
Succede ancora oggi, un regista giovane che arriva da titoli completamente diversi, per sfondare ad Hollywood deve passare la prova del blockbuster ad alto o altissimo budget, è successo anche ai migliori, o al migliore. Benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

Mi colpisce sempre il fatto che Stanley Kubrick, abbia sempre dichiarato che davanti a qualcuno che con gli occhi a forma di cuore gli diceva di aver amato molto “Sparatcus”, non sapeva bene cosa rispondere, se non una generica alzata di spalle. Nessuna falsa modestia, il contributo del regista a questo Kolossal è stato fondamentale, ma è anche chiaro che la tanto agognata libertà creativa totale, sempre ricercata da Kubrick, non era quella di cui disponeva sul set di un film fortemente voluto da Kirk Douglas, ma come avrebbe detto Anders Celsius, andiamo per gradi.
A Kirk Douglas il carattere non è mai mancato, ma nemmeno il fiuto per l’altrui talento, il suo lavoro da produttore ci ha regalato dei classici, ma prima di arrivare a Kubrick bisogna passare per forza da Ben-Hur, un ruolo che il papà di Michael voleva con tutte le sue forze e che il regista William Wyler assegno a Charlton Heston: Kirk però non ti preoccupare, se vuoi puoi interpretare il cattivo Messala. Credo che il «Col cazzo!», risposta ufficiale di Douglas, sia stato più grosso del titolo “Ben-Hur” sugli schermi dell’anno 1959. Come il robot Bender, Kirk ha deciso di farsi un suo Ben-Hur, senza blackjack e squillo di lusso, ma con la stessa ambizione e a quel punto, l’uomo da battere era Yul Brynner.

Il capo dei magnifici sette aveva in programma il suo Spartaco con la United Artists, l’unica era batterlo sul tempo proponendo un copione ultimato alla Universal, con i diritti dell’omonimo romanzo di Howard Fast saldamente tra le mani, il romanziere non era a suo agio con il formato della sceneggiatura, quindi per vincere la gara di Spartaco, Douglas affidò il lavoro a Dalton Trumbo, che scrivendo dalla sua vasca da bagno – come abitudine dello sceneggiatore – consegno il copione in due settimane, la gara di Spartaco era vinta, ma la vera battaglia stava per cominciare. Scusate, questa mi è venuta fuori alla Gandalf.
Dalton Trumbo per le sue simpatie comuniste era uno dei famigerati “Dieci di Hollywood”, gli autori finiti nella lista nera, infatti fu costretto a firmare “Spartacus” utilizzando lo pseudonimo di Sam Jackson (nessuna parentela), almeno fino al momento in cui Douglas non lo è venuto a sapere, facendo sparire ‘sto Jackson in favore del vero nome dello sceneggiatore, rimasta celebre la sagace risposta di Trumbo: «Grazie, Kirk, per avermi restituito il mio nome!»
I problemi tuttavia si sono susseguiti, la celebre giornalista Hedda Hopper (immaginatevi pure Tilda Swinton nel film dei Coen, tanto è la stessa cosa) ha aizzato tutti contro la produzione, accusata di dare spazio agli sporchi rossi, una discussione a cui ha messo fine il presidente John F. Kennedy che, ignorando pubblicamente una manifestazione organizzata dall’American Legion, non solo andò a vedere il film, ma dichiarò anche di averlo molto apprezzato, contribuendo con una spallata alla fine delle liste nere. Douglas come produttore, affidò altri due film a Trumbo e nello stesso anno, Otto Preminger rese noto che la sceneggiatura del suo “Exodus” portava la firma dello stesso autore, no, non Sam Jackson (storia vera).

Voi direte, Cassidy, ma questa non è una rubrica su Stanley Kubrick? Certo che lo è, avete ragione, ma il buon Stanley è arrivato ancora dopo, entrando dalla panchina in sostituzione della prima scelta, il regista Anthony Mann lincenziato per direttissima da Douglas alla fine della prima settimana di riprese, mollato lì, sotto il sole della Valle della morte, dopo aver girato con gran fatica la scena iniziale del film, quella nella cava. Ed è qui che Kubrick entrò in gioco, perché Douglas era rimasto impressionato dal lavoro del giovane regista dopo aver lavorato con lui in Orizzonti di gloria, ed è così che a soli trent’anni, Stanley Kubrick si è ritrovato a capo di un Kolossal milionario, con un attore/produttore onnipotente e un cast che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, tranne che ad un giocatore di scacchi professionista come Kubrick.
Charles Laughton, Tony Curtis, Peter Ustinov (premiato con l’Oscar per miglior attore non protagonista per il suo viscido mercante di schiavi, Lentulo Batiato) e un titano come Laurence Olivier, nessuno di questi grandi nomi sembra aver scalfito la sicurezza che Kubrick ostentava sul set, la sua massima preoccupazione è sempre stata la stessa: il controllo sul suo lavoro, che in una condizione del genere, ovviamente non poteva avere. Un grosso compromesso per entrare nel giro, che Kubrick ha a lungo pensato di far sparire dalla sua filmografia, ma a mio avviso sarebbe stato un grosso errore, banalmente perché “Spartacus” e il contributo di Kubrick è stato fondamentale, a distanza di anni, se volete un film sui gladiatori storicamente accurato, non è quello famoso che dovete guardare, state pure con il buon Stanley.

