Home » Recensioni » Spider-Man – Un nuovo universo (2018): da grandi poteri derivano grandi capolavori

Spider-Man – Un nuovo universo (2018): da grandi poteri derivano grandi capolavori

Sapete qual è il problema di Peter Parker? È stato condannato in eterno a non poter compiere trent’anni. Che detta così lo so, potrebbe essere anche una gran cosa, 29enne per sempre, verrebbe quasi voglia di chiedere dove si firma per un accordo così, ma a ben guardare, tutti i personaggi dei fumetti ad un certo punto smettono di crescere, fermandosi ad un’età indefinita, solo che a Tex Willer è stato concesso il lusso di sposarsi, diventare padre (e poi vedovo) al nostro Peter, invece, ciccia.

Ogni volta che il personaggio sta per sistemarsi e trovare un po’ di stabilità, viene catapultato indietro, è successo negli anni’ 90, dove per mantenerlo giovane si è ritrovato clonato (e platinato) con il nome di Ben Reilly, è successo ancora nei primi anni 2000, quando con la stessa voglia di pulizie di primavera Brian Michael Bendis e uno dei miei ragno-disegnatori del cuore, Mark Bagley, hanno lanciato la serie “Ultimate” (nota presso i nerd come Terra-1610) dove Peter aveva di nuovo quindici anni, torna al via senza ritirare le venti mila lire.

«Vacci piano Cass! Con tutti questa robe da nerd mi stai facendo impazzire il senso di ragno, e anche la ragno palpebra»

Ma non è finita qui, quando Michael Straczynski (in amicizia “Stracchino”) ha completato la sua bella e controversa run di storie, il Peter classico (quello ufficiale della Marvel, proveniente da Terra-616) sembrava avercela quasi fatta, era sposato con la rossa MJ, zia May sapeva del suo segreto (nella bellissima storia intitolata “La conversazione”) e aveva un lavoro come professore universitario… Niente, altro colpo di spugna, perché per l’allora comandante in capo della Marvel Joe Quesada, il personaggio era un “Matusa” per i lettori, un fratello maggiore, quando dovrebbe essere loro coetaneo e per lui peggio di un supereroe sposato, solo un supereroe divorziato, la trovata voluta da Quesada per ribadire che “Questo matrimonio non s’ha da fare” mi ha quasi convinto a smettere di leggere l’Uomo Ragno per sempre.

Non l’ho fatto solo perché le storie erano buone, buone davvero, anche tra la chiacchierata e ultra controversa gestione di Dan Slott, ci sono state porzioni intere di storie davvero appassionanti, anche pacchianissime, tipo la fase del “Tony Stark dei poveri”, oppure pensate per sfornare merchandising tipo “Spider-Verse” con la sua proliferazione di Uomini Ragno da tutti gli universi paralleli, i vari Terra-qualche-numero che ho citato fino a qui.

Ma la maledizione di Peter è infinita: cos’è accaduto alla sua versione Ultimate quando il personaggio rischiava di avvicinarsi troppo alla trentina? Morto ammazzato, ucciso dai suoi nemici che dopo tanti anni di tentativi, hanno potuto finalmente intonare un pezzo famoso degli 883. Il suo sostituto? Un ragazzo giovane, ovviamente, con un’allitterazione nel nome, Miles Morales, figlio di mamma “Latina” e di un papà nero. Scelta “Politicamente corretta” (quanto odio questa combinazione di parole…) da parte della Marvel? Forse, ma anche uno dei migliori Spidey mai letti, frutto degli ottimi testi di Bendis e dei bellissimi disegni della disegnatrice romana Sara Pichelli.

«Ehi aspetta! Stai dicendo che alla fine Max Pezzali aveva ragione!?»

Anche al cinema, malgrado la sua crescente popolarità presso un’enorme porzione di pubblico che di tutte queste Terre numeriche e quella roba da nerd non sa nulla, la sua fama continua a crescere grazie ai numerosi film dedicati al personaggio, ma anche qui, ci avete fatto caso? Anche se al cinema Spidey è in giro dal 2002, più passa il tempo, più continua a ringiovanire.

Questa lunga premessa cosa serve? Oltre a farmi fare la figura di quello che sono (un Nerd senza ritorno), probabilmente a nulla visto che “Spider-Man – Un nuovo universo” è un film talmente bello, da riuscire a rendere omaggio a tutto questo, senza il bisogno di smontarsi gli occhi a leggere montagne di albi a fumetti. Avete una vaga idea di chi sia l’Uomo Ragno? Basata sui film, i cartoni animati e gli amici Nerd (tipo me) che vi hanno sfrangiato i maroni con il personaggio? Bene, non dovete sapere altro per godervi questa meraviglia. Non sono uno di quelli che crede ai premi cinematografici per riconoscere il valore di un film, ma nemmeno il Golden Globe vinto come miglior film d’animazione ha forse dato la giusta visibilità a questo film d’animazione, uscito da noi lo scorso 25 dicembre che vi assicuro, dovreste vederlo questo film, non per fare un piacere a me, ma per regalare una gioia a voi stessi.

Lo so cosa state pensando: “E’ “solo” un film d’animazione” e, per di più, nella copertina troviamo uno Spider-Man nero (di costume, ma anche di pelle) e una Spider-Woman donna, io lo so che qualcuno di voi sta pensando a quella combinazione di parole che inizia con “Politicamente” e finisce con “Corretto” che mi fa pizzicare il senso di Cassidy, ma per cavare fuori un ragno dal buco (ah-ah) della mia lunga premessa, quelli sono tutti personaggi che esistevano già prima che sorgesse l’alba dell’era del “politically correct”, non siate tanto pirla (tipica espressione di Brooklyn) da perdervi un film così, solo per una buffonata del genere, ok?

Abbiamo tutti gli Spidey che volete, di ogni forma e colore.

La garanzia di qualità dietro ad un film del genere è frutto del lavoro dei tre registi specializzati in animazioni Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman, ma soprattutto da due persone in particolare, due nomi che dovreste amare se siete personcine a modino: Phil Lord e Christopher Miller.

Sì, proprio quelli di “Piovono polpette” (2009), dei due bellissimi (malgrado nessuno se lo aspettasse) 21 e 22 Jump Street (2012 e 2014) e soprattutto di quella bomba atomica di “The LEGO Movie” (2014), a ben guardare anche degli episodi miglior di The last man on earth, quando ancora era una grande serie. Due che sono la prova vivente che si può essere grandi autori anche stando all’interno di generi cinematografici commerciali e rivolti ad enormi porzioni di pubblico, due talmente talentuosi, che sono stati licenziati dalla Disney, in modo da assicurarsi così che Solo – A Star Wars story facesse schifo. Missione compiuta!

Belle scarpette Miles, si vede che hai buon gusto.

“Spider-Man – Into the Spider-Verse” pesca a piene mani dai mille mila uomini ragno provenienti dal Ragno-Verso, dalle origini di Miles Morales e, a ben guardarlo, questo film, omaggia tutti i fumetti dell’Uomo Ragno, quando dico tutti, intendo dire proprio tutto, spaziando in lungo e in largo in tutta la cultura pop seminata da Spidey dal suo esordio sulle pagine di “Amazing Fantasy 15” negli ani ’60, passando per i cartoni animati e i film sul personaggio. Sarebbe lecito pensare che una tale orgia rosso-blu sia qualcosa di fruibile solo ai Nerd senza ritorno come il vostro amichevole Cassidy di quartiere, anche, perché le mie ragno coronarie sono state messe a durissima prova dallo tsunami di citazioni (che cercherò di riassumere in un post dedicato, come da tradizione di questo blog), il genio di Phil Lord e Christopher Miller sta nel riuscire a dispensare tutte queste meraviglie, con la leggerezza di chi sa di avere così tante perle da poterle seminare in giro qua e là come Pollicino, senza doverci ricamare troppo sopra, ma poterle usare come gustoso extra in un film con un senso dell’equilibrio degno di quello dell’Uomo Ragno.

Tanti film di Spidey (e sui super eroi in generale) ci hanno insegnato che mettere troppi super cattivi nella stessa pellicola, non è una buona idea, in “Spider-Man – Un nuovo universo” ne ho contati almeno sei, ma nell’euforia potrei averne perso qualcuno, tutti usati alla grande, alcuni anche in versioni alternative incredibilmente riuscite, ma senza mai risultare pesanti, anzi i 117 minuti del film hanno un ritmo indiavolato, dei dialoghi che riescono a far ridere forte, ma anche a caratterizzare alla grande i (tanti!) personaggi, in un film strapieno di idee e così frizzante, da far sembrare subito vecchio, anzi vecchissimo, qualunque altro film con super calzamaglie. Ho visto il tanto celebrato (anche al botteghino) Aquaman, mi sembrava di guardare un elefante (oppure devrei dire una balena?) che arranca e muore, con negli occhi ancora la meraviglia di “Spider-Man – Into the Spider-Verse”.

«Ciao, sono il tuo nuovo Spider-Tizio preferito di sempre»

Un’enorme fetta del merito di questo miracolo, lo dobbiamo anche all’animazione che rende omogeno tutto, fondali e protagonisti, come se fossero parte dello stesso mondo (anche se arrivano da universi diversi). Alla faccia del brutto “Green screen” del già citato nuotatore della Distinta Concorrenza, l’animazione rende perfettamente accettabile per la credibilità della storia che ad interagire tutti insieme ci siano un ragazzo di Brooklyn, un maiale dei cartoni animati che fa battute sul copyright dei Looney Tunes, uno Spider-Man robot che sembra uscito da un Anime giapponese e una versione “Noir” di Spidey in bianco e nero, ma anche potersi giocare un Kingpin (sì, quello di Daredevil) credibilissimo anche con un fisico grottescamente gigante, proprio come lo disegnava Bill Sienkiewicz in “Amore e guerra”.

«Questo è un piano a prova di bom…»

Ma fosse solo questo! L’animazione è un valore aggiunto non solo nel creare una New York realistica, anche quando grazie a piccoli dettagli (tipo i nomi delle varie marche leggermente storpiati) si ha l’idea di una Grande Mela di un universo parallelo, ma soprattutto quando il misto tra animazione in 3D e disegni veri e propri (come quelli usati per dare espressività ai primi piani dei personaggi) trasformano lo schermo in un’enorme pagina di fumetto, con il celebre “senso di ragno” di Peter Parker Miles Morales che diventa qualcosa che sta a metà tra la voce narrante del cinema e il contenuto delle vignette dei fumetti.

Il nostro Miles Morales ha tutta la freschezza del Peter Parker delle origini, anche se è un personaggio perfettamente contemporaneo, che parla si muove (e ascolta la musica, lasciatemi l’icona aperta su questo) dei ragazzi della sua età, ha uno zio stiloso di nome Aaron (doppiato in originale da Mahershala Ali) che ad una prima occhiata sembra un modello di vita ben più interessante del suo palloso padre e proprio mentre è con lui viene morso dal solito ragno che ormai non ha più bisogno di spiegazioni, visto che le origini di Spidey sono le più iconiche di sempre (insieme a quelle di un certo Pipistrello di Gotham City) e le conoscono tutti. Phil Lord e Christopher Miller giocano proprio su questo, introducendo una gag ricorrente, sulle origini dei vari Spidey raccontate in poche parole.

Learn to fly, come in un pezzo dei Foo Fighters.

L’unico difetto di “Spider-Man – Into the Spider-Verse”, forse, è il piano del cattivo, ma mi sto proprio sforzando di cercare un pelo nell’uovo, perché, di fatto, il piano di Kingpin non ha nessun difetto, se non quello di essere piuttosto irresponsabile (come ci si aspetta dall’avversario di un personaggio che fa di poteri e responsabilità un mantra), ma non per questo poco comprensibile: l’acceleratore di particelle che dà il via alla storia e scuote gli universi e l’unico modo per il personaggio di riprendersi la sua famiglia. Anche la trovata della chiavetta USB può sembrare un punto debole della sceneggiatura, ma va di pari passo con momenti realistici: ci voleva questo film a spiegarci che il classico piano di rubare un file da un computer, può schiantarsi di faccia contro un desktop strapieno di icone?

«Batman è figo. Ma io di più»

I personaggi sono tutti caratterizzati estremamente bene, anche quelli con ruoli minori riescono a riempire lo schermo (Spider-Ham è fantastico, specialmente opposto al pessimismo cosmico di Spider-Noir) grazie a dialoghi che filano via lisci come l’olio, tutti piuttosto brillanti e divertenti, ma nel romanzo di formazione di Miles Morales, ad emergere è un personaggio che sembra un regalo per i lettori di vecchia data.

Peter B. Parker (doppiato da Jake Johnson) un po’ come zio Aaron diventa una figura paterna per Miles, recalcitrante, come se zio Ben (così spieghiamo quella “B” puntata, qualora ce ne fosse bisogno) avesse ben chiaro in testa il mantra di potere e responsabilità, ma poi non volesse quelle paterne, proprio quella “B” che rompe l’allitterazione conferma che questa versione di Peter, è proprio quella che abbiamo letto per anni, quella che arriva da Terra-616, l’universo Marvel ufficiale, se solo Joe Quesada non avesse trovato irritante l’idea di un supereroe sposato. Peter B. Parker è uno degli Spider-Man più belli di sempre, anche per il solo fatto che è quello che la Marvel, da anni si rifiuta di farci leggere, convinta che tutti noi “Veri Credenti”, vogliamo Peter come fratello minore o al massimo coetaneo, quando, invece, quando abbiamo iniziato a leggere le sue avventure, era un po’ un fratello maggiore e questo è il più grande regalo che Phil Lord e Christopher Miller potessero fare a tutti noi.

«Ricorda dopo i trenta, da grandi mangiate, derivano grandi sensi di colpa sulla bilancia»

Ma un personaggio di contorno così ingombrante (anche per via del “Giropanza” non proprio da super eroe) non oscura il protagonista, Miles Morales è il ragazzo che impara poteri e responsabilità sì, ma anche il lato umano di Spider-Man, la sua vera forza, perché Superman ha i poteri assoluti e Batman i soldi (e la macchina, che piace alle ragazze), ma è l’umanità che lo rende speciale. Utilizzando il cinema per omaggiare i fumetti, Phil Lord e Christopher Miller ricordano a tutti (lettori e non) che chiunque (anche un maiale dei cartoni animati) può essere Spidey e in questo senso il cameo di Stan Lee (ormai assorto come parte integrante dei suoi amati fumetti… Ciao Stan!) è ancora più sensato e non una semplice abitudine.

Trovo significativo che l’atto di fede (come lo chiamano nel film), il battesimo del fuoco di Miles Morales, avvenga con un salto nel vuoto, proprio come accadeva al Peter Parker di Sam Raimi che si lanciava all’inseguimento dell’auto guidata dal ladro che ha ucciso zio Ben nel film del 2002. Se proprio devo essere spudoratamente onesto, il volo di Miles Morales tra i grattacieli mi ha provocato la stessa giacchetta di pelle d’oca di quella scena vista nel 2002, grazie anche ad una scelta musicale molto azzeccata come “What’s Up Danger” di Blackway & Black Caviar pezzo che sembra uscito dalle cuffie di Miles e che mi permette di chiudere quell’icona sulla musica del film che ho lasciato aperta lassù appiccicata a qualche ragnatela.

Fletto i muscoli e sono nel vuoto! (Cit.)

Visto che siamo in argomento ed è anche una questione che è venuta fuori tra quelli che hanno visto il film (li riconoscete facilmente, hanno ancora gli occhi a forma di cuore): è questo il miglior film su Spider-Man che sia mai stato fatto? La mia risposta è probabilmente, il film di Sam Raimi (primo o secondo, li amo entrambi) sono come Peter B. Parker questo, invece, è Miles Morales, ma hanno una cosa in comune, oltre a quintali di cuore: tutti e due s’impegnavano ad utilizzare gli strumenti del cinema per omaggiare i fumetti. “Spider-Man – Un nuovo universo” lo fa con l’animazione e una conoscenza enciclopedica del mondo di Spidey, Sam Raimi, invece, ai tempi era riuscito a meravigliarci perché quando tutti correvano a smorzare i toni dei colori dei personaggi di carta appena sbarcati al cinema, lui sparava sul rosso e blu del costume dell’Uomo Ragno e sul verde di (Green) Goblin, diventando il padre nobile di un decennio di super eroi al cinema, e ricordando a tutti che hey! Sono fumetti, sono belli anche per questo!

«Ci vediamo nei fumetti gente!»

“Spider-Man – Into the Spider-Verse” è una palla lanciata molto molto alta, è la dimostrazione che utilizzando enormi dosi di amore verso i fumetti e una creatività che è propria a pochi, si può anche entrare a gamba tesa in un mercato saturo come quello dei film di supereroi, dicendo qualcosa di nuovo ed esaltante. Questo film è il nuovo standard con cui tutti gli altri film del genere dovranno cercare di stare al passo, sì, persino i ragazzi della Marvel che presto arriveranno con “Spider-Man: Far for home” e che, forse, un colpo così da quelli della Sony, proprio non se lo aspettavano.

Ultima poi vado giuro: la scena dopo i titoli di coda non solo si gioca il mio Spidey alternativo preferito di SEMPRE, ma gioca con la cultura popolare che ruota attorno al personaggio, un vero capolavoro, ma per i dettagli ne parleremo nel post a tema con le citazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Saw – L’enigmista (2004): due ragazzi in bagno con una sega

    Non so voi ma ho un ricordo indelebile del 2004, anzi, devo essere preciso, inizio del 2005 visto che “Saw – L’enigmista” in uno strambo Paese a forma di scarpa [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing