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Spetters (1980): controversi sogni di gloria

Facciamo un gioco, io vi dico Paul Verhoeven e voi mi dite il titolo più scandaloso della sua filmografia, lo so non sono pochi, ma se avete risposto “Basic Instinct” è soltanto perché non avete ancora visto il film di oggi protagonista della rubrica… Sollevare un Paul Verhoeven!

Già il buon Paul
ha saputo sollevare più di un polverone nella sua carriera, quando nel 1995 il
suo “Showgirls” divenne il bersaglio preferito di tutta la critica americana,
il molti rimasero stupiti dalla calma sfoggiata da Verhoeven, qualunque altro
regista sarebbe corso a nascondersi ricoprendosi il capo di cenere, per lui era
ben poca cosa, rispetto a quanto non aveva già passato per “Spetters”.

Sì, perché proprio
con questo film Verhoeven è riuscito a farsi odiare davvero da tutti, riuscendo
nell’impresa impossibile di mettere d’accordo rappresentanti di tutte le
categorie solitamente opposte, tutti uniti nella crociata contro il suo film
che è stato definito una pellicola misogina, omofoba, anti-invalidi e
anti-cattolica, insomma ambo, terno, quaterna e cinquina.


“Rutger cosa ne pensi di questo gran risultato del nostro amico Verhoeven?” , “Jeroen, lo conosci Paul, non è certo un timido”.

A volte un
aneddoto legato ad un film spiega della pellicola stessa più di mille parole,
quello più celebre su “Spetters” lo fa davvero, visto che con il suo precedente
film Soldato d’Orange, Verhoeven
aveva attirato l’attenzione della produttrice Kathleen Kennedy e del suo più
celebre socio, Steven Spielberg che entusiasta del film le provò tutte per
convincere l’amico George Lucas ad affidare all’Olandese la regia di Il ritorno dello Jedi. L’errore del
nostro Paul? Presentarsi al colloquio con sotto braccio le pizze della sua
nuova pellicola di cui andava tutto orgoglioso. Ora, non so voi, ma non riesco a
non mettermi a sghignazzare pensando a Spielberg e Lucas a cui viene un mezzo
colpo apoplettico davanti alle scene di sesso esplicite e alle tematiche forti
del film, risultato finale: niente Ewoks per Paul Verhoeven, ma la sua
conquista del nuovo mondo, per ora, è soltanto rimandata.



Sapete che vi
dico? Meglio così, perché non sapremo mai come sarebbe stato uno Star Wars
diretto da Verhoeven, ma abbiamo guadagnato un film bellissimo, capace di
assestarti dei discreti calci sui denti (dati con gli anfibi) e di mettere a
prova i limiti anche del cinefilo più smaliziato, ma che consiglio davvero a
tutti di vedere come ho fatto io, ovvero senza sapere nulla della trama. Sul
serio, cercatelo guardatelo poi se avrete voglia tornate qui, anche solo per
insultarmi.
Paul Verhoeven e i SUOI ragazzi della 56a strada.

Un film di prime
volte questo “Spetters”, primo vero film scandalo, ma anche primo film di
Verhoeven senza il suo storico produttore Rob Houwer, questo forse spiega
perché senza Houwer con cui battibeccare e a tenere le mani sul guinzaglio,
Verhoeven sia stato così libero di sfogarsi, ma tranquilli, Houwer avrà ancora
un ruolo in questa rubrica. Inoltre, “Spetters” è stato il primo soggetto
originale, non tratto da nessuno romanzo portato al cinema dal buon Paul.

Il titolo
originale del film doveva essere l’equivalente olandese di “Buddies”
perché di questo parla di un gruppo di amici, ma a metterci un po’ di mostarda
fu la moglie di Verhoeven, Martine che vi ricordo di professione faceva la
psicologa, infatti è stata proprio lei a suggerire “Spetters” che in olandese
vuol dire “Spruzzi” quelli dell’olio della friggitoria della bionda Fientje,
oppure un altro tipo di spruzzi più facili da associare ai maschietti del film.
Non ho indagato, ma sono abbastanza sicuro che la signora Verhoeven fosse una
psicologa Freudiana, così, mi viene da pensarlo.
I protagonisti
del film sono uno spaccato della gioventù che si barcamena per trovare una
propria strada nella periferia post industriale della Rotterdam di fine anni
’70, mai come in gioventù la vita è dominata da desideri, pulsioni e voglia di
andar via, che poi è proprio la materia che il cinema di Verhoeven sa trattare
meglio e come non capirli questi ragazzi che vivono in un posto squallido e a
loro modo sognano solo una vita migliore.
Rien (Hans van
Tongeren), Eef (Toon Agterberg) e Hans (Maarten Spanjer) sono tre amici
accumunati dalla passione per il motocross, le loro giornate passano riparando
moto nel garage di Eef, oppure sui tracciati a correre, in un’eterna lotta a
chi di loro tre è il più veloce, una maschile gara a chi lo ha più lungo, che
in una scena (molto ironica e con calibro alla mano) non diventa solo un
modo di dire.


Il mio vecchio professore di meccanica avrebbe da ridire sull’utilizzo di quello strumento.

Il loro mito è il
campion di Motocross Gerrit Witkamp, palesemente ispirato al vero campione
olandese di questa specialità Gerrit Wolsink, qui interpretato dal solito
attore feticcio di Verhoeven, ovvero il grande Rutger Hauer al quarto film con
il regista e continuate a tenere il conto perché non abbiamo ancora finito. Per
altro, nei panni di un commentatore sportivo compare anche Jeroen Krabbé,
riformando così la coppia vista in Soldato d’Orange.

I tre ragazzi
sognano di essere come Gerrit, di trionfare sulla sella per avere un giorno
fama, donne e soldi, anche se a cavallo di una moto hanno talenti diversi, il
più promettente nel poter aspirare al titolo di prossimo campion è Rien, la cui
tuta da motocross non a caso è bianca scintillante, Hans è quello candido, ma
anche codardo ed oggetto di scherno, oltre che quello più pippa in motocicletta
(per lui una bella tuta gialla sgargiante da clown), mentre il meccanico Eef
quello più tormentato e ambivalente veste una tuta proprio di due colori, nero
e rosso.
Come sempre,
Verhoeven ama raccontarci di personaggi le cui vite vengono sconvolte da un
evento esterno che irrompe con forza fino a cambiarle per sempre, se per il
gruppo di amici di Soldato d’Orange
era l’occupazione nazista in Olanda, per i nostri motociclisti è l’arrivo della
bella “Pantera fritta” Fientje (Renée Soutendijk).


Ho detto pantera fritta, non patata fritta, non iniziamo a fare battutacce ok?

La biondina tutta
riccioli oltre ad essere allergica al reggiseno è un bel tipino, insieme al
fratello gestisce una friggitoria mobile facendo il giro di tutte le
manifestazioni sportive. La ragazza sa farsi rispettare anche contro tizi
grossi e cattivi, inoltre ha un piglio da tornado mica male, è una che sogna in
grande a giudicare dai poster di John Travolta e di “Grease” appesi sopra il
suo letto, ma anche una che sa che se puzzi di fritto difficile che qualcuno ti
prenda davvero sul serio, del tutto rappresentativa in tal senso la frase che
ad un certo punto pronuncia ovvero: «Due deboli che si mettono insieme
difficile che facciano una forza». L’attore 23enne Renée Soutendijk che la
interpreta oltre ad essere molto carina è davvero brava, sembra la versione
olandese di Olivia Newton Jones, ma decisamente più rustica, una che si lava i
denti e poi se li sciacqua facendo i gargarismi con una lattina di Heineken
ecco, cosa che per altro nel film fa davvero.

La Olivia Newton Jones della classe operaia.

Nel mondo di
questi personaggi, gli echi della rivoluzione politica del ’68 si sono spenti, lasciando un
vuoto politico ed emotivo che questa generazione cerca di colmare dando libero
sfogo ai propri impulsi sessuali e scalpitando per emergere, in preda ad un
arrivismo che li anima e li consuma.

Per sfuggire dallo squallore della vita in una periferia degradata sognano in grande, qualcuno di scappare in Canada altri di vincere il campionato di motocross per poter fuggire via, ma i loro sogni di gloria prenderanno una dolorosa nasata contro la realtà e ne usciranno tutti ridimensionati. I tre amici vengono ripresi dalla tv locale ad
inizio film e si rivedono in televisione alla fine, quando ormai la vita e
gli eventi avranno già avuto la meglio su di loro, in pratica una versione a
colori e su piccolo schermo della fotografia in bianco e nero di Erik e i suoi
amici in Soldato d’Orange.
“Spetters” è
caratterizzato da una messa in scena meno realistica, il direttore della
fotografia, infatti, non è il fidato Jan de Bont, ma Jost Vacano, inoltre
Verhoeven strizza già l’occhio al cinema di Hollywood, la prima gara di
motociclette è girata molto bene, davvero realistica e tra la presentazione dei
personaggi e i vari incidenti durante il percorso somiglia volutamente ad una
versione in piccolo della corsa tra bighe di “Ben-Hur” (l’originale, non quella
cagata di remake), infatti era proprio
questo il film che Verhoeven voleva omaggiare con questa scena (storia vera).


Purtroppo nessuno ha le ruote in stile “Carro Greco” ma la scena è bella lo stesso.

La sensazione è
quella di un regista che ha capito di essere un pesce grosso e che sta già
rivolgendo lo sguardo allo stagno dove quelli come lui dovrebbero nuotare
(Hollywood) come quei talenti del basket europeo che guardano all’NBA
perché sanno che è là che devi vincere se vuoi stare tra i migliori, ma l’approccio
di Verhoeven è unico e totalmente riconoscibile, “Spetters” ha la precisa
volontà di spostare un po’ più in là il limite del mostrabile nel cinema
rivolto al grande pubblico, sconfinando in territori che fino a quel momento
erano frequentati solo dalla pornografia, per dirla in parole povere: si
vede il pene, anzi si vede il pene in azione, quindi se vi scandalizzare
facilmente e siete omofobici, mi spiace sono problemi vostri, però magari
meglio se girate molto al largo da questo film.

Eppure, Verhoeven
non cerca mai lo shock fine a se stesso solo per fare rumore e far parlare di
sé, l’ambiguità morale dei protagonisti domina, ma è chiaro che il regista non
è intenzionato a puntare il dito contro questa o quella minoranza,
semplicemente non prende nessuna posizione e s’impegna al massimo a mostrare
nel modo più realistico possibile le vite dei protagonisti che si muovono
davanti alla sua macchina da presa, Verhoeven ha così a cuore il destino dei
suoi personaggi che li mostra in maniera assolutamente anti moralistica.


La locandina italiana ha capito tutto e fa sembrare il film un remake apocrifo di 1997 fuga da New York.

Tanto che per lui
il genere cinematografico non è un limite, ma è solo il fondale davanti a cui
recitano i suoi personaggi, non è un caso se Verhoeven sia passato da commedie,
storie d’amore, film di guerra e molto presto sarebbe approdato alla fantascienza e
al cinema d’azione americano. La sua poetica, le sue ossessioni e le sue
tematiche cinematografiche restano intatte attraversando tutti questi generi,
ve lo dico chiaramente: questa è una caratteristica che hanno solo i
grandi uomini di cinema.

Qualunque altro regista, con lo stesso materiale per le mani, avrebbe trasformato tutto
in un melodramma moralista, una critica alle barbarie della classe sociale più
bassa buona solo per mostrare lo squallore e far sentire superiore il pubblico.
Paul Verhoeven, invece, non offre un punto di vista borghese sulla vicenda, ma
uno completamente privo di moralismo offrendo uno spaccato sociale dolente, ma
di incredibile forza che si traduce in un’esperienza cinematografica che non
dovreste negarvi solo perché si vede il pene, ecco.


“Ma si è sbagliato, voleva scrivere PANE” , “No no, penso intendesse proprio pene”.

Ma allora perché
è così controverso questo film? Troviamo le solite scene di sesso e i
riferimenti Biblici che piacciono tanto a Verhoeven (Hans inquadrato dal basso,
con una lampadina dietro la testa che sembra volutamente un’aureola), ma dove “Spetters”
dà un paio di piste anche ai film precedenti del regista è nel travagliato arco
narrativo di Eef, ah! Da qui in poi SPOILER così lo sapete.

Figlio di un
padre bigotto, in stile vecchio testamento e con le mani piuttosto pesanti, il
ragazzo è costantemente teso da pulsioni (omo)erotiche, proprio per questo
finisce a rapinare un coppia gay dopo essersi appartata per una marchetta. Ora
io lo dico fuori dai denti: quando si tratta di cinema ho accumulato le mie
belle “Ore di volo”, non sono uno che si fa traumatizzare anche dalle scene più
truculente, ma come diceva Clint Eastwood “In un bel film, ogni uomo dovrebbe conoscere i propri limiti”, i miei sono le
scene di stupro, se c’è qualcosa che mi fa friggere sulla poltrona al cinema
sono proprio queste, quella di “Spetters” è terribile per il suo realismo e per
il modo implacabile con cui Verhoeven non tira via la mano mostrandoci tutti,
effetti collaterali compresi. Io ve lo dico, così lo sapete.


Anche Verhoeven eccelle nel vecchio “colpo segreto del malessere” (GULP!).

Eef scopre la sua
(omo)sessualità nel modo più drammatico possibile, anche questa una costante di
molti personaggi di Verhoeven, dopo la violenza uno dei suoi stupratori gli
dice di imparare ad accettarsi che anche questo è un modo di essere uomini
(quindi potete capire l’ira della comunità gay), eppure in questo modo anti
moralista di mostrare sesso e violenza, Verhoeven costruisce un personaggio.

Eef esiste
solo nell’abuso, che sia sessuale o autoritario, rappresentato dalle botte
del padre, per assurdo, però, lontano dalle polemiche della sua uscita, è chiaro
che “Spetters” non sia affatto un film omofobico, tanto che il ragazzo alla
fine resta e pur di ribadire la sua omosessualità è pronto a rischiare
un’altra clamorosa selva di mazzate paterne, perché come dice il ragazzo
riferendosi al bigotto padre: «Lui mi deve capire». Proprio per questo il film
andrebbe valutato come lo ha girato Verhoeven, ovvero senza ipocrisia.


Giovani, biondi e felici, non dura molto ma finchè dura…

Anche Rien si
trova costretto a trovare un altro modo per essere uomo, il suo drammatico
incidente spezza i suoi sogni di gloria nel motocross e il suo corpo, privato
delle gambe (verrebbe da dire tutte e tre) nel pieno dei suoi anni, l’arco
narrativo del personaggio si conclude in tragedia, in una scena che non vi
rivelo, ma che per fortuna Verhoeven ha girato in maniera molto meno granguignolesca
di come avrebbe voluto fare, anche perché purtroppo Hans van Tongeren, l’attore
che interpreta Rien nel film è morto suicida nel 1982 e di certo il film non
aveva bisogno anche di questa tegola sulla testa.

A ben pensarci, da
spettatori potremmo iniziare a guardare i protagonisti con sospetto, ma Paul
Verhoeven è bravissimo a mostrarceli tutti senza alcuna eccezione negativa, la
bella Fientje capisce presto che guadagnarsi un po’ di potere in questo mondo
ha solo il suo corpo e il suo bel faccino (in questo senso è molto simile
a Kitty Tippel) e anche se potrebbe
passare per un’arrivista che passa da un ragazzo all’altro, da spettatori si
patteggia comunque per lei.

Glory days, well, they’ll pass you by, Glory days…

Quando la vediamo
mettersi con Hans ed insieme aprire una friggitoria, più che un lieto
fine sa tanto di una resa, considerando che il biondo Hans viene umiliato da
tutti, compreso dal suo idolo Gerrit Witkamp (Rutger Hauer è bravissimo a
costruire un ruolo non facile e con pochi minuti sullo schermo a disposizione),
quindi rinuncia a sua volta ai suoi sogni di diventare un grande campione. Fine
degli SPOILER!

Anche qui i personaggi femminili risultano molto più forti di quelli maschili, tutti
troppo impegnati ad assecondare i loro istinti, eppure tutti ci vengono
mostrati con estremo realismo, la sensazione a fine film è che Verhoeven ci
abbia trascinati giù nello squallore, ci abbia moralmente preso a schiaffi, ma
invece di lasciarci avviliti, ci si sente arricchiti, non ne ricordo tantissimi
di film e di registi con questo tipo di coraggio.


Una vita per il cinema Paul Verhoeven, una vita per la moto (quasi-Cit.)

Del tutto privo
di ipocrisia e moralismi di sorta, ma armato di talento e palate di empatia,
Verhoeven ha sfornato un film bellissimo, un’esperienza cinematografica in
grado di mettervi alla prova, se vi sembra qualcosa nella vostre corte
buttatevi, al massimo mi trovate qui per gli insulti.

Poi vabbè, per colpa
di questo film Verhoeven non è mai finito a dirigere gli Ewoks, sapete che c’è?
Vista la dolente bellezza del risultato finale, aveva ragione lui a presentarsi
davanti a Spielberg e Lucas tutto orgoglioso del suo film e ‘sti cazzi degli
Ewoks!
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