Fin troppo facile giocarsi la carta del realismo storico, che mi interessa sempre fino ad un certo punto, ma soprattutto per la parte relativa all’allenamento dei gladiatori, ha potuto godere del puntiglio di Kubrick. Oppure citare le battaglie, totalmente assenti dalla prima stesura e che il regista ha preteso di aver perché narrativamente rilevanti, se poi avete una qualunque edizione minimamente decente in home video del film, troverete parecchie scene extra tagliate, come la crocefissione di Spartaco, eliminata dalla produzione per evitare un’ulteriore polemica con la lega cristiana d’America (storia vera). Ma il riassunto vero dell’operato che nemmeno Kubrick voleva riconoscere, lo ha ben riassunto Peter Ustinov nel documentario “Stanley Kubrick: a life in pictures” quando ha dichiarato: «Spartacus era il più grande film di questa tipologia senza il Messia nella trama, certo, non avevamo Gesù, ma avevamo Stanley Kubrick!»
Ora, la metto giù durissima con una provocazione, sostituite l’Impero Romano con Hollywood e Crasso con qualunque grossa casa di produzione pagante, poteva il più ribelle e indipendente dei registi indipendenti come Stanley Kubrick, non immedesimarsi nella lotta di liberazione di Spartaco? Lui che non ha mai nascosto il disprezzo per i vincoli imposti dalle case di produzione, su temi, cast e soprattutto tempi di lavorazione, non ritrovarsi perfettamente in quella ribellione che per Spartaco era la libertà degli schiavi mentre per Kubrick, la liberazione dell’arte da freddi vincoli di calcolo?

Se a questo aggiungiamo l’esplosivo accatastato dal romanzo originale di Fast e la miccia fornita da Dalton Trumbo, tutto era apparecchiato per il grosso botto impresso su pellicola 70mm da Kubrick, mica male per una cosetta su commissione in cui il nostro è entrato in corsa dalla panchina.
A voler essere sinceri, quando si parla di “Spartacus”, è quasi impossibile non notare che tutti gli equilibri tra personaggi siano rapporti di forza (un tema che tornerà spesso nei film di Kubrick) come Spartaco che si rifiuta di accoppiarsi sotto gli occhi di tutti, esplodendo in un arrabbiato «Non siamo animali!» che è tutta legna secca gettata nel fuoco della sua futura ribellione.

Se poi parliamo di momenti memorabili, non si può ignorare il modo in cui Kubrick sapesse gestire le masse, la scena dell’ammutinamento nella scuola gladiatoria, con la cinepresa che segue gli schiavi mentre afferrano il primo oggetto utile a diventare arma, è già un saggio della sua ossessione per il movimento disciplinato, per le linee e per l’ordine che va in pezzi. Prima erano numeri, pezzi di carne da macello, due minuti dopo sono un esercito improvvisato e incredibilmente convincente, quasi ironico se ci pensate, il regista che passò la vita a diffidare dei gruppi, delle istituzioni e delle gerarchie, qui si ritrova a girare il film in cui la ribellione collettiva diventa un balletto epico, e lo fa pure benissimo, accidenti a lui.
“Spartacus” è stato un grosso successo, quattro Oscar tecnici oltre al premio personale per Ustinov e in generale, forse la prova più memorabile per il papà di Michael Douglas, ma per Stanley Kubrick è sempre stato un tarlo, malgrado gli evidenti meriti del film per il regista di New York era il prezzo da pagare, tanto che alla moglie ha confessato che dopo essersi sacrificato per Hollywood, come Spartaco, ora poteva dedicarsi ad una storia che gli stava davvero a cuore, anche questa, l’adattamento di un libro, come accadrà per il resto della sua carriera, ma di questo, parleremo la prossima settimana, per un capitolo della rubrica che potrete leggere anche se siete minorenni, non mancate.


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