chiaro: molto nobile (e cinematografica) la sua volontà di onorare la promessa fatta al padre, di giocare un giorno a Baseball come professionista, ma mettiamola così, Michael avrà anche avuto “Sogni di grandezza sul diamante del Baseball”, ma se nasci Picasso, non è detto che tu debba saper per forza scolpire come Michelangelo e l’arte di MJ si è sempre espressa con canestri e pallone da basket. Solo che nel 1993 Jordan aveva già vinto tutto e non solo: era diventato l’ambasciatore della pallacanestro nel mondo.
Se non avete seguito la sua carriera negli anni ’90 è anche difficile spiegare l’impatto di MJ. Prima c’erano Magic Johnson e Larry Bird, ma Michael ha unificato sotto di sé la passione per il gioco di tutto il pianeta, diventando una specie di marchio con le Air Jordan ai piedi, la lingua di fuori e i pantaloncini di North Carolina indossati sempre per motivi scaramantici, sotto la divisa dei suoi Chicago Bulls ed ora sapete perché i pantaloncini da basket sono sempre cosi “bracaloni”, perché questo faceva MJ: dominava il campo, imponeva le mode attorno a sé e metteva in dubbio il lavoro di Sir Isaac Newton, l’uomo NON può volare? A veder MJ giocare, non ci ho mai creduto così poco.
Come dicevano per Superman nel 1978: You’ll believe a man can fly.

Il suo storico Coach Phil Jackson, una volta si è stupito del numero di persone che gli capitava abitualmente di vedere davanti alla statua di MJ, posizionata fuori dal palazzetto dei Chicago Bulls, intenti a pregare (storia vera), un culto quasi trascendentale, troppo grande per un piccolo film come “Heaven is a playground” che, infatti, nel 1991 esce dovendo, però, rinunciare a Jordan, sostituito da Bo Kindle. Sembra una di quelle risposte da telequiz: chi ha sostituto MJ? Bo! La targa di Bologna? Bo! Per altro, il grande Roger Ebert, forse il critico cinematografico più famoso del mondo, lo ha pure stroncato, “Heaven is a playground” non Bo Kindle!

No, ci vuole qualcosa di più classico e alla portata di tutti, magari qualcosa di già consolidato: perché non fare un vero e proprio film, tratto dalla celebre pubblicità in cui Jordan rapito dagli alieni giocava a basket con Bugs Bunny e soci? Se volete vederla, la trovate QUI e se vi sembra strana l’idea di un film sul basket tratto da una pubblicità, vi dico solo che Kyrie Irving la scorsa settimana ha fatto la stessa cosa.
«Fammi giocare Coach! Dopo il Dilofosauro e Sharon Stone posso
affrontare chiunque!»

Il risultato finale è “Space Jam”, diretto da uno specialista di video musicali e pubblicità come Joe Pytka, un film dalla strada spianata, costato 80 milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde che ha saputo portarsene a casa una cosa tipo 230 in tutto il mondo, in generale raccogliendo commenti tiepidi. Per molti è un becero tentativo di sfruttare la notorietà di Jordan e di “smarchettare” citando quanti più marchi possibili, la scena in cui il mitico Wayne Knight (anche se Joe Pytka avrebbe voluto Michael J. Fox per la parte, storia vera) entra in stanza e spara senza vergogna la frase: «Dai Michael, la partita ci aspetta! Infilati la tua Hanes, allacciati le Nike, prendi i tuoi cereali e un Gatorade! I Big Mac li compriamo lungo il tragitto!» fa capire che il soldo conticchia nell’economia di questa pellicola, ecco. Eppure, sapete qual è stato l’unico critico cinematografico americano ad esaltare il film fin da subito? Roger Ebert! E qui ci starebbe un bel coro: Roger uno di noi! Uno di nooooooi! E Roger uno di noi!

«Michael credi di poter saltare fino a qui?», «Stai scherzando vero? Così è riscaldamento per me»

“Space Jam” è il culto dell’uomo chiamato Air Jordan, His Airness, la migliore interpretazione di MJ, quando interpreta la parte di sé stesso, citando Federico Buffa. Poco importa se poi a recitare MJ è un ciocco di legno, appena ha la palla sotto le dita è un predatore nel suo territorio, il resto uno spettacolo messo su per sottolineare i passaggi reali che sembrano già nati per il cinema: la promessa di Michael a papà James? Bene, aggiungiamo che il padre di Jordan è stato ucciso lungo una strada statale nel luglio nel 1993, durante un tentativo di rapina finito nel modo peggiore, un fatto che se non fosse reale, farebbe pensare alla genesi di un supereroe (cosa che in qualche modo è stata davvero). Oppure, il film si prende in carico di rendere la realtà un pochino più edulcorata, qualche esempio?

Stando al film, i compagni di squadra che giocavano a Baseball con MJ gli dicevano “Bravo” come se fosse il Petrolini più alto del mondo, i suoi figli sono interpretati da attori così come sua moglie (Theresa Randle, che nella stessa carriera è stata sposata con MJ e Spawn) e persino una vecchia scaramanzia da giocatore, come i pantaloncini porta fortuna di North Carolina, diventano una svolta di trama. Capite da voi che il fatto che i suoi compagni di squadra siano un coniglio, un’anatra o un pollo («Avrei preferito una lenta cottura al fuoco con patate, invece che alla fiamma») diventa solo parte della mistica di uno sportivo che ha reso iconografica la sua stessa vita, prima della sua carriera.
«Essere come Mike o non essere come Mike?», «Credo che le parole fossero un po’ diverse»

Diventa anche difficile per me commentare un film come “Space Jam”, sul serio penso di averlo visto tante di quelle volte da darlo per scontato, qualche tempo fa me lo sono rivisto su Netflix in inglese così, per cambiare un po’, tanto potrei vederlo anche in Magiaro, da quanto lo conosco a memoria. L’idea è semplicissima, come può essere il soggetto di un cartone a caso dei Looney Tunes: il malvagio Mr. Swackhammer (in originale Danny DeVito) titolare di un Luna Park alieno, manda i suoi bassissimi sgherri a rapire Bugs e compagni per trasformarli in attrazioni per i turisti. Giocando sulla credenza popolare per cui quelli bassi non possono giocare a pallacanestro, l’astuto coniglio pesca un coniglio dal cilind… Vabbè li sfida a Basket, ma gli va di sfiga perché quelli fregano il talento a quei Cristoni (cit.) della NBA e diventano delle masse di muscoli iper talentuose e apparentemente impossibili da battere (tipo il quintetto base dei Golden State Warriors per capirci), ma si dimenticano di MJ che, nel frattempo, a pallacanestro non gioca più, noooo io a pallacanestro non gioco pi… Devo smetterla, altrimenti finisco per trascrivervi tutti i dialoghi.

«Palla a due, fate ancora in tempo ad arrendervi se volete»

Ci sono due cose che mi fanno proprio impazzire di “Space Jam”: l’idea di trasportare sul grande schermo la vita di Jordan (con qualche abbellimento cinematografico) consente anche ad altri giocatori della NBA di interpretare la parte di loro stessi nel film, prendendosi anche amabilmente in giro. Muggsy Bogues (1.6m) e Shawn Bradley (2.29m) sembrano l’articolo “il”, Charles Barkley è un vero mattatore («Charles Barkley ci sta uccidendo», «Dov’è quest’assassino, fatemelo vedere») che presta anche il nome al Bulldog di casa Jordan, ma il migliore per me resta Larry Bird, uno la cui idea di umorismo era annunciare come avrebbe fatto il prossimo tiro da tre al difensore, prima di stamparglielo dritto in faccia come annunciato, qui con la sua serietà, “Larry the legend” è la spalla perfetta per le trovate comiche di Bill Murray ed ecco che arriva la seconda cosa che mi manda giù di testa di questo film.

Nemmeno Han Solo ha mai avuto un ritorno in scena eroico come questo!

Se i giocatori della NBA possono interpretare la parte di loro stessi, perché non farlo fare anche a Bill Murray? La leggenda (non Larry), vuole che Murray abbia accettato la parte perché, oltre ad essere un fanatico di Basket abbia passato diverso tempo a pentirsi di aver rinunciato a recitare con un coniglio dei cartoni nei panni di Eddie Valiant, regalando così a Bob Hoskins il ruolo della vita (storia vera).

Ora, io ho sempre avuto un culto per Bill “Inculafantasmi” Murray (cit.), l’unico che può tenere lo schermo accanto a MJ in fatto a mito vivente (il suo “Scherzo delle patatine fritte”, lo rende una leggenda) e qui davvero è in gran spolvero, contribuendo a rendere “Space Jam” un’esperienza meta-cestistico- cinematografica? Esiste questa parola? È una parola? Beh, dovesse diventarlo ricordatevi dove l’avete letta per la prima volta!
«Ok gente Cassidy sta iniziando a delirare! Palla ad MJ e portiamo a casa questo post!»

Murray raggiunge la partita finale, trasformando un buco di sceneggiatura in una gran battuta «Ma come ha fatto a venire qui?», «Sono amico del produttore», (cosa che è anche vera, visto che il film è prodotto da Ivan Reitman) e per il resto del tempo snocciola battute una più mitica dell’altra. A battere la mitica «Larry non è bianco, Larry è scolorito» ci pensa la frase che avrei sempre voluto dire su un campo da Basket, prima di passare a destra il pallone: «Passaggio a sinistra, passaggio a sinistra… mai fidarsi di un Terreste!». Ma il numero di battute che ho preso da questo film e sono diventate parte della mia parlata quotidiana non si contano, ancora oggi qualcosa di pulito per me è «Fresco al limone!» rigorosamente pronunciato imitando Tazmania (storia vera) e questo dovrebbe dirvi di quanto a mia volta sia abbastanza “Looney”.

“Space Jam” è un film del tutto imperfetto, basta dire che l’espressione “Space Jam” è diventata sinonimo di una gran schiacciata fatta da un giocatore, di solito saltando da Moron Mountain o giù di lì, anche se poi la “Space Jam” di Michael Jordan (con effetti speciali che erano già vecchi nel 1996, figuriamoci oggi) di fatto è “solo” un appoggio a canestro e non una vera schiacciata, ma questo è davvero poco importante perché tutto quello che ruota attorno al film è mitico, oppure per metterla più sul personale, mi ricorda qualcosa di cestistico, preso a piene mani dalla mia (insana) passione per MJ che mi ha sempre esaltato, basta dire che dal 1996 penso di non aver mai smesso di ascoltare la colonna sonora del film che è il sesto uomo responsabile di una buona parte del suo successo e che trasporta la pellicola nel il Valhalla della cultura popolare.
»Giuro che concederò la rivincita a Godzilla»

Dei Quad City DJ’s vi ho già detto, “Basketball Jones” con un depresso Charles Barkley che si trascina nei pressi dei campetti e viene stoppato da una ragazzina, è un momento gioiosamente malinconico. “Hit ‘Em High” una tamarrata orecchiabilissima che mette insieme un quintetto base degno dei Monstars (B-Real, Coolio, Method Man, LL Cool J e Busta Rhymes), ma i pezzi veri di cuore sono altri, “Fly like an eagle” nella versione di Seal riassume tutta la gioia del gioco della pallacanestro, non ho mai capito che cacchio di genere facesse Seal, ma questa canzone la canta così bene che per me sarà sempre un grande. Ma IL pezzo di questa colonna sonora si merita un paragrafo a parte.

“I Believe i can fly” di R. Kelly è la colonna sonora di tutti quelli che sono cresciuti vedendo volare MJ, solo su questa canzone ho dieci aneddoti che vi risparmio, R. Kelly la canta in un modo da farsi già perdonare (quasi) tutti i casini che ha fatto nel resto della carriera, la mistica di His Airness è tutta lassù dove arrivava solo la voce di Kelly e i voli di Michael.
Come ci si sente, alla fine del pezzo di R. Kelly.

Nel 1997 forse non esisteva nemmeno un pubblico per un film così, lo si nota parecchio dal miglior doppiaggio del mondo (si nota la vena polemica?) che prende in prestito da trasmissioni calcistiche doppiatori non professionisti tipo Giampiero Galeazzi, Sandro Ciotti e Simona Ventura che qui doppia Lola Bunny, l’unica Looney Tunes pensata per il film, purtroppo caduta nel dimenticatoio perché considerata troppo sexy per la media dei cartoni animati della Warner Bros. (storia vera).

«Tzè, non sapete cosa vi siete persi»

In ventidue anni ne sono cambiate di cose, tranne il sito ufficiale di “Space Jam”, quello è sempre uguale dal 1996 (pura archeologia di Internet) e il fatto che da allora non ho mai smesso di riguardarmi il film. “Space Jam” è diventato un classico dei palinsesti televisivi e un pezzo di cuore per un’intera generazione, per me quasi un passaggio ideale di testimone (o di palla da basket) tra un’infanzia consumata sperando che Willy catturasse quel cazzo di Bee Bee e un’adolescenza passata a giocare a basket, sognando di volare a canestro come MJ. Perché alla fine “Space Jam” è questo, è un film sugli eroi della nostra infanzia e dell’adolescenza che sono senza macchia, senza paura («ma siamo anche un po’ polli e quella brodaglia ci serve!») e fanno una cosa tipo 44 su 44 al tiro come MJ in questo film. D’altra parte il mondo non sarebbe un posto migliore se tutte le dispute potessero essere risolte con un canestro e un pallone? Io ne sono ancora convinto. Ma io sono anche quello che non ha ancora tolto il poster di Jordan dalla parete della sua vecchia cameretta, forse è per quello che il 1996 non mi sembra poi così lontano.

«Forza Bulls!» (Cit.)

«Vieni con me se vuoi vivere volare» (Quasi-cit.)
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Gli intrighi del potere – Nixon (1995): la storia di Tricky Dicky secondo Oliver Stone

    Oggi affrontiamo il titolo che per certi versi da solo, ha confermato una delle etichette appioppate al titolare della rubrica, quindi senza ulteriori indugi, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing