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Speed (1994): pendolari dell’azione

Immaginate di essere Jan de Bont, direttore della fotografia di fiducia di Paul Verhoeven oltre che primo uomo a cui Polvèron ha telefonato non appena messo piede sul suolo americano (storia vera). Avete curato la fotografia per i più grandi, nomi come Donner, Schumacher e soprattutto John McTiernan, a cui siete appena subentrati, seconda scelta alla regia per un soggetto che di base è una sorta di “Die Hard sul Bus”, che poi è quello che chiunque si muova regolarmente con i mezzi pubblici fa ogni giorno nella sua vita.

State guidando con la vostra auto e vedete un cavalcavia in costruzione, incompleto, CLICK! Scatta qualcosa nella testa e una volta arrivati a destinazione agguantate un telefono per chiamare il vostro sceneggiatore Graham Yost, uno che per un po’ ha avuto la scintilla giusta per i film action e che aveva scritto il copione di quello che (almeno in italiano) Homer Simpon chiamava “l’autobus che doveva andare sempre speedito” più noto come “Speed”: «Graham, ho un’idea per una scena che dobbiamo per forza mettere nel film. Quel cazzo di autobus lo facciamo volare»

Deve averlo pensato anche Graham Yost.

Ora, secondo voi, questa pagina, che da sempre (il 2015) s’impegna a far volare oggetti dalla forma e dall’utilizzo originario poco consono al volo, poteva perdersi il compleanno di un caposaldo del cinema d’azione americano come “Speed”, che proprio quest’anno spegne le sue prime trenta candeline? Mai nella vita! Anche perché è inutile girarci attorno, tanti criticano il decennio della musica Grunge, ma è stato quello in cui le videoteche erano piene di eroi marziali VERI e al cinema, i blockbuster, i titoli di punta, non prevedevano nessuno in pigiama colorato ma comunque personaggi e trame che vivevano e morivano (duri) sulle scene action. Mi mancano quei tempi? Forse, più che altro mi manca quell’idea di cinema, mi mancano i Classidy come “Speed”.

Un titolo che oggi è un classico, perché anche alla luce del successo di John Wick, oggi è più facile ricordarsi che Keanu Reeves avesse dei trascorsi molto illustri qui, ma parliamo di un soggetto nato dalla vecchia scuola, pensato proprio per McTiernan e con un passaggio cestistico, dietro la schiena senza guardare, finito all’olandese volante Jan de Bont, che come primo protagonista, l’eroico poliziotto mezzo matto Jack Traven (una volta dovremmo discutere del perché gli eroi dell’azione yankee si chiamano tutti John  o Jack) aveva pensato Stephen Baldwin, che penso si stia ancora masticando i gomiti oggi per non aver accettato un soggetto che ammettiamolo, nessuno voleva, perché ai tempi era davvero considerato una variazione sul tema Die Hard. L’esatto opposto di come vengono approvati i nuovi progetti oggi, è cambiato il mondo del cinema in trent’anni.

A giudicare dalla gestualità, Jan de Bont sta raccontando delle folli nottate in patria ai tempi, insieme all’amico Paul Verhoeven.

A questo punto della storia, entra in pista un nome noto, anzi, oggi come oggi dovremmo dire famigerato, uno che era cresciuto nel mondo del fumetto e che si stava facendo strada ad Hollywood come “script doctor”, lo avrebbe fatto anche per Toy Story quindi sì, mi riferisco a Joss Whedon perché se “Speed” fila beh, come un autobus in corsa è merito di Jan de Bont, ma se i suoi dialoghi stanno al passo lo dobbiamo al papà di Buffy che ha saputo dare brio a passaggi che sono puro canone del genere.

Pensateci, il collega, amico e mentore del protagonista Jack Traven, ovvero il detective Harold “Harry” Temple interpretato da Jeff Daniels, non solo ricorda un po’ il personaggio di Gary Busey in Point Break, ma è allo stesso tempo motore per la trama e per l’indagine parallela. Anche perché lo ritroviamo intento a fare tutto quello che Jack, a bordo del bus non potrebbe, oltre che a risultare spalla comica e personaggio “motivazionale”, quello che ogni eroe deve avere per aumentare il livello della competizione con il cattivo, portandola su un piano personale.

«Sono stanco», «Pensa che questi sono solo i primi cinque minuti del film»

Whedon sistema anche la protagonista femminile, dai! Whedon che sa scrivere un personaggio femminile? Chi l’avrebbe mai detto eh? Nei piani originali di Graham Yost, la “Lince scatenata” Annie Porter doveva essere più che altro una spalla comica, pensata per un’attrice come Ellen DeGeneres (storia vera). Il buon vecchio Joss ha trovato il modo di rendere coerente, efficace e anche sensato («… allora basiamola sul sesso») la storia d’amore, la sottotrama che storicamente, nei film d’azione fa impanature il ritmo costringendolo a rallentare, cosa che questo film non solo non può fare, ma si impone di non fare mai, come l’autobus al centro della sua trama.

Sistemate le somiglianze con “Die Hard”, a quel punto il copione era il più caldo di Hollywood, il titolo che volevano tutti, altro che Stephen Baldwin! A quel punto Jan de Bont poteva chiudere il cerchio proprio con Point Break e prendersi direttamente Keanu Reeves, ancora in quella sua fase della carriera dove sfoggiava ancora una mimica facciale di cui ha capito di poter fare a meno dopo il 1999. Allo stesso modo, Sandra Bullock, campionessa dei film romanticoni anti-Bara, nel giro di due anni manda a segno il suo secondo ruolo tosto conquistandosi il cuore anche di tutti i fanatici dell’azione dopo Demolition Man. A questo punto, bisognava solo farlo correre questo autobus, ma per questo, avevamo già un Jan de Bont caldo come una stufa.

Sandrona nostra, colei che ha portato l’equilibrio nella Forza tra chi ama i film romantici dove si palla intorno al tavolo della cucina e chi preferisce quelli dove esplode tutto.

Cosa vi dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Sono quelli che ne determinano tutto l’andamento, bravissimi. Bene quelli di “Speed” non solo sono già indiavolati, ma per essere una trama che ruota tutta attorno ad un bus con una bomba a bordo che non può scendere sotto le cinquanta miglia all’ora per non esplodere trucidando gli ostaggi a bordo, tutti fanno milioni di dollari di danni nel tentativo di fermarlo la trama è piuttosto variegata, abbiamo un inizio con l’ascensore minato, prove generali dell’attentato principale, che qui rappresenta il prologo, la scena di riscaldamento che serve a presentare i personaggi, ma che qualunque altro film, avrebbe dato via delle dita di una mano (scusa Dennis!) pur di averla come scena madre.

In un attimo ci viene introdotto il modus operandi clinico ma atipico del cattivo, oltre alla coppia di Strambi sbirri protagonisti, ma se Jeff Daniels nello stesso anno diventava celebre per essere “Scemo” in una nota commedia, qui rappresenta quello pragmatico della coppia, opposto alla “matta” (la “Wild card” se preferite gli anglicismi a tutti i costi) di Jack Traven, che mastica gomme, introduce la tattica dello sparare all’ostaggio e in generale è più scemo di beh, “+scemo”, «Magari non sarai una cima ma hai un paio di palle, che ti fumano» gli diranno nel corso della trama.

«Ed io che pensavo che Jim Carrey fosse fuori di testa!»

Ovviamente staremmo qui a parlare della fuffa se non avessimo un avversario degno, Dennis Hopper sbaraglia la concorrenza (rappresentata da Christopher Walken), quando la lotta si sposta sul piano fisico, tiene botta solo perché lui è un bulldog incazzato contro un ciocco di legno come Keeanu (che in questo film, non va Keeanu Keeanu… Brrrr!), ma trova comunque il modo di andare sopra le righe sì, ma non così tanto come è capace di fare Hooper, quindi la giusta misura, anche lui perfettamente allineato al ritmo di un film che gente, se gli autobus andassero tutti a tavoletta come in “Speed”, avrei risparmiato un sacco di utili ore di tempo vita nella tratta casa/lavoro. Però voi pendolari avreste meno tempo per leggere la Bara Volante, quindi la faccenda va soppesata.

La Bara Volante (con a bordo qualcuno che sta leggendo La Bara Volante)

“Speed” parte già a cannone, sostenuto da una colonna sonora trascinante firmata da Mark Mancina e impreziosita sui titoli di coda dal pezzo omonimo cantato da Billy Idiol apposta per il film. Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire per un film d’azione, sviluppare la storia e i rapporti tra i personaggi, utilizzando l’azione stessa, “Speed” sarebbe un ottimo esempio per far capire a tanti che una scenetta di lotta, sparatoria o inseguimento buttata per puzza nella trama, non fa di un film un action. Pensate alla storia d’amore tra Jack e Annie, oppure a quella di amicizia sempre tra Jack ed Harry, avviene tutto di corsa in un film che è la quinta essenza del principio di zio Hitch: fai sempre succedere qualcosa sullo schermo.

Ever fallen in love with someone (cit.)

Ed è proprio quello che accade qui, Jan de Bont dopo il clamoroso inizio in ascensore, si gioca la prima esplosione di un bus (per uno che partiva in orario cazzo!) per mettere in chiaro la posta in gioco, poi proprio alla Hitchcock, ci tiene sul filo mostrandoci Annie che il bus quasi lo perde e la bomba, che non si attiva mai fino al momento in cui lo fa, dando per davvero il via ad un film che a quel punto, non solo stava già correndo (e anche forte) ma che da qui in poi aumenta il passo, lanciando costantemente addosso ai protagonisti problemi da risolvere: il passeggino («Lattine», «Cosa?», «Erano lattine!») il ragazzo “latino” che a bordo del Bus quando vede il distintivo di Jack tira fuori il ferro pensando che lo sbirro fosse saltato a bordo per lui, fino ad ogni genere di difficoltà, la curva brutta fatta su due ruote oppure beh, il momento più fantascientifico del film certo, ma quanto risulta cinematografico il salto del cavalcavia incompleto? Vi rendete conto che per un certo periodo, il cinema americano “per tutti” non solo era questo, ma aveva non uno, ma due olandesi tosti, oltre a Polvèron anche il suo amico Jan de Bont che a questo livelli purtroppo, non è mai più tornato, anche se confesso la mia insana passione per il suo “Twister” (1996).

“Speed” ha tutti i canoni del poliziesco, la coppia in odore di “Buddie Movie”, il capo che urla ma che qui passa anche all’azione, per altro interpretato dallo scienziato della Cyberdine System. A ben pensarci “Speed” ha anche il suo Ellis, qui un po’ meno odioso e un po’ più spalla comica, rappresentato dal turista in visita alla città. Inoltre il film di Jan de Bont ha anche una storia d’amore che invece di azzoppare la trama la aiuta ad aumentare le posta in gioco e ha nei piccoli dettagli svolte importanti. Inizia con un dialogo su una pensione di merda e un brutto orologio d’oro? Lo fa per metterci al pari con informazioni che torneranno utili più avanti, ma il tutto, correndo, ritmo, ritmo e ancora ritmo è la parola chiave tuonata fin dal titolo, mai così efficace, esplicativo e anche breve, perché qui tempo da perdere non lo abbiamo.

«Hans, bubi! Sono il tuo salvatore», «Ma stai zitto idiota!»

Sono anni che puntualmente me lo rivedo ed è un film che per assurdo, non invecchia, perché va talmente veloce che non lascia al pubblico nemmeno il tempo di rendersi conto che nel frattempo, dal 1994 il nostro mondo è stato stravolto almeno due o tre volte. Quando Jack sfrutta una sorta di cellulare, a noi spettatori dell’anno 2024 sempre del tutto normale, così come il conto dei danni e del budget della città speso per contenere le azioni dell’attentatore, che hanno come effetto un quantitativo di distruzione (ma non di morte) totalmente immotivato nella realtà. Ma per nostra fortuna questa non è la realtà è “Speed”, talmente intelligente da capire che quando l’autobus, deviato su una linea (narrativa) morta, viene fatto girare a vuoto, ha perso la centralità nella sua storia, e quindi che si fa? Gli si organizza il più cinematografico dei funerali vichinghi, sacrificando un aereo di linea (vuoto) per un ciocco e un botto clamorosi finali! No sul serio, tenetevelo stretto il realismo se l’alternativa è una bomba dal ritmo indemoniato come “Speed”.

Ave all’autista, l’autista, l’autista! (cit.)

Cosa vi dico sempre dei film che hanno scene ambientate in metropolitana? “Speed” è così brillante da capire che per tenere vivo l’interesse, come pendolari dell’azione dobbiamo cambiare mezzo e quindi sposta le dinamiche su rotaia, per regalarci un’altra scena spaccatutto clamorosa, un’inaugurazione di una nuova fermata della metro che non si dimentica.

Cosa vi dico sempre riguardo ai film con scene in metro? Ecco, appunto.

Jan de Bont gioca con gli autobus come prima di lui aveva osato fare solo Sua Maestà, il Re della collina Walter Hill e lo fa con un esordio, che per capacità di gestire uomini e mezzi (da far esplodere) se la gioca solamente con un altro titolo nella stessa categoria di peso, Con Air. Considerando l’andamento delle carriere dell’Olandese e di Simon West, dovremmo tutti chiederci che cazzarola sia andato storto nell’ingranaggio molto ben oliato di quella Hollywood, e no, non è una strizzata d’occhio al seguito, lì semplicemente Jan de Bont se la sentiva così calda da pensare di potercela fare anche solo con Sandrona Bullock e beh, una nave.

«Di Speed ne esiste solo uno!»

“Speed” è un vero gioiello, se vi interessano i premi Oscar, questo ne ha portati a casa due nella sua corsa, un classico che con il passare degli anni, non ha fatto altro che confermare il suo stato, Jan de Bont ha messo in moto la folle corsa del suo autobus nel 1994 e da allora non si è ancora fermato, in popolarità, in numero di volte in cui mi viene voglia di rivederlo e poi puntualmente, rivederlo, ancora a breve distanza, anche se mi tocca dire a me stesso: «Ma lo hai rivisto la scorsa settimana» (storia vera), insomma, non era assolutamente possibile per questa Bara lasciare indietro questo monumentale compleanno, ed ora, se ho calcolato bene e siete pendolari, il vostro Bus dovrebbe essere arrivato, buon viaggio e auguri “Speed”.

«Corri pure quanto vuoi, tanto io sono a bordo seduto a leggere la Bara!»
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  1. “Speed”, trent’anni e non sentirli 😉
    E no, rimarcare le differenze fra gli action contemporanei e auentiche gemme anni ’90 come questa non significa farsi prendere dalla nostalgia (fin troppo facile liquidare sempre la questione in questo modo), assolutamente.. Ci si limita soltanto a prendere atto della pura e semplice realtà riguardo a un genere (e non era il solo) che, all’epoca, aveva delle fondamenta un po’ più solide rispetto a quelle attuali…

    • Ci sarebbero piccoli e timido segnali di cambiamento in tal senso, ma per ora sono ancora casi isolati, l’industria ha cambiato direzione. E anche velocità per restare in tema 😉 Cheers

  2. La Bullock qui era di una bellezza illegale. E il film è tanto che non lo guardo, ma ai tempi lo vidi più e più volte, era un cult nel nostro gruppo cinefilo!

    • Doverosamente di culto oserei dire 😉 Cheers

  3. Comunque vorrei solo far notare a quelli che nei commenti dicono che “realismo brutto, Speed no realistico, W Speed” – e lo dico con tutto il rispetto possibile nei vostri confronti, capiamoci – che sì, ok, Speed non è realistico, ma, se escludiamo un paio di scene volutamente esagerate, Speed si impegna moltissimo a essere quantomeno abbastanza plausibile. Per me è uno dei motivi per cui questo film funziona da Dio e risulta bellissimo: ad avere uno straccio di credibilità almeno ci prova. Invece nel 90% del cinema action degli ultimi 10 anni la gente vola “perché sì”. Ogni scena, svolta della trama, decisione dei personaggi è diventata l’esatto opposto del realismo, anzi, pare che abbiano bandito qualunque cosa abbia anche solo uno straccio di verosimiglianza, perchè se ce l’ha non va bene, non vende. Qui c’è un’esplosione (troppo grossa e fiammante, ok) perchè un bus senza più autista va a sbattere contro un aereo parcheggiato su una pista. Oggi l’esplosione sarebbe fatta in CGI (male), distruggerebbe mezza metropoli e l’impatto tra il bus e l’aereo avverrebbe a 5000 metri di quota solo perchè “fa figo” e perchè solo in quel modo riesci a far fare al pubblico “Oooohh” come ai bambini di Povia.

    • Che poi io ci avrei messo volontariamente il carico, anche perché in un film così ci vuole, ma forse è arrivato solo quello. Insomma la storia di “Speed” che Si ripete 😉 Cheers

  4. C’è stata la mezza cotta in Point Break (lì Swayze la faceva da padrone), e poi la conferma con Speed. Non so com’è in originale, qui è doppiato da uno dei miei preferiti, la voce di Francesco Prando sta bene a tutti e a lui calza come un guanto, forse meglio di quella di Luca Ward (“Ehi tu, Mister Hulk!”). Visto un numero imbarazzante di volte, e sognato di guidare un bus come Annie ovviamente 😛
    Davvero un gran compleanno questo, 30 anni portati alla grandissima 👍

    • Dico a questa lince scatenata di tenere d’occhio un certo podcast, l’argomento tornerà di stretta attualità 😉 Cheers

  5. Perche’ John e Jack si’ che sono dei nomi con le palle, direbbe qualcuno.
    Filmone. Che si vede e rivede sempre volentieri, e ogni volta sono due ore scarse spese benissimo.
    Che oltretutto scorrono via talmente bene che sembrano durare la meta’. E al termine ti viene quasi voglia di rivederlo.
    Miracoli del ritmo e della sintesi, in perfetta applicazione del teorema di Lester.
    Ma ci torniamo.
    Cos’altro vuoi chiedere, a un film d’azione?
    Andiamo con ordine: protagonista tutto d’un pezzo e degno erede di Riggs, di McClane e di Foley, che pensa ma soprattutto agisce totalmente fuori dagli schemi.
    Per uno cosi’ la nemesi non può’ che essere un pazzo completo, machiavellicamente contorto quanto gratuitamente spietato.
    Non me ne voglia il grande Chris Walken, ma qui occorreva qualcuno di decisamente sanguigno. E Hopper calza a pennello.
    Poi c’e’ la spalla comica che in realta’ mette la giusta quantita’ di meningi la’ dove il protagonista mette i muscoli, e il cui sacrificio garantita’ per contraltare la giusta quanto violenta punizione del cattivo.
    E infine la bella da salvare, che pero’ e’ parte attiva e rincuora il protagonista quando crolla ed e’ a un passo dal crollare.
    Aggiungiamo poi battute ad hoc, una scena piu’ pazzesca dell’altra e una colonna sonora che definire EROICA e’ dir poco.
    Come vediamo, e’ uno schema collaudatissimo. Ma che funziona sempre.
    Ma allora mi chiedo: ma perche’ e’ diventato tanto difficile, fare film cosi’?
    E’ una corsa senza freni dal primo all’ultimo minuto, parte e non si ferma praticamente piu’.
    E tu te ne finisci come uno dei passeggeri dello sfigatissimo pullmann coinvolto suo malgrado.
    Schiena incollata al seggiolino, mani artigliate ai braccioli e culo stretto.
    Ma sapete qual’e’ la cosa divertente?
    Farlo vedere a uno che non lo ha mai visto. E ce ne sono, credetemi
    Quello non fa a tempo a rilassarsi che gli dici “Guarda che il bello viene adesso, eh.”
    Quando pensi che abbia raggiunto il culmine, ecco che rilancia e rialza.
    E il punto di forza di questo film. Ma anche il suo limite.
    Alza a tal punto la posta che diventa impresa ardua realizzare un qualsivoglia seguito. Persino per lo stesso regista.
    Ma mi terro’ le considerazioni quando e se lo tratterai.
    Parlavamo di Lester.
    Come fai a fare un sequel di “Commando”?
    Come fai a fare meglio di così?
    Schwarzie ha avuto il buon senso di capirlo. E te lo dice nel film stesso.
    Qui in una sola pellicola condensano tanta di quella roba che oggi te la spalmerebbero in sette seguiti, come minimo.
    E al secondo ti sei gia’ bello che rotto.
    Venti film pallosissimi per ricavare mezza scena figa. Se hai fortuna.
    Un altro motivo per cui ho adorato “Zootropolis”, a dimostrazione che hanno pescato dei film giusti.
    Il rocambolesco finale col vagone abbandonato.
    Impossibile non pensare a “Speed”, quando la protagonista evita di un soffio un frontale in pieno muso (visto che si tratta di mammiferi) con una luce di emergenza, a differenza del foll dinamitardo che invece se la piglia in pieno…

    • John, Milius, Woo, Landis e Carpenter. Direi proprio di sì 😉 Cheers

  6. Ancora fresco come una rosa.

    • A quella velocità si mantiene bello fresco 😉 Cheers

  7. Buon compleanno “SPEED”,alla faccia di chi ti vuole male invocando il realismo,d’altronde il bello dei film è proprio la possibilità di poter barare,darci quelle soddisfazioni,che magari nella vita vera potremmo non avere!.

    • Il realismo è per chi va in monopattino 😉 Cheers

  8. Non lo rivedo da anni, ma penso di conoscerne a memoria ogni sequenza, ma una rinfrescatina ci voleva. Ai tempi avevo consumato la vhs, visto e rivisto una quantità vergognosa di volte.

    Più di tutto questo film mi ha lasciato una frase storica, che mi fa alzare gli occhi al cielo ogni volta che vedo una scena con ostaggi, ed io: “ma spara all’ostaggio, che ci vuole?”

    • Ha cambiato per sempre le situazioni con ostaggi, esiste un prima e un dopo “Speed” 😉 Cheers

  9. Potevano chiamarlo “La rivincita dei pendolari” e avrebbe funzionato benissimo!!
    Purtroppo avendo fatto parte della categoria per diversi anni, capisco benissimo le frustrazioni causate dalle corse in ritardo, le coincidenze mancate e gli scioperi che sono alla base delle vite di queste persone.
    Speed è effettivamente la pellicola che sognano tutti quelli in ritardo e bloccati nel traffico mattutino.
    Poi se abbiamo la Bullock sullo stesso mezzo, la giornata non può che migliorare…
    Per quanto apprezzi il buon Keanu non mi ha mai fatto impazzire in questa pellicola. E’ come se in fondo non fosse troppo convinto di essere l’eroe d’azione che ci meritiamo…
    Harry / Jeff è invece il personaggio che mi piace di più. Non solo per una questione di carisma, trasuda esperienza e buon senso, è la classica spalla che è anche mentore e amico, quasi una figura paterna, al quale non si può che voler bene. Peccato per (spoiler) come vada a finire!
    Buon martes.

    • Il problema di Keanu qui è la prova vocale, in italiano si salva ma in originale? Un ciocco di legno anche nella voce per il resto, questo è il post che da pendolare avrei voluto leggerlo, quindi è il mio regalo a chi dedica un po’ del suo tempo a questa Bara, sperando di poter rendere i loro ritorni a casa più “Speed” 😉 Cheers

  10. Uno dei due film che mi fece innamorare di Sandra Bullock, l’altro sai benissimo qual è!

    • Bongustaio, Sandrona non si tocca, trasversale, ha conquistato tutti in tutti i generi. Cheers!

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